Economia

Spolpiamo l’Italia, parte II: la Telecom spagnola.

La compagnia di telecomunicazioni spagnola Telefonica prende il controllo con soli 800 milioni. Gli azionisti italiani non oppongono resistenza; un altro pezzo del “made in Italy” va all’estero.
Continua da qui.

“Telecom non diventerà mai spagnola. C’è stato solo un cambio di azionariato in Telco.” Così si difende Franco Bernabè, presidente di Telecom e, agli occhi dell’Italia intera, grande sconfitto del momento.
La spagnola Telefonica, con un’operazione del tutto inaspettata dai manager italiani (ed in questo caso non ci stupiamo), ha aumentato la sua quota Telco, holding di maggioranza della Telecom.
Gli spagnoli, che ora hanno il 46% della società controllante, hanno previsto una scalata a tappe forzate, per arrivare al 100% del controllo nel minor tempo possibile: entro fine anno, con un aumento di capitale di 324 milioni di euro, arriverà al 66% delle quote. Nei primi mesi del 2014 seguirà una emissione di azioni Telefonica, per un totale di circa 845 milioni, così da arrivare al 70%. Infine, per salire al 100% di Telco, che ricordiamo essere azionista di maggioranza Telecom col 22,4% delle quote, Telefonica ha in mente di sborsare un altro miliardo circa.

Cesar Alierta, presidente Telefonica

Da più parti s’è levata la voce “il governo intervenga“. Ciò, ovviamente, non è possibile, perchè, si ricorda, la Telecom è una s.p.a., quindi privata, e lo Stato italiano non può interferire con le sue vicende di mercato, salvo esercitare un potere di vigilanza e controllo attraverso la Consob.
Il vero problema, o meglio, la domanda da farsi in questo caso è la seguente: “come è possibile acquistare Telecom a prezzi così bassi?”.
Questo dipende essenzialmente da due motivi principali: il primo è la miopia dei dirigenti, che non hanno saputo espandere il mercato Telecom facendosi travolgere dalla concorrenza e dalla crisi; il secondo dipende dall’elevato debito della società, attualmente pari a 28 miliardi di euro.

Franco Bernabè, presidente Telecom

L’operazione, qualora vada a buon fine, comporterà sicuramente dei cambi a livello dirigenziale, dato che difficilmente Telefonica affiderà il comando a dirigenti di così basso spessore come quelli italiani.
Il presidente di Telecom, Franco Bernabè, ai giornalisti che domandavano se avesse ricevuto rassicurazioni sulla sua permanenza in Telecom ha risposto “lo spagnolo, purtroppo, è una delle poche lingue che non conosco”.
Siamo sicuri, però, che i “top manager“, vuoi la lauta busta paga che ricevono ogni mese, vuoi la loro capacità di riciclarsi meglio della plastica, non avranno problemi.
I sindacati, invece, parlano di ben 16.000 lavoratori a rischio, qualora Telefonica voglia mettere in atto un piano di rientro dal debito.
A queste paure ha cercato di mettere un freno Marco Patuano, amministratore delegato Telecom, ribadendo di non essere “interessato a licenziare nessuno”. Per la sua parola, però, nessuno metterebbe la mano sul fuoco.

Quali sono i pericoli che corre l’Italia, ed i più particolare gli italiani?
Il primo è senza dubbio quello di perdere ancora una volta un pezzo del “made in italy”, aumentando quella de-industrializzazione che inizia a gravare sul Paese [vedi anche “Alitalia francese”].
Il secondo, nonchè il più grave, riguarda tutte le informazioni, intercettazioni e comunicazioni riservate che negli anni ha accumulato la Telecom, che ora potrebbero passare in “mani spagnole”.
Secondo la Consob, infatti, data la numerosità dei dati ed informazioni sensibili, nonchè dei “Big Data” presenti negli archivi Telecom (avete presente i casi Snowden o Assange? Ecco, si tratta di informazioni di quel genere), la compagnia di telecomunicazioni sarebbe un “asset strategico, pertanto non negoziabile”.

In conclusione, noi italiani paghiamo ancora una volta la mediocrità e l’ipocrisia della nostra classe dirigente, e la cosa è molto grave dato che ci costa in termini monetari, di immagine, e di progresso sociale.
Inoltre, la mancanza di una rete tlc statale comporta il rischio di rimanere dipendenti dalle compagnie private, che sappiamo, in nome del denaro, non guardare in faccia a nessuno.

