Articoli

Intervista a Fabrizio Basciano, musicista e compositore lametino.

Fabrizio Basciano è un musicista e compositore lametino. Oltre ad aver realizzato diverse opere musicali (http://fabriziobasciano.bandcamp.com/ e http://fabriziobasciano.wix.com/basciano), ha creato l’associazione culturale
LanteArte, con la quale porta avanti una serie di manifestazioni di carattere artistico e culturale nel territorio di Lamezia Terme.

Chi è Fabrizio Basciano?

Iniziamo forse dalla domanda più difficile che si possa porre a qualcuno che se lo chiede da anni, da sempre forse. Risolviamo il problema sul nascere e sintetizziamo: sono un musicologo, compositore dilettante e professore di musica. A ciò aggiungo la parola ricercatore (finora indipendente), interessandomi ad una moltitudine di studi e ambiti differenti.

 

Quando, nel corso dei tuoi studi, hai compreso che la musica era la strada che avresti percorso? Perché?

La mia con la musica è una storia particolare. Ho iniziato per necessità, a causa di alcuni noduli che avevo accusato lungo le corde vocali. Dunque iniziai a praticare il canto armonico e difonico col caro Mauro Tiberi, maestro romano di discipline canore non tradizionali. Al problema dei noduli, presto depennati grazie alle suddette pratiche, si aggiunse poi l’esigenza di tenere impegnate le mani, troppo facilmente soggette al vizio del cosiddetto “scrocchiare”, dunque pensai di studiare pianoforte, divenuto poi il mio strumento principale. Stando alla massima del “prima la pratica, poi la grammatica”, mi appassionai così tanto a qualcosa che sapevo di avere dentro da sempre (fin da piccolo coltivavo la passione grazie ai suggerimenti paterni e delle mie sorelle maggiori) che cominciai a studiare tutta la teoria, l’armonia, la musicologia e così, di conseguenza, la grande musica impropriamente detta classica.

 

Perché hai scelto Roma come sede universitaria?

La mia famiglia ha una storica tradizione di studi nella città capitale della penisola, dunque fu quasi un esito naturale che io mi recassi lì per proseguire i miei. Al di là del bagaglio familiare, sapevo essere Roma una piazza molto interessante per l’ampliamento delle proprie conoscenze e per il confronto con realtà più grande di me. Così è stato. Senza quel soggiorno non avrei potuto interfacciarmi con tutta una serie di stimoli determinanti per il mio percorso personale.

 

Come ha influito sui tuoi studi lo stare lontano da casa?

Devo innanzitutto cogliere l’occasione per ringraziare coloro i quali mi hanno sostenuto lungo questo cammino, ossia i miei genitori, il cui sostegno non potrà mai essere adeguatamente contraccambiato. Andando oltre, vivere lontano da casa e fare i conti con la quotidianità da individuo singolo in una moltitudine incessantemente in movimento, è fattore X per la comprensione della propria posizione all’interno del contesto sociale, del proprio ruolo e delle proprie più profonde attitudini.

 

Parlaci di cosa significa studiare musica, canto e composizione e come sono stati i tuoi studi.

La seria pratica di discipline quali quella della composizione, dell’analisi musicale, della pratica canora, pianistica e, non ultima, computazionale, non lasciano spazio ad atteggiamenti superficiali di qualsiasi sorta, dunque levigano la tua persona fino a mostrare, in parte o, per chi si impegna veramente, la propria vera natura, il lato essenziale del proprio IO. Lo studio è uno strumento, e in quanto strumento non è mai fine a se stesso. Se diventa ciò, se diventa cioè un fine edonistico, si è sbagliato l’approccio a quello che in realtà dovrebbe servire a migliorare se stessi e, dunque, il contesto nel quale ci si trova a vivere e operare.

 

Perché una volta conclusi gli studi hai scelto di ritornare a Lamezia, invece che “cercare fortuna” altrove?

Quello del ritorno è un tema interessante. E’ qualcosa che accomuna molti di noi, molti di quelli che credono abbia un senso investire nella propria terra d’origine, in qualsiasi stato essa si trovi a versare. Ciò non significa certo che, dinanzi a evidenti e troppo grosse difficoltà nel riuscire a realizzare i propri obiettivi, ci si debba intestardire fino a restarne vittime. Occorre sempre cercare le condizioni migliori per le proprie idee, per la realizzazione delle proprie visioni. E’ perciò che, ad oggi, non saprei dire se il mio futuro continuerà ad essere quello lametino e calabrese o se qualche altra terra potrà offrirmi opportunità che qui potrei non trovare affatto. Come si suol dire, chi vivrà, vedrà. Certo è che, nell’ipotesi di una nuova vita fuori dalla Calabria, sarei il primo a sentirmi privato di qualcosa che sento come essenziale alla mia felicità.

