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Spolpiamo l’Italia, parte I: Alitalia diventerà francese?

Il nostro Paese attraversa già un difficile periodo, data la crisi economica e la lenta ma inesorabile perdita dei valori sociali. Dall’estero aumentano i tentativi di toglierci quel poco che resta.
Nessuno fa niente per impedirlo, perchè? Dopo la Lamborghini e la Ducati, ora “tedesche” perchè facenti parte del gruppo Audi, sembra essere Alitalia costretta ad espatriare.
 

E’ iniziata in punta di piedi la trattativa che potrebbe portare Alitalia in mani francesi: proprio in queste ore i dirigenti di Air France stanno decidendo come portare avanti l’operazione.
Chiave di volta sulla quale poggerà l’intera operazione è il debito: gli analisti stimano che la compagnia italiana chiuderà il primo semestre del 2013 in rosso di circa 200 milioni di euro, costringendo i soci a ricapitalizzare immediatamente, iniettando nelle casse societarie dai 300 ai 350 milioni di euro per consentire il fluido susseguirsi dei voli.
Alitalia si difende, sostenendo che queste misure sono “un passo verso il risanamento”ma questa interpretazione non convince gli investitori.
Nel prossimo cda, infatti, sembra proprio che sarà Air France a fare la voce grossa, con l’obiettivo si aumentare le azioni dal 25% attuale al 45-49%, cosi da non dover immediatamente ricapitalizzare ma, di fatto, diventando azionista di maggioranza di Alitalia.

Alexandre de Juniac, ad Air France

E’ proprio l’ingombrante debito però, a frenare le aspettative francesi. L’operazione condotta da Air France, infatti, non punterebbe a cancellare il passivo, ma solo a renderlo “più sopportabile”.
Il totale di 1,1 miliardi di debito, di cui circa due terzi sono legati all’acquisto di nuove aereomobili, potrebbero essere rinegoziati in seno ad una maggioranza Air France.
L’amministratore delegato del vettore franco-olandese, Alexandre de Juniac, ha infatti commentato asserendo che “le necessità finanziarie della compagnia italiana non sono colossali, e l’investimento è alla nostra portata. Più che altro il problema è come risollevare la compagnia portandola a contrastare in particolare i vettori low cost, ai quali il governo italiano ha concesso parecchi diritti di traffico falsando di fatto la libera concorrenza ed il mercato.”
[vedi anche “Ryanair a Bergamo” e “Ryanair vi da il benvenuto a Stocazzemburg“, tutti articoli a cura GSI]

Flavio Zanonato, Ministro per lo sviluppo economico

Fortissima è, quindi, la stoccata contro la strategia dell’Italia nel settore aeroportuale, anche se il Ministro per lo sviluppo economico, Zanonato, fa scudo, dichiarando che “al momento non esiste alcuna trattativa. Queste sono solo invenzioni elaborate dai giornali.” Noi, tuttavia, non ne saremmo così sicuri. Se dalla Francia rimbalzano queste voci, molto probabilmente un fondo di verità c’è.
I giochi, addirittura, potrebbero complicarsi se nella trattativa si inserisse anche Etihad, gruppo arabo che sembra intenzionato ad aumentare il suo traffico aereo in Europa (ah, cosa non comprano i petroldollari!).

Tutto questo, in definitiva, fa male all’Italia? Se si, perchè?
Fa male, anzi, malissimo. In primo luogo perchè un’altro marchio di fabbrica del nostro Paese (dopo Lamborghini e Ducati, per esempio) viene comprato da capitali stranieri.
In secondo luogo, poichè l’acquisizione Air France comporterebbe un piano di rientro che prevede il licenziamento di circa 2000 dipendenti, che quindi rimarrebbero di punto in bianco senza lavoro.
Infine perchè, nella fase di profonda crisi che il nostro Paese attraversa, questa eccessiva de-industrializzazione potrebbe avere nel medio-lungo periodo effetti devastanti sulla nostra economia.