Paolo Leone

PS. per capire l’evolversi della vicenda, e vedere come l’essere umano è agile nel cambiare idea (Beppe Grillo compreso), potete leggere qui e dopo qui.

Spolpiamo l’Italia, parte I: Alitalia diventerà francese?

Il nostro Paese attraversa già un difficile periodo, data la crisi economica e la lenta ma inesorabile perdita dei valori sociali. Dall’estero aumentano i tentativi di toglierci quel poco che resta.
Nessuno fa niente per impedirlo, perchè? Dopo la Lamborghini e la Ducati, ora “tedesche” perchè facenti parte del gruppo Audi, sembra essere Alitalia costretta ad espatriare.
 

E’ iniziata in punta di piedi la trattativa che potrebbe portare Alitalia in mani francesi: proprio in queste ore i dirigenti di Air France stanno decidendo come portare avanti l’operazione.
Chiave di volta sulla quale poggerà l’intera operazione è il debito: gli analisti stimano che la compagnia italiana chiuderà il primo semestre del 2013 in rosso di circa 200 milioni di euro, costringendo i soci a ricapitalizzare immediatamente, iniettando nelle casse societarie dai 300 ai 350 milioni di euro per consentire il fluido susseguirsi dei voli.
Alitalia si difende, sostenendo che queste misure sono “un passo verso il risanamento”ma questa interpretazione non convince gli investitori.
Nel prossimo cda, infatti, sembra proprio che sarà Air France a fare la voce grossa, con l’obiettivo si aumentare le azioni dal 25% attuale al 45-49%, cosi da non dover immediatamente ricapitalizzare ma, di fatto, diventando azionista di maggioranza di Alitalia.

Alexandre de Juniac, ad Air France

E’ proprio l’ingombrante debito però, a frenare le aspettative francesi. L’operazione condotta da Air France, infatti, non punterebbe a cancellare il passivo, ma solo a renderlo “più sopportabile”.
Il totale di 1,1 miliardi di debito, di cui circa due terzi sono legati all’acquisto di nuove aereomobili, potrebbero essere rinegoziati in seno ad una maggioranza Air France.
L’amministratore delegato del vettore franco-olandese, Alexandre de Juniac, ha infatti commentato asserendo che “le necessità finanziarie della compagnia italiana non sono colossali, e l’investimento è alla nostra portata. Più che altro il problema è come risollevare la compagnia portandola a contrastare in particolare i vettori low cost, ai quali il governo italiano ha concesso parecchi diritti di traffico falsando di fatto la libera concorrenza ed il mercato.”
[vedi anche “Ryanair a Bergamo” e “Ryanair vi da il benvenuto a Stocazzemburg“, tutti articoli a cura GSI]

Flavio Zanonato, Ministro per lo sviluppo economico

Fortissima è, quindi, la stoccata contro la strategia dell’Italia nel settore aeroportuale, anche se il Ministro per lo sviluppo economico, Zanonato, fa scudo, dichiarando che “al momento non esiste alcuna trattativa. Queste sono solo invenzioni elaborate dai giornali.” Noi, tuttavia, non ne saremmo così sicuri. Se dalla Francia rimbalzano queste voci, molto probabilmente un fondo di verità c’è.
I giochi, addirittura, potrebbero complicarsi se nella trattativa si inserisse anche Etihad, gruppo arabo che sembra intenzionato ad aumentare il suo traffico aereo in Europa (ah, cosa non comprano i petroldollari!).

Tutto questo, in definitiva, fa male all’Italia? Se si, perchè?
Fa male, anzi, malissimo. In primo luogo perchè un’altro marchio di fabbrica del nostro Paese (dopo Lamborghini e Ducati, per esempio) viene comprato da capitali stranieri.
In secondo luogo, poichè l’acquisizione Air France comporterebbe un piano di rientro che prevede il licenziamento di circa 2000 dipendenti, che quindi rimarrebbero di punto in bianco senza lavoro.
Infine perchè, nella fase di profonda crisi che il nostro Paese attraversa, questa eccessiva de-industrializzazione potrebbe avere nel medio-lungo periodo effetti devastanti sulla nostra economia.

