Società

Furto del cane: I proprietari abbandonati al loro dolore

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Rubare il cane altrui è certamente una delle cose più abiette che la mente umana abbia mai partorito.

Non soltanto per il dolore che causa al proprietario, che si vede privato con la forza di qualcuno che considera come un amico speciale, ma anche per i danni ed i maltrattamenti che possono essere arrecati allo stesso animale. E’ stato davvero un brutto colpo quello di sentirmi dire da un caro amico, che di recente ha perso il padre, “il giorno delle esequie, sapendo che in casa non c’era nessuno, estranei si sono introdotti nella mia proprietà e mi hanno rubato un cane”.

Ebbene si, “mi hanno rubato un cane”. E’ possibile che l’essere umano possa spingersi a tanto? Purtroppo, considerando la nostra storia passata e quella contemporanea, la risposta è affermativa.

Sembrerebbe, inoltre, che la pratica del furto di cane sia in espansione in ogni parte del paese.

Le ragioni per la quali i nostri amici a quattro zampe vengono rapiti sono molteplici.

L’avidità di animali ha lo scopo di soddisfare le più inquietanti delle ipotesi: richieste di riscatto, vendette trasversali, lotte clandestine, accattonaggio, mercato di carne e pelle, vivisezione, allevamento irregolare, messe nere e sadismi.

Ed è proprio dopo aversi visto sottrarre il proprio animale che i proprietari vengono lasciati soli.

L’ipotesi di furto del cane non è una fattispecie criminosa tipica prevista dall’ordinamento penale, viene assorbita nell’ambito del furto generico, o con scasso se ne sussistono i presupposti, e mancano quindi azioni particolari volte soprattutto alla ricerca ed alla restituzione della bestiola.

L’unico riferimento specifico è la legge 189 del 2004, che tutela i cani e gli altri animali d’affezione, ma le circostanze concrete la rendono assolutamente inapplicabile.

Il cane stesso, inoltre, non è considerato quale “bestiame” e pertanto non si applicano nemmeno le circostanze aggravanti previste dai casi specifici.

Non va neppure dimenticato che, a livello nazionale, non esiste alcun database generale sul numero e sul tipo di animali registrati (microchip), cosa che rende impossibile qualsiasi determinazione statistica e vanifica ogni tentativo di ricerca capillare. Senza dimenticare che la gran parte degli animali domestici non è regolarmente registrata, sia per mancanza di una precisa normativa in materia sia per l’inerzia dei proprietari, facendo si che molti animali domestici siano, per così dire, “sconosciuti allo Stato”.

Sulla totalità dei furti di cane, inoltre, solo il 3% dei casi viene denunciato, mentre il 15% viene indicato come semplice smarrimento (fonte Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente), ed a tale scopo si ricorda che solo a seguito di una denuncia per furto o rapimento le autorità possono aprire una indagine.

Infine, i problemi endemici del Paese quali l’assenza di una normativa certa, la mancanza di certezza della pena, la mancanza di ricerca capillare, la scarsità del personale di polizia, l’arretratezza tecnologica (quanti commissariati dispongono di lettore di microchip?), uniti alla velocità ed alla scaltrezza dei malviventi, fanno si che la ricerca dei poveri scomparsi sia praticamente impossibile.

Solo pochissime volte, per ottenere un cospicuo riscatto, i cani vengono riconsegnati ai loro proprietari; nella maggior parte dei casi o non fanno più ritorno a casa o vengono ritrovati senza vita dopo qualche tempo.

Sicuramente il modus operandi tipico italiano (o italiota) addiverrebbe a dire le solite cose, ormai banali, relative al “sistema ed al fatto che deve cambiare”. Cosa che, fra l’altro, non avviene mai.

In questo caso il cambiamento deve provenire da noi, in piccolo, registrando correttamente i nostri cani all’anagrafe canina (microchip), denunciando correttamente alle autorità tutti i casi di furto, rapimento o maltrattamento, attivandosi a mezzo stampa per pubblicizzare le notizie.

Nello specifico chiunque avesse notizie di Fanni, detta Fannina, una drahthaar di quasi due anni, che potete vedere nella foto, con una macchia bianca sulla zampa sinistra, numero chip 380260020122302 è pregato di allertare le forze dell’ordine, che si metteranno in contatto con il legittimo proprietario.

Paolo Leone

PANNA & CIOCCOLATO

Lei si chiamava Panna, lui Cioccolato. Abitavano entrambi in una città americana, cresciuti con il mito della Nazione perfetta, dell’uguaglianza, della civiltà. Panna e Cioccolato si erano conosciuti al collage.

Ecco il quadro perfetto degli Stati Uniti d’America che inneggiano al fairplay tra popoli e alla tolleranza sociale. Stati, uniti da una bandiera, da principi, da una storia.

Panna si vendeva a borghesotti per pagarsi gli studi, lui discendeva da famiglia di schiavi, cresciuto per strada senza riscatto. Era un giorno come tanti, usciti una sera per bere una buona birra messicana, quando un colpo di pistola segnò l’inizio di una fine preannunciata. Un colpo secco perforò il cuore di lui, e lei fu subito travolta dalla furia afroamericana. Uccisi entrambi per mano di altri, ragazzi contemporanei di una società ancora a metà. Non sono Romeo e Giulietta, non sono morti per amore, sono morti per ignoranza, e in questo caso i parenti e gli amici non si sono pentiti dei propri peccati. Non c’è nessun epilogo a lieto fine.

Ecco un volto dell’America che finisce nel baratro, senza luce, senza drappi a cui aggrapparsi.

