Aviazione

Spolpiamo l’Italia, parte I: Alitalia diventerà francese?

Il nostro Paese attraversa già un difficile periodo, data la crisi economica e la lenta ma inesorabile perdita dei valori sociali. Dall’estero aumentano i tentativi di toglierci quel poco che resta.
Nessuno fa niente per impedirlo, perchè? Dopo la Lamborghini e la Ducati, ora “tedesche” perchè facenti parte del gruppo Audi, sembra essere Alitalia costretta ad espatriare.
 

E’ iniziata in punta di piedi la trattativa che potrebbe portare Alitalia in mani francesi: proprio in queste ore i dirigenti di Air France stanno decidendo come portare avanti l’operazione.
Chiave di volta sulla quale poggerà l’intera operazione è il debito: gli analisti stimano che la compagnia italiana chiuderà il primo semestre del 2013 in rosso di circa 200 milioni di euro, costringendo i soci a ricapitalizzare immediatamente, iniettando nelle casse societarie dai 300 ai 350 milioni di euro per consentire il fluido susseguirsi dei voli.
Alitalia si difende, sostenendo che queste misure sono “un passo verso il risanamento”ma questa interpretazione non convince gli investitori.
Nel prossimo cda, infatti, sembra proprio che sarà Air France a fare la voce grossa, con l’obiettivo si aumentare le azioni dal 25% attuale al 45-49%, cosi da non dover immediatamente ricapitalizzare ma, di fatto, diventando azionista di maggioranza di Alitalia.

Alexandre de Juniac, ad Air France

E’ proprio l’ingombrante debito però, a frenare le aspettative francesi. L’operazione condotta da Air France, infatti, non punterebbe a cancellare il passivo, ma solo a renderlo “più sopportabile”.
Il totale di 1,1 miliardi di debito, di cui circa due terzi sono legati all’acquisto di nuove aereomobili, potrebbero essere rinegoziati in seno ad una maggioranza Air France.
L’amministratore delegato del vettore franco-olandese, Alexandre de Juniac, ha infatti commentato asserendo che “le necessità finanziarie della compagnia italiana non sono colossali, e l’investimento è alla nostra portata. Più che altro il problema è come risollevare la compagnia portandola a contrastare in particolare i vettori low cost, ai quali il governo italiano ha concesso parecchi diritti di traffico falsando di fatto la libera concorrenza ed il mercato.”
[vedi anche “Ryanair a Bergamo” e “Ryanair vi da il benvenuto a Stocazzemburg“, tutti articoli a cura GSI]

Flavio Zanonato, Ministro per lo sviluppo economico

Fortissima è, quindi, la stoccata contro la strategia dell’Italia nel settore aeroportuale, anche se il Ministro per lo sviluppo economico, Zanonato, fa scudo, dichiarando che “al momento non esiste alcuna trattativa. Queste sono solo invenzioni elaborate dai giornali.” Noi, tuttavia, non ne saremmo così sicuri. Se dalla Francia rimbalzano queste voci, molto probabilmente un fondo di verità c’è.
I giochi, addirittura, potrebbero complicarsi se nella trattativa si inserisse anche Etihad, gruppo arabo che sembra intenzionato ad aumentare il suo traffico aereo in Europa (ah, cosa non comprano i petroldollari!).

Tutto questo, in definitiva, fa male all’Italia? Se si, perchè?
Fa male, anzi, malissimo. In primo luogo perchè un’altro marchio di fabbrica del nostro Paese (dopo Lamborghini e Ducati, per esempio) viene comprato da capitali stranieri.
In secondo luogo, poichè l’acquisizione Air France comporterebbe un piano di rientro che prevede il licenziamento di circa 2000 dipendenti, che quindi rimarrebbero di punto in bianco senza lavoro.
Infine perchè, nella fase di profonda crisi che il nostro Paese attraversa, questa eccessiva de-industrializzazione potrebbe avere nel medio-lungo periodo effetti devastanti sulla nostra economia.

PS. La Commissione europea ha stabilito che il vecchio prestito di 300 milioni di euro che il governo italiano aveva fatto ad Alitalia nel 2008 non deve essere restituito, poichè illegittimo ed incompatibile con le regole di mercato.
I contribuenti, cioè NOI, abbiamo pagato tasse invano, per l’ennesima volta. Certo che a noi italiani piace proprio farci male da soli…

Paolo Leone

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Aiuto, il pilota dorme. Chi guida l’aereo?