 

Ritieni che questa scelta abbia influito, in positivo o in negativo, sulla tua carriera?

Ritengo che ogni scelta, per quanto consapevole o inconsapevole essa possa essere, risulta determinante per se stessi. Questa, nello specifico, finora ha portato evidenti benefici alla mia persona e al mio bagaglio professionale, nonché educativo e umano. Finora è andata così, positivamente. D’ora innanzi le cose potrebbero cambiare. Staremo a vedere.


Ritieni che Lamezia sia una città adatta alla musica? Come vedi la situazione di artisti o gruppi emergenti?

Occorrerebbe distinguere fra ambiti musicali, ambienti, aspirazioni e circuiti. Se vogliamo dirla “a soldoni”, possiamo affermare che Lamezia ora può dire di avere, anche solo a livello embrionale (o anche qualcosina in più direi) un buon giro per quel che riguarda il circuito delle band, della musica rock, indie rock, ecc. Se però ci voltiamo verso quello che è l’ambiente tipico dei circuiti musicali provenienti dall’ambito accademico, conservatoriale e in generale dello studio e dunque della grande musica (che ricordo essere prima di tutto una scienza il cui studio richiede il doppio degli anni che si impiegano a studiare ingegneria, medicina o qualsiasi altro tipo di percorso di studi possibile) allora non possiamo certo affermare che Lamezia sia una città al passo con le attività che caratterizzano luoghi con una più solida tradizione musicale. Certo è che abbiamo, sul territorio, realtà come A.M.A. Calabria che operano in tal senso da tante decadi e che sono riuscite, nonostante le molte e anche recenti difficoltà, a creare un proprio, fedelissimo, pubblico di riferimento, peraltro sempre abbastanza nutrito. Ma da un punto di vista strutturale la città, e più in generale l’intera regione (non a caso la regione più povera d’Italia) non offre i contesti opportuni alla libera fruizione di eventi musicali significativi. Nessun calabrese ha mai avuto modo di ascoltare, nella propria terra, un concerto in un auditorium degno di questo nome. Questo dovrebbe essere un problema all’ordine del giorno perché se solo si fa un paragone coi giovani di qualsiasi altro paese d’Europa, anche tra quelli più poveri, andiamo a scoprire che esiste una cultura musicale, della musica fruita negli auditorium, nei teatri, ecc., che noi qui, allo stato attuale, possiamo solo vagheggiare.

 

In relazione alla precedente domanda, come giudichi la perdita del liceo musicale e del DEMOFEST?

Devo dire che tu vuoi compromettermi fino in fondo, eh? Ahah, scherzo ovviamente. Che dire…rispondo con una domanda: secondo te si potrebbe mai accettare, in realtà (per restare sul suolo italico e dunque senza volerci fare troppo male) quali Perugia, Bari, Catania o tantissime altre città anche piccole come Lamezia Terme, che delle iniziative importanti e con delle ricadute positive sul territorio vengano cancellate per questioni assolutamente estranee ad analisi d’ordine qualitativo delle stesse? A voi l’ardua sentenza. Aggiungo solo che lo stesso stavano cercando di farlo a Catanzaro col centro polivalente meglio noto come Caffè delle Arti. I ragazzi che lo gestiscono sono riusciti finora a tenere duro, a tenere duro cioè per un luogo di aggregazione che toglie una moltitudine di giovani alle maglie del nichilismo e delle sue più becere conseguenze. Ma si può sempre andare avanti lottando contro i mulini a vento? Così stando le cose nulla, dalle nostre parti, potrà mai avere lunga vita.

 

Come si pone, secondo te, la città di Lamezia in relazione non soltanto alla musica, ma all’arte in generale?

Le tue sono domande interessanti e impegnative. Cercherò di riassumere, anche se il discorso è veramente lungo e complesso. Imposto il discorso con una massima Aristotelica: La cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell’avversa”. Ci troviamo oggigiorno in un momento storico terribilmente difficile, nel quale forze avverse tentano di ridurre le popolazioni a semplici soggetti consumanti, clienti, niente più che utenti da bombardare con ogni genere di bisogno indotto. L’antidoto, se proprio vogliamo trovarne uno, è l’agire culturale, che per sua natura eleva l’uomo emancipandolo dalla condizione di semplice usufruitore di servizi non necessari e a lui estranei, massicciamente indotti mediaticamente. Il discorso, dunque, non è locale, ma, se vogliamo, universale. Ora, senza andare troppo su, ma restando coi piedi per terra nell’ambito nazionale, sai quant’è la percentuale del PIL che lo stato italiano decide di destinare alla cultura? Ebbene, l’1,1%, ultimo posto in Europa, anche e persino dopo la Grecia!!! Cos’altro vogliamo aggiungere? Non meravigliamoci poi se la gente ama Maria De Filippi e se Berlusconi continua a vincere le elezioni seppur condannato in cassazione!