PS. La Commissione europea ha stabilito che il vecchio prestito di 300 milioni di euro che il governo italiano aveva fatto ad Alitalia nel 2008 non deve essere restituito, poichè illegittimo ed incompatibile con le regole di mercato.
I contribuenti, cioè NOI, abbiamo pagato tasse invano, per l’ennesima volta. Certo che a noi italiani piace proprio farci male da soli…

Paolo Leone

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Ius soli: tra immigrazione ed integrazione

Le cronache recenti hanno acceso un feroce dibattito su un tema fino ad ora poco trattato, passato in secondo piano a causa della crisi economica e politica che ha colpito il nostro paese: lo ius soli.

IusSoli

Cosa significa, dunque, questa locuzione latina? E’ un’espressione prettamente giuridica che indica l’attribuzione ad un soggetto della cittadinanza per il solo ed unico fatto di essere nato nel territorio di un determinato Stato, con la conseguenziale acquisizione dei diritti e dei doveri che dato status comporta.

Rimanendo sempre in ambito giuridico, i teorici dello ius soli si contrappongono principalmente ai fautori della teoria dello ius sanguinis, che attribuisce invece la cittadinanza solo al nato da almeno uno dei genitori già cittadino di quel determinato stato.

La legislazione attualmente vigente in Italia attribuisce ai nuovi nati la cittadinanza solo se: essi sono figli di madre o padre cittadini; se nati nel territorio della Repubblica da entrambi i genitori apolidi; se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo le leggi dello Stato di questi.

La tematica, dunque, se già ben delineata e consolidata in ambito giuridico, è stata riproposta recentemente quale “problema sociale” dal Ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge, che ha proposto l’introduzione dello ius soli puro per tutti i nati in Italia da genitori immigrati.

Secondo l’interpretazione del Ministro, sarebbe questa la soluzione ai problemi di integrazione sociale che derivano dalla massiccia immigrazione che vede il nostro Paese meta ultima di molti migranti.

Restando comunque al di fuori della bagarre politica, che non interessa in questa sede, è necessario specificare come questa soluzione non sia largamente condivisa e come negli altri Paesi del mondo “occidentale” le cose funzionino diversamente.

Il primo punto della nostra osservazione impone analizzare la situazione nell’ambito dei confini nazionali italiani.

Siamo sicuri che lo ius sia la soluzione ai problemi di integrazione che affliggono il nostro Paese? Sembra proprio di no.

L’unica vera soluzione ai problemi che derivano dall’immigrazione (soprattutto quella massiccia) è l’integrazione del migrante nella struttura giuridico-sociale del Paese in cui esso si stabilisce.

E per integrazione deve intendersi quella “vera”, che consenta al “nuovo arrivato” di poter comprendere la lingua scritta e parlata, conoscere le regole principali che governano lo Stato (si fa riferimento, per esempio, ai principi fondamentali della Costituzione italiana), allontanarsi da fenomeni quali lavoro nero o criminalità.

Tutto ciò è possibile, ovviamente, solo se lo Stato ha un elevato potere di “assorbimento” e possa mettere il migrante nelle condizioni migliori.

L’esempio che rappresenta in pieno questa situazione è sicuramente la Germania, che ha al suo interno grandi comunità polacche, turche ed algerina perfettamente integrate (i calciatori della nazionale tedesca Ozil, Klose, Podolski, Khedira, tanto per citarne alcuni, sono di origine extratedesca).

Un esempio in negativo, purtroppo, è proprio l’Italia che, complice problemi interni irrisolti da tempo ormai immemore, ha una bassissima capacità di assorbimento e non aiuta i migranti a integrarsi davvero. I nostri Balotelli, Ogbonna o El Sharaawy sembrano più che altro “dei cavalli da parata”, ed il vuoto normativo unito al generale menefreghismo dei politici (ci ricordiamo lo slogan “diamo il voto agli immigrati” solo per raccogliere più voti alle elezioni?) fanno il resto.

Il piano del Ministro Kyenge, dunque, sembra proprio l’ennesima castroneria politico-nazionale, il topolino partorito dalla montagna, che se applicato in pieno, porterebbe più danni che benefici, attribuendo de iure la cittadinanza a coloro che de facto cittadini non sono.