PS. La Commissione europea ha stabilito che il vecchio prestito di 300 milioni di euro che il governo italiano aveva fatto ad Alitalia nel 2008 non deve essere restituito, poichè illegittimo ed incompatibile con le regole di mercato.
I contribuenti, cioè NOI, abbiamo pagato tasse invano, per l’ennesima volta. Certo che a noi italiani piace proprio farci male da soli…

Paolo Leone

Giudice USA condanna l’Argentina al rimborso dei bond, il paese ripiomba nel caos

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso xx xxxx 2012.

Ennesima dimostrazione dell’inefficacia del sistema economico e monetario internazionale.

Alla fine del 2001 la situazione economica argentina, già viziata dalla cattiva politica e da una pessima gestione degli investimenti statali, culminò in una crisi tale da determinare il più catastrofico crack finanziario del mondo, portando il Paese sull’orlo della guerra civile.

Ancora oggi sono presenti nei nostri ricordi le immagini degli uomini e delle donne argentini che bruciavano i cartelloni pubblicitari delle multinazionali e si scontravano nelle strade con le forze dell’ordine poste a difesa dei palazzi del potere.

Coloro i quali avevano investito nei titoli di Stato argentini, tecnicamente «bond», nel giro di pochi mesi si erano ritrovati sul lastrico.

Nonostante la guerra civile sembrasse ormai inevitabile, il Paese sud americano attraverso una politica attenta e drastiche misure socio-economiche è riuscito lentamente a risollevarsi dall’incubo in cui era piombato.

Nella situazione di «default» (insolvenza) creatasi, il governo argentino si è trovato di fronte al compito di rifinanziare il debito pubblico contratto, circa 95 miliardi di dollari, senza poter attingere dalle riserve di valuta ormai esaurite e senza l’aiuto di capitali esteri.

Con una presa di posizione molto forte, nel 2005 venne trovato un accordo con i creditori attraverso un contratto di «swap» (scambio): il 76% dei bond ancora insoluti sarebbero stati sostituiti con altri da un valore nominale molto più basso (fino al 35% in meno) e con una scadenza molto più lunga.

La posizione del 24% rimanente dei creditori che non aveva accettato l’accordo rimaneva ancora pericolosamente aperta.

Il pericolo solo lontanamente ipotizzato, si è finalmente concretizzato. La batosta è arrivata all’improvviso e mette l’Argentina in pessime acque.

Il giudice distrettuale di Manhattan Thomas Griesa ha stabilito che l’Argentina deve pagare immediatamente i creditori che non accettarono l’accordo di swap nel 2005 ed inoltre, finché non lo farà, non potrà pagare nemmeno gli altri creditori, sia quelli che accettarono l’accordo, i cosiddetti «creditori ristrutturati», sia coloro i quali sono divenuti creditori dello stato argentino dal 2005 ad oggi.

La decisione del giudice è arrivata dopo l’esposto della NML Capital, fondo di investimenti americano a cui l’Argentina deve 1,3 miliardi di dollari, più interessi.

Sono state inoltre rigettate le argomentazioni vantate dai «creditori ristrutturati», che hanno accettato forti tagli nei crediti ed ora ritengono ingiusto il pagamento del 100% del capitale ai creditori non ristrutturati.

«All’accettazione dello swap – precisa il giudice – gli aderenti dovevano sapere che altri non lo avrebbero fatto».

L’Argentina ora è all’angolo. Questo avvenimento stronca la lenta ripresa del Paese.

I pagamenti in scadenza per fine 2012 ammontano a 4 miliardi di dollari per i rimborsi; 3,4 miliardi per la crescita economica; 11 miliardi di bond ancora da saldare; 25 miliardi di debiti soltanto con investitori americani. Il tutto senza calcolare gli interessi.
Le riserve della banca centrale argentina ammontano a circa 45 miliardi di dollari, insufficienti per saldare tutti i debiti.

Il governo potrebbe quindi decidere di non pagare nessuno dei creditori e dichiarare, per la seconda volta in 10 anni, bancarotta.

La vicenda argentina mostra come, in maniera inequivocabile, la gestione della finanza di uno Stato deve essere effettuata in maniera attenta ed oculata, senza cadere nelle trappole delle speculazioni e degli sprechi. Alla luce della crisi economica attuale, ciò appare ancora lontano, soprattutto in Europa dove molti Paesi rischiano di fare la fine dell’Argentina.

Attenti al denaro: ricordiamo le parole di Marx, secondo il quale “Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. Con esso l’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo è diventato schiavo della cosa”.

Paolo Leone

Un’occasione di sviluppo lungo il mare

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 25 maggio 2013. 