L’elezione del Presidente afro-americano e il fervore col quale questa novità è stata più volte sottolineata non ha fatto che enfatizzare le differenze. Più che concentrarsi su quanto il giallo dell’abito di gala della First Lady si intonasse con il suo incarnato, ci si sarebbe dovuti concentrare su come evitare di scatenare prevedibili conflitti sociali.

Al di là del connubio bianco- giustizia e nero-delinquenza, il pingpong della violenza bicolore continua con un eco immensa, come una partita di scacchi tra giocatori esperti. Bianco – nero – bianco – nero e poi un attacco al re, un alfiere di difesa, lo scacco matto..

Ma è questa l’America sogno del mondo?

Un Paese che combatte contro l’hamburger ma persevera in guerre inutili, che ha bisogno di imbruttire una Barbie per nascondere le sue brutture, che dà solo per ricevere e mai per nulla.

Uno Stato senza Torri di guardia che si accartoccia impotente (o quasi) su se stesso sotto gli occhi impietosi della donna con la fiaccola.

Se è questa l’America, stiamone lontano!

Giusy Marasco

Giovani e cultura, a Lamezia si può: Manifest!

Iniziano ad operare sul territorio i ragazzi con la comune passione per la scrittura.

Cosa significa “manifestare”, se non esporre in pubblico in maniera chiara e puntuale una propria convinzione? E questa parola, per come viene usata oggi dai media, deve avere necessariamente una accezione negativa? Assolutamente no, ed a Lamezia, con Manifest, ne abbiamo avuto la conferma.

Manifest è una piacevole realtà cittadina, e non solo, che riunisce in un collettivo molti giovani che hanno in comune la passione per la scrittura. Nato dall’idea di Domenico D’Agostino, al progetto hanno aderito immediatamente Aldo Tomaino e Valeria D’Agostino, venendo così a costituirsi quel nucleo iniziale che poi si è rapidamente espanso, coinvolgendo molte altre persone, giovanissimi nella maggior parte.

Il “manifesto” così costituito pone al centro la Scrittura Creativa: non solo elaborati originali, scritti da giovani, ai quali viene dato risalto sul web, ma anche scrittura usata come collante, ovvero quale strumento per collegare diverse discipline come arte, musica, fotografia.

La creatività del gruppo è anche sinonimo di diversità. Pur rimanendo la scrittura quale base del lavoro, infatti, le diverse vedute, ispirazioni e nature dei partecipanti rendono Manifest un raccoglitore dove contenere la passione dei singoli.

L’attività del collettivo inizia sul web, con la creazione di un blog consultabile all’indirizzo www.manyfestt.wordpress.com, poi espandendosi ad aventi organizzati sul territorio.

A giugno 2014 si è dato vita al flash mob “parole in movimento”, dove post-it colorati con citazioni libere (dalla letteratura alla musica) sono stati attaccati a cose e persone. Successivamente il collettivo ha utilizzato spazi concessi o inviti ricevuti da associazioni, in cui Manifest ha avuto la possibilità di creare o personalizzare molteplici tavoli di lavoro.

Possiamo infatti ricordare le partecipazioni all’Ecofaggeta Festival, alla mostra Meridies, il contributo all’organizzazione del Lamezia Chess e l’evento Manifestiamoci con la creazione del laboratorio in movimento.

La fiamma di passione che da forza a Manifest è certamente forte e punta a diventare sempre più grande: il gruppo progetta di poter arrivare anche in altre regioni e di diventare una nuova ed interessante realtà a livello nazionale.

In questa società contemporanea, fondata su moda, fashion e apparenza, una realtà del genere è sicuramente apprezzabile, oltre che molto rara, ed offre certamente una vetrina per chi ama scrivere o utilizza la scrittura in maniera complementare ad altre discipline. Tutti gli interessati possono contattare Manifest su Facebook o su Twitter https://twitter.com/blogmanifest.

Le attività di questi ragazzi sono ancora in fermento ed altre iniziative saranno presto realizzate.

Preparatevi, dunque, a sentir parlare ancora di Manifest o, come esso stesso si definisce, un “collettivo di amici scrittori”.

Paolo Leone

L’altro Iddio

Satira,cortei,fumetti.

Dopo l’attentato al Charlie Hebdo, ad opera di cellule terroristiche islamiche, tutto il mondo è diventato francese.
Se qualcuno, il giorno dopo la strage, avesse distolto l’attenzione da quanto è accaduto, sarebbe stato additato dai più come un affiliato dell’Isis.
Ma non parleremo di terrorismo, non oggi, non ora.
Noi italiani, creati dall’ Iddio nazionale eravamo tutti Charlie ( ovviamente esibendo il nostro francese) , probabilmente senza avere tanto chiaro cosa fosse quel giornale e cosa ci fosse scritto dentro.
Già, perché non solo si ridicolizza Maometto, ma anche il Papa, la Madonna e tutta la costellazione divina internazionale.
Ma ai bigotti finto-progressisti Italiani, nella loro ignoranza, questo non importava.
Loro volevano solo sentirsi Hebdo, e sfilare al fianco di Hollande & co..
E piangere vittime di cui non si sanno neanche i nomi.
Prevedibilmente, solo una persona in Italia, poteva cambiare lo stato delle cose: Papa Francesco. Molto garbatamente, così come il soppesato no alle famiglie gay, il Papa ha ammesso che non è cosa buona e giusta denigrare la fede, propria e altrui.
In un Paese laico come la Francia, quel giornale ha avuto la fortuna di crescere, in Italia sarebbe morto prima di nascere, perchè nessuno può permettersi di insultare i nostri protettori.
È facile gridare alla libertà quando ad essere presi di mira sono gli altri, un po’ più difficile quando si parla di noi stessi.
I fedelissimi, ora scrivono “scusate, ma non sono Charlie Hebdo” , e non solo loro.
La nostra attitudine a cambiare idea così repentinamente è a dir poco sorprendente.