Il secondo punto d’osservazione, invece, consente di spaziare nell’intero globo e verificare se e come lo ius soli venga applicato.

La cittadinanza per nascita dura e pura trova applicazione negli Stati Uniti, in Canada e nei paesi dell’America latina, anche se, dopo l’11 settembre 2001, il Congresso americano con la promulgazione del P.A.T.R.I.O.T. Act offre la possibilità di limitare l’applicazione dello ius soli qualora possa costituire pericolo per la sicurezza nazionale.

In Europa, invece, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda e Grecia applicano uno ius soli particolarmente mediato: in questi Paesi, infatti, esso consiste nell’offrire un percorso “facilitato” per l’ottenimento della cittadinanza se il soggetto è nato e risiede stabilmente in quel Paese.

In conclusione, dunque, piuttosto che continuare con gli slogan e le “sparate” tanto cari ai nostri politici, sarebbe meglio pensare a come migliorare le condizioni degli immigrati ed a come consentire loro di integrarsi, oltre a permettergli di conoscere e far rispettare le leggi, la lingua e le tradizioni italiane.

Solo così l’immigrazione può diventare integrazione; e come direbbe il rag. Ugo Fantozziper me, lo ius soli, è una cagata pazzesca”.

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Novantadue minuti di applausi.

Paolo Leone

Aiuto, il pilota dorme. Chi guida l’aereo?

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 19 gennaio 2013.

“Buonasera signore e signori, è il comandante che vi parla. Sedete al vostro posto, allacciate le cinture di sicurezza. Siamo in partenza per la nostra destinazione”.

Questo è più o meno il copione col quale inizia ogni volo, con il comandante che tranquillizza i passeggeri prima della partenza.
Dati alla mano, però, i più tranquilli sono proprio i piloti: così calmi che, secondo lo studio della ECA, associazione europea piloti, almeno 1 su 3 si addormenta ai comandi.

Addirittura il 92% dei piloti tedeschi afferma di aver guidato un aereo anche se troppo stanco per farlo.

Giovanni Galiotto, presidente dell’associazione piloti italiani, ha confessato un’episodio in cui si è “sentito molto stanco”, costringendo il copilota a portare a termine il volo da solo.

Da cosa dipende questa “stanchezza”? Dipende, semplicemente, dalla legislazione europea che consente ampie capacità decisionale alle compagnie aree che, per risparmiare sul personale, fissano per i piloti un gran numero di ore di volo consecutive e poche ore di riposo fra un turno e l’altro.

Negli Stati Uniti, invece, la situazione è completamente diversa.
In seguito ad un incidente a Buffalo nel quale l’aereo è precipitato costando la vita a piloti, personale e passeggeri, le autorità americane hanno varato un regolamento molto più severo.

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Un bimotore turboprop Dash 8. L’incidente di Buffalo ha coinvolto un aeromobile di questo tipo, ma di una compagnia aerea diversa. Foto di Giorgio Varisco.

Quello della stanchezza dei piloti è un problema serio e da non sottovalutare.

Nel 2008, in India, i piloti di una compagnia locale si sono addormentati ed hanno mancato l’atterraggio a Bombay, facendo credere alla torre di controllo che addirittura l’aereo fosse stato dirottato.

Nel 2011 i piloti di un velivolo delle Scandinavian Airlines si erano appisolati lasciando il controllo al pilota automatico senza sapere che quest’ultimo non era programmato per atterrare in autonomia, riuscendo ad evitare lo schianto per miracolo.

Certo, il ricorso al pilota automatico è un comportamento di “routine”, ma in caso di tempo avverso o in situazioni di emergenza, quando lo stesso pilota automatico si disconnette, come fa un pilota dormiente o intorpidito dal sonno ad evitare il disastro?

Nel giugno 2009 il volo AirFrance Rio de Janeiro-Parigi è precipitato nell’oceano, causando la morte di tutte le persone che si trovavano a bordo, perchè il comandante ed il copilota dormivano, e non sono riusciti a svegliarsi in tempo per rimettere in quota l’aereo.