 

Perchè hai scelto di fondare l’associazione culturale Lante Arte?

L’Associazione nasce con l’obiettivo di realizzare, sul territorio lametino e calabrese, eventi legati al mondo delle arti visive e della musica, del fare cultura in genere. Iniziative quali FotografArte, PER_CORSI DI_VERSI, Ars Musicae sono risposte che l’Associazione Culturale Lante Arte intende offrire alle domande del territorio. Non avrebbe senso, per comprenderci meglio, realizzare FotografArte in altri contesti come invece ce l’ha qui. Fare paragoni dunque è estremamente rischioso, perché fuorviante. Ciò che ha senso fare qui spesso non ha lo stesso senso altrove, dove può risultare magari anacronistico. Perciò la nostra offerta intende relazionarsi proprio col territorio, immettendo sullo stesso ciò che crediamo manchi.

 

Cos’ha realizzato Lante Arte fino ad oggi?

Le nostre iniziative principali sono FotografArte (mostra-concorso di fotografia che si tiene ogni anno nel periodo natalizio) e PER_CORSI DI_VERSI (evento la cui prima edizione ha avuto luogo nel Museo della Memoria di Lamezia Terme tra fine maggio e inizi giugno 2013 e che pone in connessione arti visive quali pittura, scultura e fotografia con quella musicale, concettualmente e/o artisticamente). A queste iniziative se ne aggiungono diverse altre sporadiche o uniche, quali ad es. Ars Musicae (periodico eBook di cultura musicale). Per avere un’idea completa delle nostre attività basta visitare il nostro sito web: http://www.lantearte.it/

 

Quali sono gli obiettivi futuri?

Bè, un conto è profetizzare quello che mi piacerebbe realizzare, un conto è avere la certezza che quello che sto immaginando possa realmente trasformarsi in realtà di fatto. Il nostro principale obiettivo, ad ogni buon conto, è quello di far sì che eventi come FotografArte e PER_CORSI DI_VERSI, che io amo definire “format culturali”, possano proseguire nel tempo crescendo e sviluppandosi, ricevendo ogni anno un’edizione e dimostrando così che anche a Lamezia è possibile far sì che manifestazioni simili abbiano una continuità temporale. Sarà poi interessante aggiungere a questi due format un terzo progetto che sto maturando da qualche tempo ma sul quale non voglio ora lasciare indiscrezione alcuna…sarà una sorpresa, se sarà!

 

Nel corso della sua attività, l’associazione ha riscontrato gradimento del pubblico in relazione ai lavori offerti? Le istituzioni vi hanno aiutato o sono rimaste indifferenti?

Io sono rimasto veramente stupito dall’affluenza che le nostre iniziative, la cui offerta è sicuramente di non facilissimo approccio, ha registrato. Un pubblico nutrito ma allo stesso tempo attento, curioso, dunque prezioso. Sono felicissimo di aver trovato un tessuto urbano così voglioso di un’offerta non certo canonica, non certo assimilabile a ciò che si può comunemente trovare in luoghi di provincia dove più difficilmente giungono iniziative di questo tipo. Per quanto riguarda le istituzioni, il giudizio è tutto sommato positivo. Non ho mai ricevuto, in qualità di rappresentante di Lante Arte, delle negazioni immotivate o una mancanza di collaborazione, anzi. Chi si trova in comune, forse anche grazie ad una nostra buona predisposizione nel porci adeguatamente e nel comprendere le difficoltà non solo nostre ma anche altrui, ci ha sempre aiutato a realizzare le nostre attività. Certo, come in tutti gli ambienti incontri sempre quello o quella con cui leghi meno facilmente, ma questo è più un fatto umano, di pelle, che istituzionale. Il problema, se veramente esiste un problema, è la scarsa considerazione di cui gode, più di qualsiasi altro settore, quello culturale. Nessuno si sognerebbe mai di affidare la manutenzione della propria automobile a un professore di filosofia inesperto in fatti di meccanica automobilistica. Allo stesso modo occorre entrare nell’ottica che quello culturale è un campo, oltre che estremamente vasto e che dunque richiede conoscenze molto ampie, anche incredibilmente complesso. Essere amatori non basta a pretendere l’affidamento e la gestione delle iniziative culturali.

 

Cos’è la musica, infine, per Fabrizio Basciano?

Mi facevano sempre sorridere le definizioni che della musica trovavo sui libri di teoria o di armonia, sebbene fondate su ordini di consapevolezze altamente strutturate. Per me la musica è Arte del suono, in ogni sua manifestazione, che si tratti di un pianeta col suo suono fondamentale o di un essere umano con la propria espressività o ancora di un volatile col proprio canto. Musica è movimento dell’animo nello spazio…e nel tempo.