Sono in corso, in questi giorni, i lavori per la realizzazione del Lungomare di Lamezia Terme, unopera da tanto tempo attesa dai cittadini, che, nel corso degli anni, è stato oggetto anche di campagne elettorali. L’argomento è stato sempre molto gettonato, in quanto si sa che un lungomareè un opera molto influente sul turismo del luogo in cui si trova. Guardiamo Riccione, ad esempio, la città delle vacanze marittime-estive per eccellenza in Italia. Ilsuo lungomare è meta di turisti, che ogni anno affollano quei kilometri pieni di stabilimenti balneari, hotel e discoteche; meta soprattutto di giovani, che sono il primo motore del turismo. Chiunque, d’estate, quando pensa al mare e alle vacanze rievoca Riccione, quasi come se il termine“estate” fosse sinonimo del nome di questa città; non dimentichiamoci che nell’Italia del boomeconomico l’italiano medio (e non solo) aspettava con desiderio le ferie estive, per poi partire versoquesta meta. Ma questi erano altri tempi; era l’Italia post-guerra, l’Italia della ripresa economica, insomma: l’Italia di 50 anni fa. Oggi la situazione è completamente diversa; il boom economico è in senso opposto, la ripresa economica è ormai da libro di storia. Quindi mi domando: è proprio necessario, oggi, per unlametino, dover arrivare a Riccione, o comunque in altre località turistiche calabresi per trascorrerele proprie vacanze o per trascorrere anche un week-end diverso in prossimità del mare? Siam sicuriche il lungomare, così come progettato sia, non dico meta desiderata dall’italiano medio, ma almeno gradita dagli autoctoni e non? Non credo. L’opera in corso di realizzazione si prospetta come un “contentino” per il lametino, che continuerà a

trascorrere le proprie vacanze nel vicino comune di Falerna o nelle note località turistiche calabresi, salvo un breve affollamento del loco comportato solo dalla “novità”. Infatti sono carenti i complessi alberghieri in località Marinella e nessuno, mai, avrà coraggio imprenditoriale di investire in unluogo dove sa di non riuscir nemmeno a recuperare quanto investimento.La pineta attraverso la quale si accede verso il lungomare è disastrata, ma soprattutto ingestibile, sia per il lavoro di manutenzione straordinaria e, successivamente, ordinaria che si dovrà effettuare per mantenerla “decentemente presentabile”, sia per il denaro che si dovrà spendere per fare ciò. Il lungomare, poi, come progettato, si presenta come un luogo fuori dalla realtà, distaccato dal restantecontesto urbano, ancora in evolvendo, ma con rispettosissima potenzialità. Non capisco, poi, perché un lungomare, che nasce come “immerso nel verde”, debba essere dal verde stesso oscurato;sarebbe più utile che quest’ultimo servisse il primo, piuttosto che il contrario. Infatti, se si abbattesse quell’ingestibile area per spostarla più avanti, inserendo una vegetazione più gestibile,ma soprattutto più consona e evocativa di zone marine, si trarrebbe maggior vantaggio da più puntidi vista. In primis, farebbe da scudo proprio al lungomare durante i periodi invernali in caso dimareggiate (si veda il lungomare di Gizzeria). Secondariamente, il lungomare si presenterebbe come “anello di congiunzione” tra il contesto urbano e il verde/mare. In terzo luogo, un miglior aspetto estetico incentiverebbe maggiormente l’avvento di persone, perché si sa: “l’occhio vuole la sua parte”; e, infatti, proprio tal fattore estetico contribuirebbe anche ad un incremento economico-occupazionale della città. Ovviamente, tutto quanto il processo di urbanizzazione e crescita della zona dovrebbe essere sotto “stretto controllo” della mano pubblica, la quale dovrebbe far prevalere l’estetismo, la qualità, l’innovazione e la produttività sul “risparmio”; anche perché i nostri nonni dicevano bene: “paga caru, ca stà mparu”.
Paolo Putrino Gallo

Le bufale sulle misure di Hollande. Francia allo sbando, i ricchi scappano.

Ma non doveva guidare l’Europa fuori dalla crisi? Dove è finita la via della “grandeur”?
 

La vittoria alle elezioni del neo-presidente Hollande sembrava aver aperto la strada al definitivo rilancio del paese transalpino.
A sei mesi dalle elezioni, però, com’è veramente la situazione?
Grave, molto grave.