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 19 gennaio 2013.

“Buonasera signore e signori, è il comandante che vi parla. Sedete al vostro posto, allacciate le cinture di sicurezza. Siamo in partenza per la nostra destinazione”.

Questo è più o meno il copione col quale inizia ogni volo, con il comandante che tranquillizza i passeggeri prima della partenza.
Dati alla mano, però, i più tranquilli sono proprio i piloti: così calmi che, secondo lo studio della ECA, associazione europea piloti, almeno 1 su 3 si addormenta ai comandi.

Addirittura il 92% dei piloti tedeschi afferma di aver guidato un aereo anche se troppo stanco per farlo.

Giovanni Galiotto, presidente dell’associazione piloti italiani, ha confessato un’episodio in cui si è “sentito molto stanco”, costringendo il copilota a portare a termine il volo da solo.

Da cosa dipende questa “stanchezza”? Dipende, semplicemente, dalla legislazione europea che consente ampie capacità decisionale alle compagnie aree che, per risparmiare sul personale, fissano per i piloti un gran numero di ore di volo consecutive e poche ore di riposo fra un turno e l’altro.

Negli Stati Uniti, invece, la situazione è completamente diversa.
In seguito ad un incidente a Buffalo nel quale l’aereo è precipitato costando la vita a piloti, personale e passeggeri, le autorità americane hanno varato un regolamento molto più severo.

GSI_Pilots

Un bimotore turboprop Dash 8. L’incidente di Buffalo ha coinvolto un aeromobile di questo tipo, ma di una compagnia aerea diversa. Foto di Giorgio Varisco.

Quello della stanchezza dei piloti è un problema serio e da non sottovalutare.

Nel 2008, in India, i piloti di una compagnia locale si sono addormentati ed hanno mancato l’atterraggio a Bombay, facendo credere alla torre di controllo che addirittura l’aereo fosse stato dirottato.

Nel 2011 i piloti di un velivolo delle Scandinavian Airlines si erano appisolati lasciando il controllo al pilota automatico senza sapere che quest’ultimo non era programmato per atterrare in autonomia, riuscendo ad evitare lo schianto per miracolo.

Certo, il ricorso al pilota automatico è un comportamento di “routine”, ma in caso di tempo avverso o in situazioni di emergenza, quando lo stesso pilota automatico si disconnette, come fa un pilota dormiente o intorpidito dal sonno ad evitare il disastro?

Nel giugno 2009 il volo AirFrance Rio de Janeiro-Parigi è precipitato nell’oceano, causando la morte di tutte le persone che si trovavano a bordo, perchè il comandante ed il copilota dormivano, e non sono riusciti a svegliarsi in tempo per rimettere in quota l’aereo.

In conclusione, l’argomento, che merita la giusta considerazione, necessita di un intervento, quantomeno a livello comunitario, per imporre alle compagnie aree turni più umani e maggior riposo per i piloti, onde evitare il ripetersi di tragedie simili.

Paolo Leone
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

Gli F-35, i temibili caccia “del futuro” bellico.

I giornali, le reti televisive ed internet sono pieni di notizie riguardanti gli F-35, aerei militari di ultima generazione e recente produzione, indicati dalla azienda costruttrice come “il futuro della guerra aerea”.

Contrariamente alle aspettative, però, questi “costosi giocattolini” sono stati sommersi dalle critiche fin dalle primigenie fasi di progettazione e sviluppo.

Andiamo quindi a verificare la natura delle contestazioni, cercando di non entrare troppo nei dettagli della storia dei bombardieri militari e nei tecnicismi più esasperanti, cosa che, oltre ad essere molto noiosa, è certamente inutile nel nostro caso.

Puntualizziamo l’oggetto dell’approfondimento: un F-35 è un’esemplare di caccia monoposto, con singolo propulsore, stealth (cioè invisibile ai radar), possibilità di decollo verticale (si solleva da terra come la DeLorean in “Ritorno al Futuro”), utilizzabile sia come supporto aereo ravvicinato (quindi contro altri aerei) sia come strumento per il bombardamento tattico (distruzione di obiettivi a terra).