Paolo Leone

Annunci

Le antiche civiltà arrivarono veramente nel continente Americano?

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 17 novembre 2012.

Una piccola ed interessante curiosità storica.

Sin dal XIX secolo sono stati rinvenuti in diverse parti del continente americano curiosi reperti che hanno fatto sospettare che l’America fosse stata già visitata prima di Colombo.

Se nel caso dei Vichinghi ciò è stato già dimostrato storicamente, è possibile tuttavia che anche Fenici e Romani abbiano attraversato l’Atlantico.

Nel 1933 a Calixtlahuaca, in Messico, negli scavi di una piramide precedente all’arrivo degli Spagnoli venne ritrovata la testa di una statuetta in terracotta in stile romano, datata dagli archeologi al II secolo d.C, mentre a Galveston Island, in Texas, furono rinvenute nel 1886 una nave romana ed una moneta raffigurante l’effigie dell’imperatore Traiano.

Anche se l’ipotesi più plausibile è quella di singole navi che, dopo aver smarrito la rotta, sarebbero state condotte in America dai venti e dalle correnti dell’oceano, simili reperti hanno indotto alcuni studiosi a ritenere che i navigatori delle civiltà antiche avessero da tempo infranto il tabù delle “colonne d’Ercole”.

I Fenici, ad esempio, attorno al 600 a.C. circumnavigarono l’Africa su mandato del Faraone Neco II, mentre nei secoli successivi i mercanti greci e romani raggiungevano i porti di India e Sri Lanka sospinti dai regolari monsoni.

Lo stesso Tacito si congratulava con il genero Agricola per la circumnavigazione della Britannia nell’80 a.C.

Nell’ambito della cultura classica, infatti, molti scrittori hanno lasciato nelle loro opere tracce delle conoscenza di questi luoghi: Plinio il Vecchio, nella Storia Naturale, fornisce una esaustiva descrizione delle isole Canarie, mentre molto più interessante risulta essere un passo di Diodoro Siculo nel V libro della Biblioteca Storica, relativo ad una misteriosa isola non meglio identificata.

“Ora, nei tempi antichi quest’isola non fu scoperta per la sua grande distanza dall’intero mondo abitato[…]. I Fenici[…] ammassarono grandi ricchezze e tentarono di navigare oltre le Colonne d’Eracle, nel mare cui gli uomini danno nome Oceano[…] Dunque, mentre esploravano la costa al di là delle Colonne, navigando lungo la Libia, furono portati fuori rotta dai venti. Dopo essere stati esposti alla tempesta per molti giorni, furono portati sull’isola che abbiamo citato, e una volta constatata la sua prosperità e la sua natura, ne resero nota l’esistenza a tutti gli uomini.”

Dato che nessuna isola dell’Atlantico corrisponde a questa descrizione, vi è il forte sospetto che lo storico siciliano si riferisca in realtà alle coste più occidentali del sud America, da lui e dai Fenici credute un’isola.

Per l’archeologia ufficiale, tuttavia, i potenziali contatti con l’America di Fenici e Romani mancano ancora di prove decisive. Alcuni parlano di “miopia archeologica”, altri sono semplicemente prudenti.

In ogni caso gli scavi e gli studi proseguono, nella speranza di regalare all’umanità la riscoperta di un prezioso tassello della sua storia.

Se la conferma di queste teorie porterebbe a guardare al passato in maniera del tutto nuova, possiamo senz’altro trovare conforto nella Medea di Seneca.

“Venient annis saecula seria,

quibus Oceanus vincula rerum

laxet et ingens pateat tellus

Tethysque novos detegat orbes

Nec sit terries ultima Thule…”

Paolo Leone

Giudice USA condanna l’Argentina al rimborso dei bond, il paese ripiomba nel caos

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso xx xxxx 2012.

Ennesima dimostrazione dell’inefficacia del sistema economico e monetario internazionale.

Alla fine del 2001 la situazione economica argentina, già viziata dalla cattiva politica e da una pessima gestione degli investimenti statali, culminò in una crisi tale da determinare il più catastrofico crack finanziario del mondo, portando il Paese sull’orlo della guerra civile.

Ancora oggi sono presenti nei nostri ricordi le immagini degli uomini e delle donne argentini che bruciavano i cartelloni pubblicitari delle multinazionali e si scontravano nelle strade con le forze dell’ordine poste a difesa dei palazzi del potere.

Coloro i quali avevano investito nei titoli di Stato argentini, tecnicamente «bond», nel giro di pochi mesi si erano ritrovati sul lastrico.

Nonostante la guerra civile sembrasse ormai inevitabile, il Paese sud americano attraverso una politica attenta e drastiche misure socio-economiche è riuscito lentamente a risollevarsi dall’incubo in cui era piombato.