In conclusione, l’argomento, che merita la giusta considerazione, necessita di un intervento, quantomeno a livello comunitario, per imporre alle compagnie aree turni più umani e maggior riposo per i piloti, onde evitare il ripetersi di tragedie simili.

Paolo Leone
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

Le antiche civiltà arrivarono veramente nel continente Americano?

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 17 novembre 2012.

Una piccola ed interessante curiosità storica.

Sin dal XIX secolo sono stati rinvenuti in diverse parti del continente americano curiosi reperti che hanno fatto sospettare che l’America fosse stata già visitata prima di Colombo.

Se nel caso dei Vichinghi ciò è stato già dimostrato storicamente, è possibile tuttavia che anche Fenici e Romani abbiano attraversato l’Atlantico.

Nel 1933 a Calixtlahuaca, in Messico, negli scavi di una piramide precedente all’arrivo degli Spagnoli venne ritrovata la testa di una statuetta in terracotta in stile romano, datata dagli archeologi al II secolo d.C, mentre a Galveston Island, in Texas, furono rinvenute nel 1886 una nave romana ed una moneta raffigurante l’effigie dell’imperatore Traiano.

Anche se l’ipotesi più plausibile è quella di singole navi che, dopo aver smarrito la rotta, sarebbero state condotte in America dai venti e dalle correnti dell’oceano, simili reperti hanno indotto alcuni studiosi a ritenere che i navigatori delle civiltà antiche avessero da tempo infranto il tabù delle “colonne d’Ercole”.

I Fenici, ad esempio, attorno al 600 a.C. circumnavigarono l’Africa su mandato del Faraone Neco II, mentre nei secoli successivi i mercanti greci e romani raggiungevano i porti di India e Sri Lanka sospinti dai regolari monsoni.

Lo stesso Tacito si congratulava con il genero Agricola per la circumnavigazione della Britannia nell’80 a.C.

Nell’ambito della cultura classica, infatti, molti scrittori hanno lasciato nelle loro opere tracce delle conoscenza di questi luoghi: Plinio il Vecchio, nella Storia Naturale, fornisce una esaustiva descrizione delle isole Canarie, mentre molto più interessante risulta essere un passo di Diodoro Siculo nel V libro della Biblioteca Storica, relativo ad una misteriosa isola non meglio identificata.

“Ora, nei tempi antichi quest’isola non fu scoperta per la sua grande distanza dall’intero mondo abitato[…]. I Fenici[…] ammassarono grandi ricchezze e tentarono di navigare oltre le Colonne d’Eracle, nel mare cui gli uomini danno nome Oceano[…] Dunque, mentre esploravano la costa al di là delle Colonne, navigando lungo la Libia, furono portati fuori rotta dai venti. Dopo essere stati esposti alla tempesta per molti giorni, furono portati sull’isola che abbiamo citato, e una volta constatata la sua prosperità e la sua natura, ne resero nota l’esistenza a tutti gli uomini.”

Dato che nessuna isola dell’Atlantico corrisponde a questa descrizione, vi è il forte sospetto che lo storico siciliano si riferisca in realtà alle coste più occidentali del sud America, da lui e dai Fenici credute un’isola.

Per l’archeologia ufficiale, tuttavia, i potenziali contatti con l’America di Fenici e Romani mancano ancora di prove decisive. Alcuni parlano di “miopia archeologica”, altri sono semplicemente prudenti.

In ogni caso gli scavi e gli studi proseguono, nella speranza di regalare all’umanità la riscoperta di un prezioso tassello della sua storia.

Se la conferma di queste teorie porterebbe a guardare al passato in maniera del tutto nuova, possiamo senz’altro trovare conforto nella Medea di Seneca.

“Venient annis saecula seria,

quibus Oceanus vincula rerum

laxet et ingens pateat tellus

Tethysque novos detegat orbes

Nec sit terries ultima Thule…”

Paolo Leone

Giudice USA condanna l’Argentina al rimborso dei bond, il paese ripiomba nel caos

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso xx xxxx 2012.