Quando guariremo, dunque, dalla nostra peculiare falsità??
Quando smetteremo di vestire i panni dei paladini col cervello intrappolato nel mantello?
Quando riusciremo a mantenere una stessa idea più di una settimana?

“Porgi l’ altra guancia” diventa “dai un pugno a chi ti offende”.
Che la libertà di stampa si faccia benedire.
E questo è quanto. Amen.

Giusy Marasco

Una proposta per cambiare la Costituzione: Art. 34/bis Diritto Accesso ad Internet

intervista a Guido D’Ippolito, promotore del Ddl. Cost. 1561/2014

1) Caro Guido, iniziamo questa nostra intervista delineando in sintesi cosa costituisce la vostra proposta.

La nostra non è una semplice proposta, è un vero e proprio disegno di legge costituzionale, il numero 1561 del 10 luglio 2014 ed è diretto all’inserimento in costituzione dell’art. 34-bis, ossia l’accesso ad Internet come diritto sociale.

Potete trovare ogni informazione al riguardo sul nostro sito www.art34bis.it o consultare i video esplicativi sulla nostra pagina Facebook “Art 34bis diritto di accesso ad Internet” (https://www.facebook.com/34bis) o seguirci e interagire con noi sull’account Twitter @art34bis.

Molto sinteticamente esso è il diritto di ogni cittadino di connettersi ad alta velocità ad Internet in qualunque zona d’Italia. Per converso è anche l’obbligo per lo Stato di realizzare le infrastrutture di connessione alla Rete, ossia diffondere la banda ultra larga ovunque, anche in quelle zone con scarsa o assente copertura Internet, sfruttando la fibra ottica ma anche le frequenze non utilizzate dello spettro.

I vantaggi della proposta sono molteplici ma possono essere riassunti in tre punti:

  • espansione e tutela di tutti i diritti, mettendoli al riparo sia da ingerenze dello Stato che di privati economicamente più potenti; si porrebbero così le basi di una vera democrazia elettronica; (presto avremo un video per spiegare questo punto)

  • rimozione delle discriminazioni sociali sia antiche, come quelle relative a disponibilità economiche o disabilità fisiche o altro, sia nuove come il digital divide, ossia il discrimine tra chi può effettivamente accedere ad Internet e chi no, e l’analfabetismo digitale, ossia una scarsa conoscenza delle nuove tecnologie che impedisce di sfruttare e godere al meglio dei vantaggi di questi; (trovate il video sulla pagina Facebook o a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=Nc53pR4Koe8&index=3&list=PLWiQciv4MknSD-WS41cfxL40o53Xiiyh0)

  • uscita dalla crisi economica perché l’art. 34-bis: creerebbe nuovi posti di lavoro, impiegherebbe i nostri studenti in diverse facoltà, aumenterebbe il PIL, incentiverebbe i commerci e la domanda e offerta di servizi, semplificherebbe la burocrazia e digitalizzerebbe la PA, incentiverebbe l’impresa sia tradizionale che innovativa (start up), attirerebbe capitali e investitori stranieri e tanto alto ancora. (trovate il video sulla pagina Facebook o a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=hxz4MylG0nQ&index=2&list=PLWiQciv4MknSD-WS41cfxL40o53Xiiyh0)

Guardate i miracoli che ha fatto l’Estonia investendo nel digitale. Se una proposta del genere venisse approvata, nulla impedirebbe che l’Italia diventi la nuova Silicon Valley.

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2) Perché lo definite “diritto di accesso”? E perché “diritto sociale”?

Tutti concordano ormai che Internet sia un bene comune fondamentale, un attributo della cittadinanza, uno spazio di crescita individuale e sociale ma anche giuridico ed economico, un luogo in cui si esercitano diritti, si adempiono doveri e si usufruiscono di infiniti servizi. Famosa è anche la definizione di Riccardo Luna: “Internet è un’arma di costruzione di massa”.

Internet è un potentissimo strumento di istruzione e informazione. In breve Internet è un servizio universale, un servizio sociale essenziale. E se Internet è tutto questo allora la possibilità di accesso ad esso non può che essere considerato un diritto e in particolare un diritto sociale.

I diritti sociali sono quei diritti che riequilibrano le risorse spostandole da chi le ha a chi non le ha in modo da dare a tutti le medesime possibilità di sviluppo e crescita. Pensate ai classici diritti sociali come la salute e l’istruzione. Così come lo Stato costruisce ospedali e scuole per rendere effettivo il diritto alla salute e l’istruzione, con l’art. 34-bis dovrà realizzare e adeguare le infrastrutture di connessione ad Internet per garantire la connessione e quindi l’accesso a un patrimonio sterminato di conoscenza, crescita e possibilità.

Infine, a differenza di altre proposte simili, abbiamo preferito legare l’accesso ad Internet a un diritto che riteniamo importantissimo, il diritto all’istruzione (art. 34 Cost.). L’Italia è agli ultimi posti per diffusione della banda larga e per velocità di connessione; ma il ritardo italiano non è solo strutturale è anche culturale. Quindi per progredire non basta solo investire in infrastrutture, bisogna investire anche in formazione, informazione, crescita culturale e sociale. Ci teniamo quindi che la nostra proposta sia associata non solo alla libertà di espressione (diritto altrettanto importante) ma soprattutto al diritto all’istruzione, per sconfiggere non solo il digital divide ma anche l’analfabetismo informatico.