Nella situazione di «default» (insolvenza) creatasi, il governo argentino si è trovato di fronte al compito di rifinanziare il debito pubblico contratto, circa 95 miliardi di dollari, senza poter attingere dalle riserve di valuta ormai esaurite e senza l’aiuto di capitali esteri.

Con una presa di posizione molto forte, nel 2005 venne trovato un accordo con i creditori attraverso un contratto di «swap» (scambio): il 76% dei bond ancora insoluti sarebbero stati sostituiti con altri da un valore nominale molto più basso (fino al 35% in meno) e con una scadenza molto più lunga.

La posizione del 24% rimanente dei creditori che non aveva accettato l’accordo rimaneva ancora pericolosamente aperta.

Il pericolo solo lontanamente ipotizzato, si è finalmente concretizzato. La batosta è arrivata all’improvviso e mette l’Argentina in pessime acque.

Il giudice distrettuale di Manhattan Thomas Griesa ha stabilito che l’Argentina deve pagare immediatamente i creditori che non accettarono l’accordo di swap nel 2005 ed inoltre, finché non lo farà, non potrà pagare nemmeno gli altri creditori, sia quelli che accettarono l’accordo, i cosiddetti «creditori ristrutturati», sia coloro i quali sono divenuti creditori dello stato argentino dal 2005 ad oggi.

La decisione del giudice è arrivata dopo l’esposto della NML Capital, fondo di investimenti americano a cui l’Argentina deve 1,3 miliardi di dollari, più interessi.

Sono state inoltre rigettate le argomentazioni vantate dai «creditori ristrutturati», che hanno accettato forti tagli nei crediti ed ora ritengono ingiusto il pagamento del 100% del capitale ai creditori non ristrutturati.

«All’accettazione dello swap – precisa il giudice – gli aderenti dovevano sapere che altri non lo avrebbero fatto».

L’Argentina ora è all’angolo. Questo avvenimento stronca la lenta ripresa del Paese.

I pagamenti in scadenza per fine 2012 ammontano a 4 miliardi di dollari per i rimborsi; 3,4 miliardi per la crescita economica; 11 miliardi di bond ancora da saldare; 25 miliardi di debiti soltanto con investitori americani. Il tutto senza calcolare gli interessi.
Le riserve della banca centrale argentina ammontano a circa 45 miliardi di dollari, insufficienti per saldare tutti i debiti.

Il governo potrebbe quindi decidere di non pagare nessuno dei creditori e dichiarare, per la seconda volta in 10 anni, bancarotta.

La vicenda argentina mostra come, in maniera inequivocabile, la gestione della finanza di uno Stato deve essere effettuata in maniera attenta ed oculata, senza cadere nelle trappole delle speculazioni e degli sprechi. Alla luce della crisi economica attuale, ciò appare ancora lontano, soprattutto in Europa dove molti Paesi rischiano di fare la fine dell’Argentina.

Attenti al denaro: ricordiamo le parole di Marx, secondo il quale “Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. Con esso l’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo è diventato schiavo della cosa”.

Paolo Leone

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna, Parte III: Il fortissimo potere persuasivo della Pubblicità

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 7 luglio 2012.

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna (Parte III). L’analisi è iniziata con la Parte I e la Parte II.

Ti ammalia, ti convince, ti incolla al video o alla pagina di giornale. Si serve di calciatori, attori famosi e donne meravigliose. Usa parole, musica, immagini e gesti. E’ la pubblicità. Con la globale diffusione della comunicazione di massa, è diventata una presenza fissa nella nostra esistenza ed invade gli aspetti più profondi della nostra vita.

Con la forza travolgente di un fiume in piena, la pubblicità entra nelle nostre menti e ci convince, senza via di scampo, che non esista problema, reale od immaginario, che non possa risolvere.

Come un macchinario accuratamente programmato, come un computer che esegue una determinata operazione, i suoi accattivanti messaggi hanno un unico scopo: convincere l’essere umano che quel prodotto è il migliore di tutti quelli presenti sul mercato.

Nella nostra società di consumo, dove il circolo del produrre, consumare e buttare via senza riutilizzare o riciclare ha il sopravvento, la pubblicità è il fattore dominante.

Abbandonato presto il suo scopo originario, enunciare le qualità e le caratteristiche del prodotto, la pubblicità ha oggi un solo obiettivo: vendere sempre e comunque.

Indipendentemente dal valore e dalla qualità dell’offerta, trasforma la merce in un simbolo di potere, di status, di appartenenza ad una classe sociale più elevata.

Dietro le quinte dello spot, nascosto nell’ombra, un esercito di psicologi, sociologi, esperti di marketing e “creativi” mettono l’uomo (non più essere umano ma consumatore medio) sotto la lente di ingrandimento, per studiare le sue attitudini ed i suoi comportamenti più reconditi, in modo tale da adottare i mezzi pubblicitari più idonei a propinargli il prodotto da vendere.

