La politica europea in crisi affossa tutta l’eurozona.

Un rapporto del FMI smaschera i danni della mancata coesione comunitaria.
 

L’Europa dell’Euro è in recessione e sul bilancio dell’Unione è tutti contro tutti.
Si è concluso in un fiasco l’incontro tra i capi di Stato e di Governo nel quale doveva essere approvato l’accordo per il periodo 2014-2020.
Un nuovo incontro è previsto per i primi mesi del 2013.
Forti le tensioni tra i Paesi nordici dalle finanze più sane ed i Paesi dell’area mediterranea con le casse in rosso.
Nella confusione si distingue una posizione dominante: Deutschland uber alles.
Il tutto a causa della crisi e di come è stata affrontata.

Gli studi più accreditati sull’argomento sono quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, nonostante una originaria cultura “rigida”, ha operato scelte opposte a quelle della Germania, similmente a Nobel per l’economia quali Krugman e Stiglitz, e banchieri del calibro di Bernanke e Draghi.
Secondo quanto elaborato dal FMI per capire la crisi bisogna partire da tre indicatori: crescita, disoccupazione, debito.
Nei Paesi in cui la crescità c’è, essa è troppo debole per dare slancio all’economia e all’occupazione; il debito pubblico in Europa ha raggiunto gli stessi livelli del 1945 appena terminata la II° Guerra Mondiale.
L’insieme di questi fattori ha generato dubbi sulla solvibilità degli Stati, provocando tagli del “rating” (ricordate Moody’s e Standards & Poors?)
e aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato.

A questo l’UE ha reagito imponendo piani di “austerity” (vedasi Grecia): un consolidamento fiscale che ha finito per contrarre la domanda, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori, e ritirare l’offerta, causando contrazione degli investimenti e disoccupazione.
A ciò si è aggiunto il non corretto comportamento del sistema bancario, che ha espanso lo “shock speculativo” invece di assorbirlo.
Il rifiuto tedesco di emettere Eurobond, titoli di Stato comunitari, e la miopia franco-tedesca nel richiedere l’intervento delle banche in caso di “default” di uno Stato hanno provocato la rarefazione di liquidità dei singoli Paesi, sopratutto quelli in crisi, ed hanno spinto le banche al “credit crunch” (stretta del credito).

La situazione italiana, poi, si è aggravata perchè la principale banca tedesca, la Deutsche Bank, ha ridotto la propria esposizione nei confronti del debito pubblico italiano da 8 miliardi a 1 miliardo di euro (-88%), innescando un circolo vizioso di vendite di titoli italiani e generando panico sul mercato.

Nel frattempo gli USA rischiavano il default per il superamento del tetto di 14.300 miliardi di dollari che il Congresso ha posto nel 1917 come limite massimo di debito pubblico.
La risposta americana è stata decisa: è stata immessa nel mercato statunitense una forte liquidità per risanare il debito e far ripartire l’economia (per esempio, Obama ha prestato alla FIAT 8 miliardi di dollari per salvare la Chrysler e migliaia di posti di lavoro americani).
I capitali inflazionati sono stati invece spostati verso l’Europa, individuando di volta in volta un Paese su cui speculare: prima l’Islanda, poi Grecia e Portogallo, infine Spagna e Italia.

La politica pauperistica e di rigore imposta dalla Germania (sopratutto alla Grecia che di fatto ha perso la propria sovranità nazionale ed è commissariata) ha vanificato gli sforzi della Banca Centrale Europea (BCE) che, da quando è presidente il nostro Mario Draghi, ha attuato misure “non convenzionali” per l’acquisto su mercati secondari di titoli di Stato dei Paesi a rischio.

La situazione finanziaria continua ad essere incerta, mentre l’economia peggiora. In Italia nel solo 2012 la pressione fiscale è salita del 3% (la “cura Monti”).
Non sarebbe il caso di fermarsi, ragionare e ripartire insieme? Eh, Angela?

Paolo Leone

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