Ennesima dimostrazione dell’inefficacia del sistema economico e monetario internazionale.

Alla fine del 2001 la situazione economica argentina, già viziata dalla cattiva politica e da una pessima gestione degli investimenti statali, culminò in una crisi tale da determinare il più catastrofico crack finanziario del mondo, portando il Paese sull’orlo della guerra civile.

Ancora oggi sono presenti nei nostri ricordi le immagini degli uomini e delle donne argentini che bruciavano i cartelloni pubblicitari delle multinazionali e si scontravano nelle strade con le forze dell’ordine poste a difesa dei palazzi del potere.

Coloro i quali avevano investito nei titoli di Stato argentini, tecnicamente «bond», nel giro di pochi mesi si erano ritrovati sul lastrico.

Nonostante la guerra civile sembrasse ormai inevitabile, il Paese sud americano attraverso una politica attenta e drastiche misure socio-economiche è riuscito lentamente a risollevarsi dall’incubo in cui era piombato.

Nella situazione di «default» (insolvenza) creatasi, il governo argentino si è trovato di fronte al compito di rifinanziare il debito pubblico contratto, circa 95 miliardi di dollari, senza poter attingere dalle riserve di valuta ormai esaurite e senza l’aiuto di capitali esteri.

Con una presa di posizione molto forte, nel 2005 venne trovato un accordo con i creditori attraverso un contratto di «swap» (scambio): il 76% dei bond ancora insoluti sarebbero stati sostituiti con altri da un valore nominale molto più basso (fino al 35% in meno) e con una scadenza molto più lunga.

La posizione del 24% rimanente dei creditori che non aveva accettato l’accordo rimaneva ancora pericolosamente aperta.

Il pericolo solo lontanamente ipotizzato, si è finalmente concretizzato. La batosta è arrivata all’improvviso e mette l’Argentina in pessime acque.

Il giudice distrettuale di Manhattan Thomas Griesa ha stabilito che l’Argentina deve pagare immediatamente i creditori che non accettarono l’accordo di swap nel 2005 ed inoltre, finché non lo farà, non potrà pagare nemmeno gli altri creditori, sia quelli che accettarono l’accordo, i cosiddetti «creditori ristrutturati», sia coloro i quali sono divenuti creditori dello stato argentino dal 2005 ad oggi.

La decisione del giudice è arrivata dopo l’esposto della NML Capital, fondo di investimenti americano a cui l’Argentina deve 1,3 miliardi di dollari, più interessi.

Sono state inoltre rigettate le argomentazioni vantate dai «creditori ristrutturati», che hanno accettato forti tagli nei crediti ed ora ritengono ingiusto il pagamento del 100% del capitale ai creditori non ristrutturati.

«All’accettazione dello swap – precisa il giudice – gli aderenti dovevano sapere che altri non lo avrebbero fatto».

L’Argentina ora è all’angolo. Questo avvenimento stronca la lenta ripresa del Paese.

I pagamenti in scadenza per fine 2012 ammontano a 4 miliardi di dollari per i rimborsi; 3,4 miliardi per la crescita economica; 11 miliardi di bond ancora da saldare; 25 miliardi di debiti soltanto con investitori americani. Il tutto senza calcolare gli interessi.
Le riserve della banca centrale argentina ammontano a circa 45 miliardi di dollari, insufficienti per saldare tutti i debiti.

Il governo potrebbe quindi decidere di non pagare nessuno dei creditori e dichiarare, per la seconda volta in 10 anni, bancarotta.

La vicenda argentina mostra come, in maniera inequivocabile, la gestione della finanza di uno Stato deve essere effettuata in maniera attenta ed oculata, senza cadere nelle trappole delle speculazioni e degli sprechi. Alla luce della crisi economica attuale, ciò appare ancora lontano, soprattutto in Europa dove molti Paesi rischiano di fare la fine dell’Argentina.

Attenti al denaro: ricordiamo le parole di Marx, secondo il quale “Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. Con esso l’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo è diventato schiavo della cosa”.