Dall’apparizione in Italia dei primi sketch televisivi a “Carosello”, nel lontano 1957, la pubblicità si è evoluta ed ha assunto multiformi vesti.

Spot, sketch, telemarketing, telepromozioni e sponsor ora invadono ogni angolo della nostra vita e ci convincono, addirittura anche inconsciamente, a spendere, ad acquistare.

Per lungo tempo messaggi ingannevoli e subliminali hanno manipolato i consumatori, venendo in parte contrastati dall’attività della autorità Antitrust e dalla esperienza giurisprudenziale come, ad esempio, la sentenza del Tar del Lazio n.5450 del 2003 relativa alla pubblicità ingannevole e occulta.

Attorno alla pubblicità, poi, ruotano interessi economici di portata mondiale, poiché gli investimenti in marketing aumentano di anno in anno, mettendo in moto centinaia di milioni di euro che vengono impiegati per l’acquisto di spazi pubblicitari sui mezzi di comunicazione, per la creazione degli spot, per le sponsorizzazioni e le promozioni.

I “consigli per gli acquisti” costituiscono, infine, la fonte di sostentamento primaria per le televisioni “commerciali”, le quali, non potendo contare su un canone di abbonamento, affidano la propria sopravvivenza soprattutto agli introiti pubblicitari.

Dalle prime reclame fino ad internet, passando per giornali e televisione, la mole di pubblicità aumenta continuamente, modificando  modi e forme con i quali entra nelle menti dei consumatori,

moltiplicando gli interessi che le ruotano dietro.

Salvo alcuni casi particolari, non è possibile fermarla, in quanto essenza stessa della nostra società.

Secondo Edward Bernays, infatti, la pubblicità commerciale fa si che “la nostra mente venga plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. Sono loro che manovrano i fili…”

Ed ora, pubblicità!

Paolo Leone

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna, Parte II: L’eterno scontro fra Fede e Ragione

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 9 giugno 2012.

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna (Parte II). L’analisi è iniziata con la Parte I e prosegue con la Parte III.

Pur essendo impresa alquanto ardua riuscire in breve a definirne i contorni essenziali, è importante comprendere come il rapporto fra fede e ragione costituisca uno dei pilastri fondamentali sul quale poggia la struttura della moderna società.

Durante la fioritura delle prime civiltà la differenza tra i due insiemi era inesistente, in quanto l’uomo tendeva esclusivamente a risolvere bisogni pratici (il fuoco e la ruota prima, la scrittura e la moneta poi) e professava religioni politeistiche nelle cui concezioni tutto avveniva per volere degli dei.

Con la diffusione del pensiero delle civiltà elleniche iniziò a prendere vita lo studio dottrinale dei processi conoscitivi, in particolare con Platone (la tecnica dicotomica) ed Aristotele (il sillogismo), attraverso i quali, pur restando la religione centro della vita sociale, veniva esplicato come con l’uso della ragione si potesse pervenire alla conoscenza di un determinato oggetto.

La vera e più profonda dottrina su fede e ragione ebbe il suo sviluppo soltanto dopo il diffondersi nell’impero romano della religione cattolica, e proprio un vescovo cattolico, Agostino di Ippona (354-430), diede una prima definizione dei due insiemi.

Per Agostino fede e ragione sono, in sintesi, due elementi complementari: la fede è “luce per l’intelletto”, la ragione è la condizione per accogliere la fede dentro di sé, risultando dunque gli estremi del rapporto che lega l’uomo a Dio.

Fu un filosofo e teologo inglese, Guglielmo di Ockham (1288-1349), il primo a contrapporsi alle tesi dell’Ipponiense, ritenendo che per giungere alla conoscenza era necessario soltanto l’intelletto e non la fede: infatti nel principio metodologico da lui creato (cd. Rasoio di Ockham) era considerato inutile formulare più teorie di quelle strettamente necessarie per spiegare un determinato fenomeno.

Il contrasto fra fede e ragione divenne un vero ed aspro scontro durante il processo galileiano, nel corso del quale nonostante il Galilei dimostrò con la certezza dei fatti (la ragione) la validità del modello eliocentrico copernicano, la Chiesa, sostenitrice dell’ormai obsoleto modello geocentrico aristotelico-tolemaico lo costrinse all’abiura, basandosi esclusivamente sulle interpretazioni delle sacre scritture (la fede).

Il progressivo allontanamento dei due sistemi si trasformò in completa e profonda frattura in età illuministica, in particolare per opera di Rousseau e Voltaire, i quali ribadirono, per lasciarsi alle spalle il “buio” della cieca fede che aveva caratterizzato il medioevo e parte del rinascimento, l’importanza del “lume” della ragione.