Il digitale deve smettere di essere un fenomeno di “nicchia”, per citare un bell’articolo di Nello Iacono, e diventare la quotidianità, la realtà di tutti: cittadini, giornalisti, imprenditori, politici e così via.

3) Perché ritenete che sia vantaggioso inserire questo articolo nella nostra Costituzione?

Perché inserirlo in una legge ordinaria o peggio ancora nella normazione secondaria non otterrebbe alcun effetto. Anzi vanificherebbe l’obiettivo finale di creare un diritto sociale, complicherebbe il quadro normativo, non tenendo per niente conto dell’esigenza di assicurare la c.d. semplificazione normativa, e soprattutto non tutelerebbe i diritti dei cittadini da eventuali ingerenze tanto dello Stato (si pensi alle famose leggi bavaglio che ogni tanto riappaiono) tanto dei cosiddetti Over The Top, multinazionali economicamente troppo potenti che lucrano sui nostri dati personali.

Tutto questo non succederebbe con una modifica costituzionale, come la nostra, che al contrario avrebbe anche il vantaggio di porre i principi cardine in materia, come quello della Neutralità della Rete (Net Neutrality) per esempio, ordinando così tutta la caotica legislazione in materia di digitale.

L’art. 34-bis sarebbe quindi non solo una tutela per i cittadini, un incentivo all’impresa e al lavoro ma anche una bussola per interpreti a qualunque livello: dal legislatore, ai giudici e così via.

4) In quanto tempo pensate che i benefici da voi previsti possano essere “sentiti” dagli altri cittadini, nella vita quotidiana?

Dal punto di vista temporale i benefici possono essere divisi in due categorie: quelli a breve periodo e quelli a medio-lungo periodo.

I primi sono soprattutto i vantaggi giuridici quindi l’espansione e la tutela di tutti i diritti: dal diritto all’istruzione, alla libertà di espressione, riunione e associazione, all’iniziativa economica privata, alla salute e così via. Questi diritti verrebbero automaticamente tutelati anche nella realtà on line rendendo incostituzionale ogni provvedimento diretto a limitarli.

I secondi sono soprattutto i vantaggi di ordine economico, quelli relativi alla realizzazione delle infrastrutture di connessione alla Rete e, conseguentemente delle rimozioni delle disuguaglianze sociali. Negli anni seguenti alla sperata approvazione della proposta quindi vedrete aumentare la copertura Internet e la velocità di connessione, aumenteranno i posti di lavoro, aumenteranno i commerci e i servizi on line, il PIL salirà ogni anno di almeno un punto percentuale con ricavi di 3,6 miliardi. In poche parole si uscirebbe dalla crisi economica man mano che la banda ultra larga viene diffusa perché come questa diventa capillare ed efficiente allo stesso modo riparte l’impresa e le attività economiche, migliorando le condizioni del sistema Paese.

5) Passiamo all’ambito giuridico: avete pensato anche al testo, in concreto? Se si, come sarebbe?

Ovviamente si. E’ un diritto sociale quindi l’abbiamo collocato nel Titolo II della Parte I della Costituzione, dopo il diritto relativo all’istruzione per le ragioni che abbiamo già detto.

L’articolo, composto da due commi, è il seguente:

Art. 34-bis: «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in modo neutrale, in condizione di parità e con modalità tecnologicamente adeguate.

La Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo l’accesso alla rete Internet come luogo ove si svolge la personalità umana, si esercitano i diritti e si adempiono i doveri di solidarietà politica, economica e sociale.»

6) Perché avete scelto nella novella di affiancare la vostra proposta all’articolo 34, che tratta scuola ed istruzione, e non all’articolo 21, che si occupa di libertà di stampa ed informazione?

In aggiunta a quanto già detto si può dire che: è vero, Internet espande e permette un migliore esercizio della libertà di espressione ex art. 21 Cost. Ma non è solo questo, Internet è molto di più. Giusto per citare altre iniziative secondo me degne di interesse, c’è quella del FOIA, il Freedom of Information Act, perché Internet rivoluziona e espande anche il diritto di accesso agli atti, rendendo quasi obsoleta la legge 241/1990.

Ma Internet espande tutti i diritti per questo riteniamo che legare l’accesso ad Internet solo alla libertà di espressione sia riduttivo e poco rispettoso di Internet stesso.

Internet è ormai presente in ogni ambito della nostra vita e ci aiuta in tutte le attività umane. Internet è un luogo di esercizio dei diritti, adempimento dei doveri e di utilizzazione di infiniti servizi. Ed è in quest’ottica onnicomprensiva che vogliamo tutelarlo, senza limitarci all’art. 21 Cost.

Vogliamo tutelare un mezzo unico affinché questo aiuti l’uomo a espandere la propria personalità in ogni ambito e lo vogliamo fare a partire dalla scuola, dal diritto all’istruzione

7) Non sarebbe, secondo te, il caso di prendere atto che nella società contemporanea scuola, informazione ed istruzione (e quindi anche media ed internet) sono ormai una cosa sola?

Forse, potrebbe essere anche dovuto all’interoperabilità di Internet. Ma secondo me bisognerebbe smettere di dividere tra società digitale e non, agenda digitale e non, scuola digitale e non… e così via. L’agenda di governo di tutti gli Stati coincide sempre di più con l’agenda digitale perché non stiamo parlando di una realtà alternativa e parallela, stiamo parlando di un mezzo che ha modificato profondamente (e continuerà a farlo) la nostra società.

Continuare a distinguere tra digitale e non vuol dire ignorare o non vedere come sta cambiando la società.