Il Paese è nel marasma più totale; i francesi si sono finalmente accorti che siamo tutti prigionieri dell’Europa, anche chi, come loro, si illudeva di far parte della “amministrazione carceraria” e non del gruppo (come Italia, Spagna e Grecia) dei “detenuti a vista”.
L’UMP (Mouvement Populaire), dopo la mancata rielezione di Sarkozy ed il suo ritiro dalla scena pubblica, è rimasto coinvolto nella lotta per la nuova leadership. I nomi erano due: Francois Fillon (già primo ministro) e Jean-Francois Copè (segretario del partito). Ha vinto quest’ultimo per meno di cento voti (87.388 contro 87.290), ma la lotta è stata così violenta che Le Monde l’ha definita “ubuesque”, grottesca.
Il collasso dell’UMP, addirittura, sembra aprire la strada la ritorno di Sarkozy: pare che senza di lui non ci sia ne leader ne partito.

Il Presidente Hollande non se la passa meglio: il suo indice di gradimento è sceso in sei mesi dal 65 al 35%: peggio aveva fatto solo Chirac nel lontano 1995. I francesi rinfacciano al Presidente l’essersi piegato in Europa all’egemonia tedesca e di non aver rispettato le promesse fatte in campagna elettorale.

In concreto, dunque, cosa ha fatto Hollande?
La disinformazione italiana colpisce ancora.
Il famoso documento che è circolato su vari siti ed in molti profili facebook sembra essere una bufala.
Di seguito il link delle “fantomatiche” riforme
http://www.freeopinionist.com/2012/07/17/francia-ecco-come-uno-stato-serio-ha-affrontato-la-crisi/

Tutto ciò che viene descritto nel testo non trova nessun riscontro ne sui media francesi ne sul sito ufficiale dell’Eliseo.
Solo alcuni blog sulla rete si sono accordi della “bufala”.
http://www.freeopinionist.com/2012/07/17/provvedimenti-di-hollande-quasi-tutto-una-bufala/
http://www.alla-fonte.it/joomla/index.php?option=com_content&task=view&id=236&Itemid=37
Per una vera e completa informazione, sarebbe meglio seguire la pagina dell’osservatorio sulla “agenda Hollande” (https://www.facebook.com/agendahollande).

Ha dunque ragione l’autore di questa immagine
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L’unico vero provvedimento rilevante preso fino ad ora dal Presidente francese è stato quello di introdurre una aliquota (tassa) al 75% sui redditi superiori al milione di euro.

In teoria, il provvedimento sembra essere giusto ed efficace. In pratica, i risultati saranno pessimi.
La maggioranza dei ricchi di Francia ha ben pensato di acquistare casa in Belgio, dove è sufficiente prendere la residenza, e non la cittadinanza, per essere assoggettati al fisco belga, molto più “leggero” di quello francese.
Casi eclatanti sono stati quello dell’attore Gerard Depardieu, che ha preso casa nella belga Estempuis (circa 2 Km dal confine), e quello di Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia, patron del colosso del lusso Lvmh (Louis Vuitton – Moet Hennessy), che ha ispirato la copertina di Liberation: “vattene, ricco coglione”.
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E l’estero cosa pensa della Francia? L’agenzia di rating Moody’s ha declassato la Francia: da AAA ad AA1, con previsioni negative per il futuro. I media tedeschi l’hanno definita “il malato d’Europa”.
L’inglese Economist ha dedicato uno speciale al paese francese con in copertina una baguette-bomba pronta ad esplodere.
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E’ evidente che sono i poteri finanziari a tenere in mano gli Stati. E non c’è alternativa.
Comunque vada, siamo spacciati.

Paolo Leone

Aggiornamento 17/12/2012

Da stamane è pubblica la notizia che l’attore Gerard Depardieu, già citato nell’articolo, ha ufficialmente restituito il passaporto francese, prendendo la residenza in Belgio. Le critiche al gesto, anche molto dure, sono arrivate immediatamente e numerosissime.
Oltre a lui, sono “scappati” dalla scure del 75% di aliquota sui redditi superiori al milione di euro anche le star della musica Charles Aznavour e Johnny Hallyday e l’attore Alain Delon. Questi ultimi sembrano aver preso la residenza in Svizzera.
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A differenza di costoro, però, c’è chi ha fatto la scelta di rimanere.
La star del tennis Yannick Noah ha dichiarato che “in un momento come questo, gli sforzi maggiori spettino a chi è stato più fortunato nella vita”.