La solidità della fede, legata soprattutto alla spiritualità della Chiesa, venne messa nuovamente a dura prova in età ottocentesca, quando il naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882) formulò la teoria dell’evoluzionismo, che si contrapponeva ed addirittura negava la teoria creazionista che costituiva per la Chiesa fondamento ineluttabile.

Su questo scontro che è iniziato secoli addietro è nata la società moderna, ed essendo la lotta ancora esistente non sono mancati momenti di tensione fra i sostenitori delle diverse teorie nonché fra gli ambienti ecclesiastici e quelli filosofico-scientifici.

La tensione è diminuita in tempi molto recenti grazie all’enciclica “Fides et Ratio” pubblicata da Giovanni Paolo II nel 1998, il quale ha tentato di ricondurre le parti al dialogo costruttivo sostenendo che fede e ragione non debbano per forza escludersi, ma al contrario esse si completano e sostengono a vicenda.

Infatti, scrive il Pontefice, “la fede e la ragione sono le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità”.

Ad oggi, in conclusione, il confronto, anche se meno aspro rispetto al passato, continua e sia i sostenitori della forza della fede sia i sostenitori della forza della ragione cercano di ottenere risultati importanti, anche insieme, come dimostra il recente collegamento fra Papa Benedetto XVI e gli astronauti della stazione spaziale internazionale,

Certamente ciò non è sufficiente ed altri sforzi dovranno essere fatti, ma qualcosa, per dirla alla Galileo, “e pur si muove!”

Paolo Leone

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna, Parte I: La teoria della separazione tra Diritto e Morale

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 5 maggio 2012.

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna (Parte I). L’analisi prosegue con la Parte II e la Parte III.

Il tema dei rapporti fra diritto e morale è uno di quegli argomenti che, soprattutto alla luce degli ultimi accadimenti, vale la pena affrontare.

Molto spesso i due termini vengono utilizzati, erroneamente, come sinonimi, ingenerando nella credenza popolare la sbagliata convinzione che esista fra loro un qualche elemento strettamente vincolante.

Nello studio e nella interpretazione della legge, dunque, è necessario precisare come diritto e morale siano due ambiti completamente diversi, nonostante abbiano molteplici aspetti congruenti.

Il giurista e filosofo tedesco Samuel von Pufendorf (1632-1694) fu uno dei primi ad analizzare nello specifico queste tematiche, muovendo dal presupposto che diritto e morale appartenessero a due sfere d’incidenza contrapposte e distinte: il diritto, alla sfera laica e quindi alle azioni cosiddette “esterne”, la morale alla sfera religiosa ed alle azioni cd. “interne”.

Questo concetto venne ripreso e rielaborato pochi anni più tardi dal giurista tedesco Christian Thomasius (1655-1728), che individuò la distinzione tra diritto e morale non più nella contrapposizione tra il mondo laico ed il mondo religioso, ma nella natura stessa dell’uomo.

Nell’opera Fundamenta iuris naturae et gentium (1705), il Thomasius riconduce diritto, morale e politica a tre diverse categorie: “honestum”, “iustum” e “decorum”.

Il primo è l’ambito della morale, il vivere onestamente, sintetizzabile nella massima “fai a te stesso ciò che vorresti gli altri facessero a te”.

Il secondo è l’ambito del diritto, “non fare agli altri ciò che vorresti che gli altri non facessero a te”.

Il terzo è l’ambito della politica, “fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te”.

Non è difficile, dunque, evincere come il pensiero del Thomasius prenda spunto dalla necessità di prescrivere un obbligo cooperativo e solidaristico per intervenire dove vi sia necessità.

La questione venne analizzata per la prima volta in ottica moderna dal giurista e filosofo austriaco Hans Kelsen (1881-1973), il quale riteneva che la distinzione tra diritto e morale non potesse basarsi sul tipo di comportamento al quale l’uomo è obbligato dai due sistemi, perchè lo stesso comportamento talvolta è contemporaneamente soggetto alla norma giuridica ed alla norma morale (ad es. il divieto di uccidere).

Oltre a quella del Thomasius, la logica Kelseniana supera anche quella del Pufendorf, in quanto la differenza diritto-morale non si rinviene neanche nell’area di azione “interna” o “esterna”: il coraggio di uccidere, per esempio, è una azione interna che sfocia nell’esterno volere (l’omicidio), oppure il divieto di uccidere che dall’esterno elimina l’interno intento omicida.

Per Kelsen, in sostanza, la differenza si evince unicamente dal fatto che soltanto la norma giuridica, e dunque la legge (si ricorda che norma e legge non sono la stessa cosa), ha carattere coercitivo, e cioè proviene dall’autorità costituita (lo Stato).