L’art. 34-bis va proprio in questa direzione perché operando sia come precondizione all’esercizio di tutti i diritti on line, tanto di quelli già esistenti la cui portata viene però ampliata tanto di quelli “nuovi”, sia di tutte le riforme sul digitale, dalla fatturazione elettronica, i pagamenti elettronici e così via, è diretta a recepire e tutelare una nuova realtà. Vuol dire rendere al passo coi tempi le istituzioni e prendere atto di un mondo che oggi vive anche su Internet.

8) Pensi che l’art.34 bis, qualora trovasse una base politica, possa essere inserito nella nostra carta costituzionale “nudo e crudo” o necessiti di qualche aggiustamento?

Innanzitutto mi piacerebbe che la politica si occupasse di più di queste tematiche, non solo la nostra proposta. Per citare Andrea Beccalli, manager di ICANN, “Ciò che prima era considerato nerd o smanettone, oggi è politicamente strategico”.

Il ddl. Cost. 1561/14 dovrà essere votato in Parlamento e in quella sede è giusto che ognuno esponga le sue idee e modifiche. Non posso dire se l’articolo verrà modificato, posso dire che noi abbiamo fatto di tutto per consegnare alle istituzioni il testo base migliore possibile. Se poi ci saranno migliorie ben venga.

9) Qual è la situazione dei paesi stranieri? Chi è più avanti rispetto all’Italia?

L’Italia è agli ultimi posti sia in Europa che fuori per diffusione di banda ultra larga e quindi per velocità di connessione, con tutto quello che ne consegue sul piano economico e di condizioni di vita.

In realtà dal punto di vista della connessione semplice non siamo proprio messi male. La connessione a 2 Mbit/s copre più o meno tutta la penisola.

La situazione diventa però critica quando saliamo di velocità, anche tenuto conto dell’Agenda Digitale Europea che pone a tutti gli Stati due obiettivi da raggiungere entro il 2020: i 30 Mbit/s per il 100% della popolazione e almeno 100 Mbit/s per il 50% della popolazione. Per il primo obiettivo (30 Mbit/s) siamo terzultimi in Europa, per il secondo (100 Mbit/s) siamo ultimi.

E’ chiaro quindi che l’Italia ha ancora tanta strada da fare e, come anche riconosciuto da AGCOM e AGCM in un comunicato congiunto (http://www.agcm.it/stampa/news/7290-tlc-conclusa-indagine-conoscitiva-antitrust-agcom-su-banda-larga-e-ultra-larga.html), è necessario anche l’intervento pubblico per diffondere la banda ultra larga in quelle zone cosiddette a “fallimento di mercato”, quelle zone in cui gli imprenditori di telecomunicazioni non investono perché non farebbero utili.

Ecco quindi un altro motivo del perché sia fondamentale l’art. 34-bis, far si che lo Stato intervenga nelle zone di fallimento di mercato, magari con joint ventures con imprenditori privati.

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10) Approfondiamo ora gli aspetti personali: perché ti sei appassionato a questo specifico argomento?

Ho cominciato ad occuparmi di Internet e diritto dei nuovi media durante l’ultimo anno di università. Ho scelto poi di fare una tesi in diritto costituzionale che studiava gli impatti costituzionali di Internet ed è inutile dire che questi studi mi hanno non solo appassionato ma anche convinto del fatto che il diritto e le tecnologie non devono per forza essere considerati due opposti. Sarebbe sbagliatissimo pensarlo.

Ciò che serve è svecchiare un po’ il nostro diritto, renderlo più attuale ma con la dovuta attenzione e conoscenza del mezzo tecnologico, nonché con una cultura “digitale” appropriata. Anche per questo, oltre a quanto già detto, dopo la tesi ho iniziato a pensare a come costituzionalizzare il diritto di accesso ad Internet, di cui avevo parlato nella tesi stessa.

Ho scritto così qualche bozza che poi ho candidato al progetto “La tua Idea per l’Italia” di Cultura Democratica. Cultura Democratica è il primo Think Tank interamente composto da giovani che si occupa di favorire la buona legislazione e di portare le idee dei giovani e dei cittadini in Parlamento.

11) Cosa hai fatto, da solo o con gruppi-associazioni?

Da solo ci ho messo l’idea, gli studi e tantissima pazienza e dedizione. Ma è chiaro che devo molto a Cultura Democratica, che mi ha dato la possibilità di presentare la mia idea sia al Senato che alla Camera dei deputati, ma anche all’AGID.

Con Cultura Democratica e il suo presidente Federico Castorina abbiamo creato il gruppo “Innovazione Digitale”, una specie di commissione che si occupata di parlare con esperti, di redigere la proposta che oggi è un disegno di legge costituzionale, di continuare a sostenerla, spiegarla e diffonderla, nonché di occuparsi di altre tematiche affine.

Ringrazio gli altri ragazzi che con me fanno parte della commissione Innovazione Digitale di Cultura Democratica, ma mi sento di ringraziare anche tutte quelle persone che stanno supportando la nostra proposta, anche con un like sulla pagina Facebook o chiacchierandone con gli amici.

12) Nello specifico, quale è stato il tuo apporto al progetto?

Ho avuto l’idea e scritto le prime bozze, all’inizio ero da solo ma poi il gruppo si è rinforzato ed oggi è una squadra fantastica. Sono quindi il responsabile e il coordinatore del gruppo Innovazione Digitale. Con questo ho condiviso l’idea e tutti abbiamo condiviso le nostre conoscenze per giungere all’art. 34-bis. Insieme contattiamo politici ed esperti, curiamo la pagina Facebook scegliendo gli articoli da postare, rispondiamo a chi ci segue su Twitter, e così via… pensiamo anche a metodi efficienti e coinvolgenti di promozione della proposta. Abbiamo infatti realizzato dei brevi video per agevolare la consultazione della proposta, nonché dei fumetti per rendere tutto più semplice e divertente.