Paolo Leone

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna, Parte III: Il fortissimo potere persuasivo della Pubblicità

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 7 luglio 2012.

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna (Parte III). L’analisi è iniziata con la Parte I e la Parte II.

Ti ammalia, ti convince, ti incolla al video o alla pagina di giornale. Si serve di calciatori, attori famosi e donne meravigliose. Usa parole, musica, immagini e gesti. E’ la pubblicità. Con la globale diffusione della comunicazione di massa, è diventata una presenza fissa nella nostra esistenza ed invade gli aspetti più profondi della nostra vita.

Con la forza travolgente di un fiume in piena, la pubblicità entra nelle nostre menti e ci convince, senza via di scampo, che non esista problema, reale od immaginario, che non possa risolvere.

Come un macchinario accuratamente programmato, come un computer che esegue una determinata operazione, i suoi accattivanti messaggi hanno un unico scopo: convincere l’essere umano che quel prodotto è il migliore di tutti quelli presenti sul mercato.

Nella nostra società di consumo, dove il circolo del produrre, consumare e buttare via senza riutilizzare o riciclare ha il sopravvento, la pubblicità è il fattore dominante.

Abbandonato presto il suo scopo originario, enunciare le qualità e le caratteristiche del prodotto, la pubblicità ha oggi un solo obiettivo: vendere sempre e comunque.

Indipendentemente dal valore e dalla qualità dell’offerta, trasforma la merce in un simbolo di potere, di status, di appartenenza ad una classe sociale più elevata.

Dietro le quinte dello spot, nascosto nell’ombra, un esercito di psicologi, sociologi, esperti di marketing e “creativi” mettono l’uomo (non più essere umano ma consumatore medio) sotto la lente di ingrandimento, per studiare le sue attitudini ed i suoi comportamenti più reconditi, in modo tale da adottare i mezzi pubblicitari più idonei a propinargli il prodotto da vendere.

Dall’apparizione in Italia dei primi sketch televisivi a “Carosello”, nel lontano 1957, la pubblicità si è evoluta ed ha assunto multiformi vesti.

Spot, sketch, telemarketing, telepromozioni e sponsor ora invadono ogni angolo della nostra vita e ci convincono, addirittura anche inconsciamente, a spendere, ad acquistare.

Per lungo tempo messaggi ingannevoli e subliminali hanno manipolato i consumatori, venendo in parte contrastati dall’attività della autorità Antitrust e dalla esperienza giurisprudenziale come, ad esempio, la sentenza del Tar del Lazio n.5450 del 2003 relativa alla pubblicità ingannevole e occulta.

Attorno alla pubblicità, poi, ruotano interessi economici di portata mondiale, poiché gli investimenti in marketing aumentano di anno in anno, mettendo in moto centinaia di milioni di euro che vengono impiegati per l’acquisto di spazi pubblicitari sui mezzi di comunicazione, per la creazione degli spot, per le sponsorizzazioni e le promozioni.

I “consigli per gli acquisti” costituiscono, infine, la fonte di sostentamento primaria per le televisioni “commerciali”, le quali, non potendo contare su un canone di abbonamento, affidano la propria sopravvivenza soprattutto agli introiti pubblicitari.

Dalle prime reclame fino ad internet, passando per giornali e televisione, la mole di pubblicità aumenta continuamente, modificando  modi e forme con i quali entra nelle menti dei consumatori,

moltiplicando gli interessi che le ruotano dietro.

Salvo alcuni casi particolari, non è possibile fermarla, in quanto essenza stessa della nostra società.

Secondo Edward Bernays, infatti, la pubblicità commerciale fa si che “la nostra mente venga plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. Sono loro che manovrano i fili…”

Ed ora, pubblicità!

Paolo Leone

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna, Parte II: L’eterno scontro fra Fede e Ragione

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 9 giugno 2012.

Analisi degli aspetti che caratterizzano la società moderna (Parte II). L’analisi è iniziata con la Parte I e prosegue con la Parte III.