Queste linee di pensiero, oltre alle quali si ricordano anche illusti nomi quali Voltaire, Hobbes, Locke e Kant, hanno portato alla costituzione della moderna teoria giurisprudenziale, secondo la quale il diritto protegge un interesse che l’ordinamento giuridico ritiene meritevole di tutela.

Gli interessi giuridici, quindi, molto spesso coincidono con i precetti morali (ad es. il divieto di uccidere, oppure la tutela del diritto di proprietà) e dunque sono considerati “giusti”, altre volte da essi si discostano (ad es. l’istituto della prescrizione) e sono considerati “ingiusti” (moralmente, un delitto non si prescrive).

Queste argomentazioni, correlate alle recenti cronache, non conducono putroppo ad una immediata soluzione del conflitto fra diritto e morale: il problema è complesso ed ha radici antichissime, specie in politica dove diversi interessi vengono a convergere e la morale viene troppo spesso dimenticata.

Se gli stessi governanti vengono meno ai loro doveri, “quis custodiet ipsos custodes?”

Paolo Leone

Aktion T4: come risparmiare 885 milioni di marchi

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20 luglio 2013.

Il programma di eutanasia nazista.

Ancor prima della seconda guerra mondiale, in Germania, durante il periodo nazista, un contadino indirizzò una lettera al Führer nella quale chiese un favore per il proprio figlio neonato di nome Knauer. Brack, un dipendente della cancelleria tedesca, fece da intermediario e consegnò personalmente la lettera ad Hitler. Il 18 agosto del 1939 lo stesso Führer chiede ai medici e alle ostetriche della nazione di effettuare dei censimenti ‘scientifici’ sui bambini con meno di tre anni. Successivamente questa ricerca si estese anche agli adulti. Nel settembre del 1939 Hitler convoca Leonardo Conti, responsabile dei servizi sanitari civili, e Hans-Heinrich Lammers, ministro del Reich e capo della cancelleria. I due uomini vengono incaricati di approfondire il ‘censimento scientifico’ e di proseguire nella ‘ricerca’. Così la missione fu infine affidata al capo della capo della cancelleria del Führer, Bouhler, e al medico assistente Karl Brandt. Ha così inizio il programma Aktion T4. Il 27 giugno del 1945 la polizia militare americana scopre in uno degli stabilimenti dove veniva attuato l’Aktion T4 un documento oggi conosciuto come ‘le statistiche di Hartheim’. Dedussero, tramite queste statistiche, che la Germania nazista, attuando il programma Aktion T4, risparmiò ben 885 milioni di marchi l’anno, dal 1940 al 1942. Tradotta in chilogrammi di vari generi alimentari, basti pensare al risparmio di 4.781.339 ,72 Kg di pane, 19 milioni e rotti di patate e così via per zucchero, burro, caffè e carne. Le statistiche, in particolare, parlavano di 70 mila persone coinvolte dal ’40 al ’42 e di 300 mila fino al 1945. Ma cosa valgono queste cifre? Cosa hanno a che fare 70 mila persone con un risparmio di 885milioni e cosa intendevano i generali americani giunti a Kaufbeuren nel ’45 con “bisogna investigare ed accertare i fatti”? Tutto ciò avveniva nell’estate di 68 anni fa, proprio nei mesi di giugno e luglio, ma prima bisogna far presente una cosa. Per voi il 27 gennaio è la giornata della memoria delle vittime dell’olocausto, il giorno della commemorazione che fa guadagnare TV e giornali, che non fa altro che riproporre a pappardella i soliti filmati e i soliti ‘Benigni’. ‘La vita è bella, certo, ma soprattutto è facile per voi averne memoria e consapevolezza, vero? Ebbene pochi sanno che l’Aktion T4 non fu altro che il Programma nazista di eutanasia che prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche , inguaribili e (come nel caso Knauer) malformazioni fisiche. Bambini e adulti furono assassinati nelle date e nelle cifre riportate, da medici, suore e infermieri. Le investigazioni degli americani hanno provato lo scopo, i metodi e le cifre dello sterminio. Gli ufficiali ebbero l’incarico di confermare i fatti avvenuti, come dovettero confermare le parole della capo infermiera di Kaufbeuren che dichiarò di aver assassinato ‘approssimativamente’ 210 bambini nel corso di due anni di servizio. È chiaro che dietro tutto ciò ci fu la propaganda nazista, il lavaggio del cervello continuo e ininterrotto, ed è difficile stabilire come sia stato possibile un crimine del genere. Un po’ com’è difficile credere che la propaganda odierna vi faccia ricordare il 27 gennaio ma non dell’Aktion T4. Un po’ com’è difficile pensare che siate intelligenti, perspicaci e interessati a questi argomenti, piuttosto che ignoranti.

Massimo Citino