Tutti questi materiali li trovate sul nostro sito Internet www.art34bis.it o sulla pagina Facebook “Art 34bis diritto di accesso ad Internet”.

E’ un po’ come se fossi il capitano di un’ottima squadra. Tra questi non sono l’unico calabrese, c’è anche Cristina Salmena di Cassano Allo Ionio e Carlo Salatino di Corigliano Calabro.

Vorrei ricordare anche gli altri componenti: Valentina Cefalù, Elisabetta Abelardi, Cristina Capobianco e Matteo Susta.

13) Quali passi o evoluzioni ha avuto il progetto, ed in che stato è rispetto alla sua definitiva approvazione?

C’è un bel fumetto che spiega l’evoluzione della proposta, lo trovate sulla pagina Facebook “Art 34bis diritto di accesso ad Internet” o a questo link: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.833221120054832.1073741836.745262735517338&type=1&l=8978c6e1e4

Brevemente, tutto è iniziato con la mia tesi di laurea dalla quale è nata l’idea del diritto di accesso ad Internet. Questa viene portata a Cultura Democratica dove si crea il gruppo Innovazione Digitale. Insieme abbiamo incontrato professori universitari, esperti, imprenditori, tecnici, politici finché la proposta completa non è stata presentata in Senato. Qui è piaciuta al senatore Campanella, che oggi collabora con noi, che ha presentato la proposta facendola diventare il ddl. Cost. n. 1561/14, come potete vedere sul sito del Senato: http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/44665.htm

La proposta è stata depositata presso la 1° Commissione Affari Costituzionali e messa all’ordine del giorno, ossia verrà discussa dalla Commissione. Il senatore ha anche chiesto l’inizio della trattazione quindi, per quanto non è mai possibile prevedere i tempi tecnici delle procedure parlamentari, siamo comunque a buon punto.

14) Concludiamo con qualche domanda “piccante”: la politica ha appoggiato il progetto? Puoi darci qualche dettaglio?

Parliamo della nostra idea di diritto di accesso da quasi un anno e dal 10 luglio 2014 è un disegno di legge costituzionale. All’inizio è stato molto difficile trovare interlocutori, politici e non, però col tempo le cose sono cambiate.

Come per tutto, ogni cosa ha bisogno del suo tempo. I primi giorni è stata dura essere ascoltati, non solo tra i politici, anche tra i cittadini in realtà. Però non ci siamo persi d’animo e le cose sono molto migliorate.

Ogni giorno aumentano il numero di persone e cittadini che ci seguono su Facebook o interagiscono con noi su Twitter. E anche i politici, come i professori ed esperti della materia, ormai hanno imparato a conoscerci.

All’inizio è sempre tutto molto difficile, è normale immagino. Ma sono contento di non essermi arreso perché è ora che cominciamo a vedere i primi germogli di quello che abbiamo e stiamo seminando.

15) Avete avuto qualche gruppo o associazione concorrente con la quale confrontarvi?

Concorrente no. Internet è un mondo che si basa sulla massima apertura e partecipazione quindi la maggior parte di quelli che promuovono campagne o svolgono attività anche molto diverse dalla nostra cercano di crescere insieme. Cerchiamo tutti, come si dice, di “fare rete”.

In particolare collaboriamo coi ragazzi di Cyberlaw, guidati da Angelo Alù che sta inserendo il diritto di accesso ad Internet nello Statuto regionale siciliano (www.dirittodiaccesso.eu/).

Quella dell’open source è una filosofia che mi piacerebbe si spargesse in tutti i settori.

Diciamo sempre che il nostro è il primo disegno di legge costituzionale “open source” perché nato dalla collaborazione di più soggetti e che continua a cercare nuove persone che si vogliano unire per migliorare la proposta. Cerchiamo persone di tutti i tipi e con ogni tipo di competenza perché crediamo che problemi comuni, come quelli di una nazione, possono essere risolti da cittadini con interessi e competenze diverse.

Per questo cerchiamo anche artisti, fotografi, video-maker, fumettisti e quant’altro, perché il ritardo italiano è anche culturale e quello che vogliamo superare è anche e soprattutto l’indifferenza e l’analfabetismo digitale.

16) Infine: sei speranzoso riguardo questo progetto? Hai in mente qualcos’altro per il futuro?

La mia speranza aumenta ogni giorno di più. Ogni giorno aumentano le persone che si interessano alla proposta e ci danno una mano. Solo con la collaborazione libera e spontanea di chi crede nel nostro progetto stiamo facendo qualcosa mai esistito prima: una riforma della Costituzione italiana dal basso.

Il ddl. Cost. 1561/14 sull’art. 34-bis potrebbe concretamente cambiare le cose in Italia partendo contemporaneamente dalla Costituzione e dalla cultura al digitale. Se davvero tutti, cittadini, imprenditori, giornalisti, politici, collaborano riusciremo davvero a migliorare l’Italia.

Nel futuro spero ovviamente di veder realizzata questa sfida.

Per quanto riguarda me personalmente non sarebbe male poter continuare a fare quello che sto facendo ora: combattere il digital divide e l’analfabetismo informatico creando eventi ed iniziative per spiegare i benefici delle nuove tecnologie, essere l’anello di congiunzione tra cittadini e Stato e PA per riportare i bisogni della società nonché segnalare le le zone di buio digitale, quelle prive di accesso ad Internet.