Intanto secondo l’Istituto di Statistica francese, nel Paese i poveri sono 8,6 milioni (circa 1 francese su 7), il 20% dei giovani è disoccupato e, incrociando i dati con il sistema bancario, si stima che circa 15 milioni di francesi arrivano alla fine del mese con solo 100 euro in tasca.

E la Francia avanza sempre più verso il baratro…

P.L.

La politica europea in crisi affossa tutta l’eurozona.

Un rapporto del FMI smaschera i danni della mancata coesione comunitaria.
 

L’Europa dell’Euro è in recessione e sul bilancio dell’Unione è tutti contro tutti.
Si è concluso in un fiasco l’incontro tra i capi di Stato e di Governo nel quale doveva essere approvato l’accordo per il periodo 2014-2020.
Un nuovo incontro è previsto per i primi mesi del 2013.
Forti le tensioni tra i Paesi nordici dalle finanze più sane ed i Paesi dell’area mediterranea con le casse in rosso.
Nella confusione si distingue una posizione dominante: Deutschland uber alles.
Il tutto a causa della crisi e di come è stata affrontata.

Gli studi più accreditati sull’argomento sono quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, nonostante una originaria cultura “rigida”, ha operato scelte opposte a quelle della Germania, similmente a Nobel per l’economia quali Krugman e Stiglitz, e banchieri del calibro di Bernanke e Draghi.
Secondo quanto elaborato dal FMI per capire la crisi bisogna partire da tre indicatori: crescita, disoccupazione, debito.
Nei Paesi in cui la crescità c’è, essa è troppo debole per dare slancio all’economia e all’occupazione; il debito pubblico in Europa ha raggiunto gli stessi livelli del 1945 appena terminata la II° Guerra Mondiale.
L’insieme di questi fattori ha generato dubbi sulla solvibilità degli Stati, provocando tagli del “rating” (ricordate Moody’s e Standards & Poors?)
e aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato.

A questo l’UE ha reagito imponendo piani di “austerity” (vedasi Grecia): un consolidamento fiscale che ha finito per contrarre la domanda, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori, e ritirare l’offerta, causando contrazione degli investimenti e disoccupazione.
A ciò si è aggiunto il non corretto comportamento del sistema bancario, che ha espanso lo “shock speculativo” invece di assorbirlo.
Il rifiuto tedesco di emettere Eurobond, titoli di Stato comunitari, e la miopia franco-tedesca nel richiedere l’intervento delle banche in caso di “default” di uno Stato hanno provocato la rarefazione di liquidità dei singoli Paesi, sopratutto quelli in crisi, ed hanno spinto le banche al “credit crunch” (stretta del credito).

La situazione italiana, poi, si è aggravata perchè la principale banca tedesca, la Deutsche Bank, ha ridotto la propria esposizione nei confronti del debito pubblico italiano da 8 miliardi a 1 miliardo di euro (-88%), innescando un circolo vizioso di vendite di titoli italiani e generando panico sul mercato.

Nel frattempo gli USA rischiavano il default per il superamento del tetto di 14.300 miliardi di dollari che il Congresso ha posto nel 1917 come limite massimo di debito pubblico.
La risposta americana è stata decisa: è stata immessa nel mercato statunitense una forte liquidità per risanare il debito e far ripartire l’economia (per esempio, Obama ha prestato alla FIAT 8 miliardi di dollari per salvare la Chrysler e migliaia di posti di lavoro americani).
I capitali inflazionati sono stati invece spostati verso l’Europa, individuando di volta in volta un Paese su cui speculare: prima l’Islanda, poi Grecia e Portogallo, infine Spagna e Italia.

La politica pauperistica e di rigore imposta dalla Germania (sopratutto alla Grecia che di fatto ha perso la propria sovranità nazionale ed è commissariata) ha vanificato gli sforzi della Banca Centrale Europea (BCE) che, da quando è presidente il nostro Mario Draghi, ha attuato misure “non convenzionali” per l’acquisto su mercati secondari di titoli di Stato dei Paesi a rischio.

La situazione finanziaria continua ad essere incerta, mentre l’economia peggiora. In Italia nel solo 2012 la pressione fiscale è salita del 3% (la “cura Monti”).
Non sarebbe il caso di fermarsi, ragionare e ripartire insieme? Eh, Angela?

Paolo Leone