Basta ostentare “cattedrali nel deserto”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20 luglio 2013.

Sanità. Un complesso che suona il “campanile”

Centosessanta circa. Diciannove (circa), più quarantanove (circa), più cinquantotto (circa), più trenta (circa). Non sono numeri del lotto, ma i milioni che la Giunta della Regione Calabria ha stanziato per la costruzione di ben quattro nuovi ospedali in Calabria. Numeri da capogiro, considerando che la sanità calabrese è in deficit con tanto di “piano di rientro”.

Per coloro i quali lo hanno dimenticato, o non lo sapessero, la sanità calabrese soffre un deficit di 1 miliardo e 446 milioni di euro. Negli anni passati, infatti, i clientelismi e i campanilismi vari hanno creato questo immenso buco nelle casse della regione. Buco che ora la regione deve colmare. Così, la prima cosa che si è pensato di fare è stata la trasformazione delle note ASL (aziende sanitarie locali) in un modello tanto innovativo, quanto “contestato”: le ASP (aziende sanitarie provinciali).

In nome dell’economicità e dell’efficienza della pubblica amministrazione, nell’ormai lontano maggio del 2010 si è scelto di creare questa architettura pubblica che ha trascinato nel baratro l’assistenza sanitaria, polemiche incluse.

La riflessione, però, si sofferma soprattutto su una delle cinque ASP; quella di Catanzaro. Già il nome suona male, o, meglio, non corretto. Perché, infatti, se l’ASP è di Catanzaro, si presuppone che l’azienda abbia almeno una sede “operativa” nel Comune capoluogo di provincia. Ma così non è. Infatti, in quel di Catanzaro si troverà solamente un edificio, fatiscente, adibito ad uffici amministrativi. Paradossalmente, per questa opera di inestimabile valore, l’ASP di Catanzaro ha sborsato un non precisato canone d’affitto, come risulta dall’unico bilancio d’esercizio (2011) pubblicato (delibera 2024 del 30/07/2012).

Nessun campanilismo. No. Lo conferma anche lo stesso Andrea Amendola, consigliere comunale di Catanzaro, che nel maggio del 2012 chiedeva “maggiore attenzione per quello che sta accadendo all’interno dell’Azienda sanitaria provinciale, che rischia di essere ulteriormente smembrata”. Lo stesso poi faceva notare ai suoi concittadini che “bisogna tener conto del fatto che si tratta degli uffici più importanti dell’azienda, il cuore dell’Asp, che in tal modo verrebbero ulteriormente allontanati dalla direzione generale a vantaggio di un presunto ‘polo amministrativo’ di Lamezia”. E in chiusura ribadiva quanto sopra: “Non si tratta di questioni di campanile e non intendo difendere interessi di parte perché qui è in gioco non solo il ruolo di capoluogo regionale, che non può essere tale solo su carta, ma anche l’opportunità di questa operazione, che implica lo spostamento di circa quaranta lavoratori ad oltre trenta chilometri dalla loro sede attuale”.

Così, se Catanzaro picchia, Lamezia incassa; viceversa, se Lamezia picchia, la stessa incassa. Infatti, è logico che non si debbano spostare i lavoratori, che hanno la fortuna di poter godere di salute per poter lavorare. I pazienti/utenti, invece, in quanto non lavoratori, ergo “perdigiorno”, possono tranquillamente fare trenta chilometri da casa loro. E a breve anche le neomamme, perdigiorno in modo direttamente proporzionale allo sfruttamento che subiscono nel lavorare in gravidanza, dovranno accodarsi. Il tutto in nome del “piano di rientro”.

Staranno sorgendo spontanee le domande: perché non si investono queste risorse in recupero delle strutture già esistenti? Perché non si provvede ad assumere personale medico e paramedico, che è carente in tutta la regione? Perché si continua ad ostentare “cattedrali nel deserto” dall’ingente costo? Perché non si dà un servizio dignitoso al cittadino? Perché ci sono politici e cittadini di serie A e politici e cittadini di serie B? Tante sono le domande, poche le risposte. Ma forse, visto il precipitare degli eventi, sarebbe utile darle, se non si vuol replicare la defenestrazione di Praga.

Paolo Putrino Gallo

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