Ad una prima lettura delle caratteristiche che possiede, il caccia sembra proprio un arnese niente male, ma già andando a verificare l’industria produttrice iniziano i problemi.

Gli F-35 sono infatti prodotti dalla Lockheed Martin, potente azienda attiva nel settore dell’ingegneria aerospaziale, che si è aggiudicata il bando del Dipartimento della Difesa americano per la produzione in serie di aerei di 5° generazione (o super-moderni, che dir si voglia).

La Lockheed, però, è una azienda tutt’altro che limpida. La stessa è stata infatti coinvolta in diversi casi di corruzione di funzionari statali per assicurarsi cospicue commissioni.

Il più famoso è senz’altro lo “scandalo Lockheed” che ha investito diversi paesi tra cui l’Italia, dando vita ad un intricato caso di giurisprudenza costituzionale e portando addirittura alle dimissioni il Presidente della Repubblica Giovanni Leone nel 1978.

Su Wikipedia, o qualsiasi altro portale di informazione online, potrete trovare altre informazioni al riguardo (http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Lockheed)

Veniamo ora all’analisi della prima categoria di critiche: il prezzo.

Quanto costa ogni singolo F-35?

Nella prima fase di sviluppo il prezzo dell’aereo “nudo” (cioè senza armamenti, da acquistarsi separatamente) era previsto in 40 milioni di dollari.

La correzione di alcuni difetti individuati in fase di sviluppo aveva immediatamente più che raddoppiato il prezzo per singolo pezzo: 92,3 milioni di dollari.

La stima finale e definitiva per la messa in produzione in massa si attesta invece sui 137,1 milioni di dollari, per motivi tutt’ora ignoti che ne la Lockheed ne il Dipartimento della Difesa americano hanno voluto rivelare.

Insomma, il costo di ogni singolo giocattolino in questione è aumentato di oltre il 200% rispetto alla stima iniziale (ovviamente armamenti a parte).

Certamente questi aerei sono molto costosi. Ma il sacrificio economico sarà almeno ripagato da uno strumento bellico moderno, efficiente ed resistente! Sicuri?

Perchè alle prime analisi e dai primi test sembra proprio che questi F-35 siano soltanto delle costosissime bagnarole.

Il progetto F-35 è stato analizzato dalla RAND Corporation, società di analisti strategico-militari che collabora col Dipartimento della Difesa americano. La conclusione è desolante: il caccia è lento, poco maneggevole e non sarebbe in grado di competere, in un ipotetico combattimento aereo, col rivale russo SU-35.

Pierre Spray, progettista di caccia militari, ha dichiarato in una intervista facilmente reperibile su YouTube “the F-35 joint fight striker is a lemon!”, un limone, cioè pesante e poco reattivo.

Il maggiore Richard Foch, United States Air Force, ha pubblicamente rivelato di “sudare freddo” al solo pensiero che gli F-35 siano impiegati in battaglia.

Nonostante questi “difettucci” sono stati prodotti alcuni esemplari per i test.

I Paesi interessati all’acquisto, sopratutto gli USA e i Paesi europei NATO, avranno quantomeno aspettato che si concludessero i test prima di comprare queste “carrette del cielo” dal modico costo di 137,1 milioni di dollari a pezzo (sempre armamenti a parte)?

No! Incredibile ma vero, gli aerei sono stati già ordinati!

E così gli USA ne hanno ordinati oltre 2000, l’Italia 90 (originariamente 130), l’Inghilterra 138, l’Olanda 60, etc. etc.

Ma oltre al danno, ecco giungere anche la beffa!

Per migliorare la velocità e la manovrabilità in volo pare che gli ingeneri della Lockheed abbiamo “alleggerito” l’aereo, rimuovendo alcune parti metalliche e modificando la scocca.

Idea assolutamente geniale: non solo l’aereo è rimasto una carretta lenta e statica, ma sembra che “l’alleggerimento” comporti una resistenza ai colpi inferiore del 25%.

In sostanza, il caccia “ultramoderno” sarebbe più fragile di quelli che dovrebbe sostituire.

Basterebbe addirittura un colpo messo bene a segno per abbatterlo.

Ma i geniacci della Lockheed sono andati oltre.