Paolo Leone

Non c’è futuro senza ricerca: Pro-Test a Roma

La manifestazione contro gli emendamenti alla direttiva europea 2010/63 in materia di Sperimentazione Animale

“Il 31 luglio scorso è stata approvata alla Camera una legge che mette a dura prova il futuro della ricerca in Italia. Il testo viola i vincoli imposti dall’Europa e introduce limitazioni ancora più restrittive, cosa esplicitamente vietata dalla direttiva europea, rischiando di mettere in ginocchio il settore della ricerca biomedica”.

Così inizia la descrizione della manifestazione tenutasi il 19 settembre a Roma presso Montecitorio, organizzata da Pro-Test Italia. Centinaia di giovani tra studenti e ricercatori si sono riuniti nella capitale per manifestare contro un emendamento disastroso, figlio dell’ignoranza politica (e non importa se di destra o sinistra) e veicolato dalle lobby animaliste. Chi in camice bianco, chi in “borghese”, ma tutti con lo scopo comune di informarsi ed informare riguardo temi prioritari come la ricerca biomedica, già precaria in Italia, e tutt’ora minacciata dall’ormai famoso emendamento, altro che “porcellum”.

Ma per i meno esperti è dovuta una premessa su questo tema. La manifestazione non è un invettiva alla direttiva europea (totalmente in accordo con i ricercatori), ma più specificatamente all’articolo 13 della legge 6 Agosto 2013, n. 96 che recita, tra gli “obiettivi” da raggiungere:

a) orientare la ricerca all’impiego di metodi alternativi;

b) vietare l’utilizzo di primati, cani, gatti ed esemplari di specie in via d’estinzione a meno che non si tratti di ricerche finalizzate alla salute dell’uomo o delle specie coinvolte;

d) vietare gli esperimenti e le procedure che non prevedono anestesia o analgesia;

g) vietare l’allevamento nel territorio nazionale di cani, gatti eprimati non umani destinati alla sperimentazione;

i) sviluppare approcci alternativi idonei a fornire lo stesso livello o un livello superiore di informazioni rispetto a quello ottenuto nelle procedure che usano animali;”

e così via.. Inutile parlare di quanti articoli siano stati scritti riguardo la fallacità di questa legge, in particolare vi consigliamo il blog di Pro-Test Italia (http://protestitalia.wordpress.com/) per informazioni molto dettagliate e specifiche, ma a rigor di logica sappiamo che basterebbe un minimo di cultura per comprendere l’errore di questa legge veicolata da un “dietro le quinte” che fattura milioni di euro sulla pelle della cultura scientifica e della salute umana. Non facciamoci illusioni e tagliamo corto: non esistono, ad oggi, metodi alternativi validi alla sperimentazione animale; può essere solo deleterio sottoporre ad anestesia un qualsiasi animale anche per un semplice prelievo di sangue; vietare l’allevamento di animali destinati alla sperimentazione in Italia è causa di spesa di denaro pubblico per comprare animali all’estero e sottoporli a lunghi viaggi stressanti. Le motivazioni sono tante, supportate da una materia che si chiama Scienza, da scrivere in maiuscolo dal 19 Settembre in poi. Chiunque sia interessato, come già detto, può informarsi sui siti specializzati sul web, possibilmente evitando la vera e propria “propaganda animalista” contraria che, pensate un po’, non sa distinguere due termini ben differenti come “vivisezione” e “sperimentazione animale”.      Ma torniamo a noi, perché oggi a Roma ero personalmente presente, come persona e come studente, e al pari degli altri, anzi, tutti insieme ci siamo confrontati ed informati, abbiamo ascoltato e compreso, tant’è che più che una manifestazione, sembrava quasi la normalità, l’espressione di una cultura che lotta contro l’ignoranza paradossale di chi minaccia la ricerca e la salute, ricerche che partono dalle droghe e arrivano al cancro e all’HIV.

E lasciamo che a parlare sia Ilaria Capua, virologa, veterinaria e politica italiana nonché ricercatrice di fama mondiale che, rivolgendosi ai giovani, afferma:

 “Oggi sono qui per darvi la prova che la ricerca in Italia può portare a casa risultati importanti[…] ricordate che in questo mondo nessuno ci regala niente e ci vogliono impegni di questo tipo, i ricercatori scendano in piazza e si facciano sentire, queste cose devono partire da noi”.

Di esempio anche le parole dell’On. Pia Locatelli rivolte ai “contro” della sperimentazione:

“Troppo facile parlare per slogan, troppo facile dire di amare gli animali, troppo facile parlare di vivisezionisti, non esistono vivisezionisti”.

La manifestazione va avanti con numerosi interventi tra i quali quello dell’On. Giovanardi che assicura che la legge non passerà in Parlamento, così via con il Dr. Alessandro Papale: “I nuovi emendamenti mettono in pericolo la vita stessa dell’animale”. E ancora la Dr.ssa Nadia Malavasi, l’On. Emilia Grazia De Biasi e tanti altri relatori che hanno preso parte ad un evento tanto importante quanto la salute di noi tutti. Infine, abbiamo parlato direttamente con Daria Giovannoni, Presidente di Pro-Test Italia, la quale alla domanda sul perché dell’esigenza di divulgare un tema scientifico così complesso risponde:

“Ci siamo resi conto che le informazioni pubbliche sulla sperimentazione non erano corrette, si sentivano parlare solo gli animalisti, persone di scarsa preparazione scientifica, si stavano creando grossi problemi di disinformazione. La comunità scientifica aveva bisogno di parlare ma aveva paura, noi abbiamo aperto la strada, anche questa manifestazione ne è la prova”.