Pur essendo impresa alquanto ardua riuscire in breve a definirne i contorni essenziali, è importante comprendere come il rapporto fra fede e ragione costituisca uno dei pilastri fondamentali sul quale poggia la struttura della moderna società.

Durante la fioritura delle prime civiltà la differenza tra i due insiemi era inesistente, in quanto l’uomo tendeva esclusivamente a risolvere bisogni pratici (il fuoco e la ruota prima, la scrittura e la moneta poi) e professava religioni politeistiche nelle cui concezioni tutto avveniva per volere degli dei.

Con la diffusione del pensiero delle civiltà elleniche iniziò a prendere vita lo studio dottrinale dei processi conoscitivi, in particolare con Platone (la tecnica dicotomica) ed Aristotele (il sillogismo), attraverso i quali, pur restando la religione centro della vita sociale, veniva esplicato come con l’uso della ragione si potesse pervenire alla conoscenza di un determinato oggetto.

La vera e più profonda dottrina su fede e ragione ebbe il suo sviluppo soltanto dopo il diffondersi nell’impero romano della religione cattolica, e proprio un vescovo cattolico, Agostino di Ippona (354-430), diede una prima definizione dei due insiemi.

Per Agostino fede e ragione sono, in sintesi, due elementi complementari: la fede è “luce per l’intelletto”, la ragione è la condizione per accogliere la fede dentro di sé, risultando dunque gli estremi del rapporto che lega l’uomo a Dio.

Fu un filosofo e teologo inglese, Guglielmo di Ockham (1288-1349), il primo a contrapporsi alle tesi dell’Ipponiense, ritenendo che per giungere alla conoscenza era necessario soltanto l’intelletto e non la fede: infatti nel principio metodologico da lui creato (cd. Rasoio di Ockham) era considerato inutile formulare più teorie di quelle strettamente necessarie per spiegare un determinato fenomeno.

Il contrasto fra fede e ragione divenne un vero ed aspro scontro durante il processo galileiano, nel corso del quale nonostante il Galilei dimostrò con la certezza dei fatti (la ragione) la validità del modello eliocentrico copernicano, la Chiesa, sostenitrice dell’ormai obsoleto modello geocentrico aristotelico-tolemaico lo costrinse all’abiura, basandosi esclusivamente sulle interpretazioni delle sacre scritture (la fede).

Il progressivo allontanamento dei due sistemi si trasformò in completa e profonda frattura in età illuministica, in particolare per opera di Rousseau e Voltaire, i quali ribadirono, per lasciarsi alle spalle il “buio” della cieca fede che aveva caratterizzato il medioevo e parte del rinascimento, l’importanza del “lume” della ragione.

La solidità della fede, legata soprattutto alla spiritualità della Chiesa, venne messa nuovamente a dura prova in età ottocentesca, quando il naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882) formulò la teoria dell’evoluzionismo, che si contrapponeva ed addirittura negava la teoria creazionista che costituiva per la Chiesa fondamento ineluttabile.

Su questo scontro che è iniziato secoli addietro è nata la società moderna, ed essendo la lotta ancora esistente non sono mancati momenti di tensione fra i sostenitori delle diverse teorie nonché fra gli ambienti ecclesiastici e quelli filosofico-scientifici.

La tensione è diminuita in tempi molto recenti grazie all’enciclica “Fides et Ratio” pubblicata da Giovanni Paolo II nel 1998, il quale ha tentato di ricondurre le parti al dialogo costruttivo sostenendo che fede e ragione non debbano per forza escludersi, ma al contrario esse si completano e sostengono a vicenda.

Infatti, scrive il Pontefice, “la fede e la ragione sono le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità”.

Ad oggi, in conclusione, il confronto, anche se meno aspro rispetto al passato, continua e sia i sostenitori della forza della fede sia i sostenitori della forza della ragione cercano di ottenere risultati importanti, anche insieme, come dimostra il recente collegamento fra Papa Benedetto XVI e gli astronauti della stazione spaziale internazionale,

Certamente ciò non è sufficiente ed altri sforzi dovranno essere fatti, ma qualcosa, per dirla alla Galileo, “e pur si muove!”

Paolo Leone