Per alleggerire il peso hanno rimosso alcune protezioni del serbatoio carburante, trascurando il dettaglio “meteo”.

Pare proprio, infatti, che se un F-35 venisse colpito da un fulmine le protezioni al serbatoio non sarebbero sufficienti, comportando l’esplosione del velivolo.

In conclusione, la vicenda ha degli aspetti assolutamente paradossali.

Innanzitutto, è davvero necessario spendere così tanto in degli armamenti che, considerando le forze USA e Nato, saranno usati molto poco?

E se, anche per assurdo, queste spese fossero giustificate, possiamo davvero affidare la nostra difesa a questi caccia inaffidabili? Se piove e ci sono i fulmini cosa facciamo? Non ci difendiamo?

E poi, perchè spendere miliardi in armamenti quando i popoli sono in crisi ed i cittadini vivono senza ricevere gli adeguati servizi per i quali pagano le tasse (scuole, trasporti, ambiente, lavoro)?

Sarebbe meglio, senza dubbio, chiudere i progetti di questo aereo in un archivio ed investire i soldi pubblici la dove ce n’è veramente bisogno.

Paolo Leone

Scene da film su un volo Lufthansa

I media italiani si distinguono ancora nel riportare la notizia con scarsa precisione.

Mentre il Boeing 747 Lufthansa LH403 volava sull’Atlantico, da Newark a Francoforte, il pilota ha avvertito un malore, un fortissimo mal di testa secondo fonti tedesche, ed ha deciso di dirottare il volo verso l’aeroporto più vicino, quello di Dublino.

A questo punto un passeggero, appreso il motivo del dirottamento, si sarebbe offerto per aiutare il pilota in fase di atterraggio. E’ a questo punto che fra i media italiani iniziano le discrepanze e la notizia diventa parecchio confusa.

Secondo alcuni (http://www.altopascio.info/2012/11/22/pilota-di-un-boeing-747-lufthansa-si-sente-male-passeggero-interviene-e-fa-atterrare-aereo/) ci troveremmo di fronte ad un semplice passeggero che, senza possedere nozioni di pilotaggio, sarebbe riuscito a far atterrare l’aereo, come in un film hollywoodiano. Nell’articolo, inoltre, la figura del copilota non è nemmeno menzionata.

Per l’AGI, invece, (http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201211211830-ipp-rt10322-pilota_lufthansa_sviene_passeggero_eroe_porta_in_salvo_l_aereo) il passeggero sarebbe un pilota della compagnia Air Berlin, ed, una volta ai comandi, avrebbe fatto atterrare l’aereo. Anche in questo caso, nessuna menzione per il povero copilota.

Al contrario, secondo Avionews, (http://www.avionews.it/index.php?corpo=see_news_home.php&news_id=1147512&pagina_chiamante=index.php) il passeggero, pilota di natura non specificata nell’articolo, sarebbe stato “arruolato” dal copilota ed utilizzato per compiere azioni secondarie.

Bisogna ricordare che, comunque, il regolamento aereo consente al pilota rimasto “abile” di utilizzare, se lo ritiene necessario, un passeggero per essere aiutato ai comandi.
Gli stessi regolamenti, infatti, impongono la coesistenza di due piloti, e se uno dei due accusa qualsiasi tipo di problema tale da impedirgli di pilotare, l’aereo si trova di fatto in una situazione di emergenza. Ogni pilota ,però, durante l’addestramento impara a pilotare l’aereo anche in solitaria, per ovviare a situazioni del genere.

In ogni caso l’intervento del passeggero (pilota o non) ha consentito che tutto andasse per il meglio e che gli oltre 250 passeggeri a bordo toccassero terra senza conseguenze, e la definizione di “eroe” attribuitagli dalla stessa compagnia aerea tedesce denota un atto di coraggio da apprezzare.
Le fonti giornalistiche italiane hanno, però, lasciato a desiderare.
Tutte le agenzie che hanno riportato il problema lo hanno fatto in maniera incompleta, senza dare una dimensione concreta ed attuale alla vicenda, con notizie contrastanti e poco informate. Queste mancanze, nel nostro paese, si verificano troppo spesso, impedendo agli utenti di avere una concreta e reale visione dei fatti, cosa che, un giornalismo vero e professionale, non dovrebbe consentire.

Paolo Leone