E ancora alla domanda sugli obiettivi futuri la Giovannoni risponde:

“Dobbiamo riuscire ad arrivare alla gente comune, non solo ai ricercatori o agli esperti, ma a tutti. Dialogare e confrontarci perché la nostra intenzione è quella di tutelare la salute umana e animale. La gente deve capire il bisogno di umani e animali malati.” Infine la Presidente non nasconde la difficoltà di portare avanti un’associazione del genere, tra minacce e vari insulti diretti e indiretti, dalle scritte sui muri alle “urla” verbali di, tenendo a sottolineare,”quei pochi esagitati che non rientrano nella categoria di animalisti” (quelli veri).

Non lasciamo che la ricerca voli via dal nostro Paese. .

Daria Giovannoni, infine, chiude la manifestazione: “Facciamo un appello al Governo, per i nostri malati e per tutti. Abbiamo riempito una piazza bellissima.“ Dalla piazza vengono lanciati in aria i palloncini bianchi di Pro-Test Italia, non lasciamo che la ricerca voli via dal nostro Paese.

Massimo Citino

A breve altri articoli sul tema della sperimentazione con altre dichiarazioni ufficiali da parte di membri di altri comitati

Contraddizioni: Manager VS Papa

Il 13 Marzo 2013 veniva eletto Papa il cardinale Jorge Maria Bergoglio, il quale avrebbe poi scelto Francesco come nome pontificale.
La cosiddetta RIVOLUZIONE che sta mettendo in atto suscita gratitudine e ammirazione tra i fedeli, ma non pochi malumori tra gli appartenenti al “ceto ecclesiastico”… C’è da biasimarli?

PAPA2

Poniamo che un manager di un’impresa che conta tremila dipendenti, passi il testimone al proprio figlio, il quale decide di rivoluzionare lo stile di direzione dell’azienda. Abbiamo,dunque,un “ex capo” che definiremo A, e un nuovo ambizioso dirigente che chiameremo B. Supponiamo ora di raccogliere le testimonianze di alcuni dipendenti, i quali dichiarano quanto segue:
con A al vertice:

  • si lavorava cinque giorni su sette, sei ore al giorno
  • ritardi e permessi erano ampiamente concessi
  • la durata delle pause era a discrezione dei dipendenti
  • il capo era una persona pacata, gioviale e generosa.

Ecco,ora,la situazione B al comando:

  • si lavora sei giorni su sette, otto ore al giorno
  • non sono ammessi ritardi e per i permessi deve sussistere una valida giustificazione
  • ogni pausa può durare al massimo 10 minuti,per un totale di 30 minuti al giorno
  • il capo è severo,autoritario, esigente.

Inutile cercare di raccontare il malcontento tra i lavoratori, specie di quelli che hanno visto fondare l’azienda e che per quarant’anni anni hanno prestato il proprio lavoro sotto condizioni di gran lunga più generose di quelle che dovranno sopportare d’ora in avanti.
In questo caso, voi da che parte stareste?

Prendiamo ora il caso di una famiglia, in cui i genitori siano divorziati e il padre abbia una nuova compagna; i figli, nati dall’unione ormai sciolta, sono stati affidati al padre, il quale vive con la futura moglie nell’ex casa coniugale ( caso raro, ma verificabile). La prima moglie, che chiameremo M1, critica l’educazione che la nuova compagna dell’ex marito, M2, impartisce ai suoi figli.
Infatti,con M1, i ragazzi dovevano ottenere una certa media a scuola se volevano dedicarsi alle loro passioni,mentre M2 li lascia liberi di esprimersi nel campo e nei modi che meglio credono, perché, dice,”la scuola non è tutto”; se con M1 gli stessi ragazzi dovevano rientrare a casa alle 11 il sabato sera,M2 non ha imposto alcun tipo di coprifuoco.
Molti, a questo punto,penseranno che M2 voglia semplicemente accaparrarsi le simpatie dei figli del compagno e spodestare l’ex moglie, e solo in pochi si schiereranno dalla sua parte, non obiettando alle sue “INNOVATIVE POLITICHE EDUCAZIONALI”.

Ma arriviamo ora al caso che più ci interessa.
Se un qualsiasi Papa dimissionario, che definiremo Pex,viene sostituito da Pnew, la cosa come può non creare confusione e disordine se il nuovo arrivato sconvolge un sistema rimasto in piedi per innumerevoli secoli e che ora si ritrova a tremare?

PAPA1
Ma perché, nel caso dell’impresa ci saremmo schierati, a torto o a ragione, dalla parte dei dipendenti, mentre ora l’Italia intera sembra prediligere le maniere di B alias Pnew ?
Perché nel secondo caso (ex moglie-nuova compagna) definiremmo poco appropriate le vedute di M2 e appoggeremmo le regole restrittive di M1, mentre ora fiancheggiamo l’apertura che il Pontefice ha verso “NUOVE CATEGORIE DI FEDELI”, ignorando le norme e la prassi finora utilizzate??
Immagino che la motivazione sia che “tutto è relativo”, e in questo caso sia ringraziato Einstein per la sua brillante intuizione.
Ma se fosse semplicemente questione di egoismo? Cioè ritengo giusto ciò che mi fa più comodo-in una logica ben poco oggettiva- e non m’ importa se qualche altro ci rimette?
Davvero se qualcuno entrasse in casa vostra e vi spogliasse d tutti gli oggetti di valore che possedete non battereste ciglio?
Francamente ne dubito. E allora perché preti, vescovi e cardinali dovrebbero rimanere impassibili?
Sia chiaro, con questo nessuno vuole mischiare sacro e profano,ma solo tendere la mano ad un’obiettività che nel nostro Paese fa acqua da tutti i fronti, senza fingere moralismi inutili e dannosi,perché la fede, permettetemelo, non ne ha bisogno.

Giusy Marasco