America

PANNA & CIOCCOLATO

Lei si chiamava Panna, lui Cioccolato. Abitavano entrambi in una città americana, cresciuti con il mito della Nazione perfetta, dell’uguaglianza, della civiltà. Panna e Cioccolato si erano conosciuti al collage.

Ecco il quadro perfetto degli Stati Uniti d’America che inneggiano al fairplay tra popoli e alla tolleranza sociale. Stati, uniti da una bandiera, da principi, da una storia.

Panna si vendeva a borghesotti per pagarsi gli studi, lui discendeva da famiglia di schiavi, cresciuto per strada senza riscatto. Era un giorno come tanti, usciti una sera per bere una buona birra messicana, quando un colpo di pistola segnò l’inizio di una fine preannunciata. Un colpo secco perforò il cuore di lui, e lei fu subito travolta dalla furia afroamericana. Uccisi entrambi per mano di altri, ragazzi contemporanei di una società ancora a metà. Non sono Romeo e Giulietta, non sono morti per amore, sono morti per ignoranza, e in questo caso i parenti e gli amici non si sono pentiti dei propri peccati. Non c’è nessun epilogo a lieto fine.

Ecco un volto dell’America che finisce nel baratro, senza luce, senza drappi a cui aggrapparsi.

L’elezione del Presidente afro-americano e il fervore col quale questa novità è stata più volte sottolineata non ha fatto che enfatizzare le differenze. Più che concentrarsi su quanto il giallo dell’abito di gala della First Lady si intonasse con il suo incarnato, ci si sarebbe dovuti concentrare su come evitare di scatenare prevedibili conflitti sociali.

Al di là del connubio bianco- giustizia e nero-delinquenza, il pingpong della violenza bicolore continua con un eco immensa, come una partita di scacchi tra giocatori esperti. Bianco – nero – bianco – nero e poi un attacco al re, un alfiere di difesa, lo scacco matto..

Ma è questa l’America sogno del mondo?

Un Paese che combatte contro l’hamburger ma persevera in guerre inutili, che ha bisogno di imbruttire una Barbie per nascondere le sue brutture, che dà solo per ricevere e mai per nulla.

Uno Stato senza Torri di guardia che si accartoccia impotente (o quasi) su se stesso sotto gli occhi impietosi della donna con la fiaccola.

Se è questa l’America, stiamone lontano!

Giusy Marasco

Annunci

Le antiche civiltà arrivarono veramente nel continente Americano?

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 17 novembre 2012.

Una piccola ed interessante curiosità storica.

Sin dal XIX secolo sono stati rinvenuti in diverse parti del continente americano curiosi reperti che hanno fatto sospettare che l’America fosse stata già visitata prima di Colombo.

Se nel caso dei Vichinghi ciò è stato già dimostrato storicamente, è possibile tuttavia che anche Fenici e Romani abbiano attraversato l’Atlantico.

Nel 1933 a Calixtlahuaca, in Messico, negli scavi di una piramide precedente all’arrivo degli Spagnoli venne ritrovata la testa di una statuetta in terracotta in stile romano, datata dagli archeologi al II secolo d.C, mentre a Galveston Island, in Texas, furono rinvenute nel 1886 una nave romana ed una moneta raffigurante l’effigie dell’imperatore Traiano.

Anche se l’ipotesi più plausibile è quella di singole navi che, dopo aver smarrito la rotta, sarebbero state condotte in America dai venti e dalle correnti dell’oceano, simili reperti hanno indotto alcuni studiosi a ritenere che i navigatori delle civiltà antiche avessero da tempo infranto il tabù delle “colonne d’Ercole”.

I Fenici, ad esempio, attorno al 600 a.C. circumnavigarono l’Africa su mandato del Faraone Neco II, mentre nei secoli successivi i mercanti greci e romani raggiungevano i porti di India e Sri Lanka sospinti dai regolari monsoni.

Lo stesso Tacito si congratulava con il genero Agricola per la circumnavigazione della Britannia nell’80 a.C.

Nell’ambito della cultura classica, infatti, molti scrittori hanno lasciato nelle loro opere tracce delle conoscenza di questi luoghi: Plinio il Vecchio, nella Storia Naturale, fornisce una esaustiva descrizione delle isole Canarie, mentre molto più interessante risulta essere un passo di Diodoro Siculo nel V libro della Biblioteca Storica, relativo ad una misteriosa isola non meglio identificata.

“Ora, nei tempi antichi quest’isola non fu scoperta per la sua grande distanza dall’intero mondo abitato[…]. I Fenici[…] ammassarono grandi ricchezze e tentarono di navigare oltre le Colonne d’Eracle, nel mare cui gli uomini danno nome Oceano[…] Dunque, mentre esploravano la costa al di là delle Colonne, navigando lungo la Libia, furono portati fuori rotta dai venti. Dopo essere stati esposti alla tempesta per molti giorni, furono portati sull’isola che abbiamo citato, e una volta constatata la sua prosperità e la sua natura, ne resero nota l’esistenza a tutti gli uomini.”

Dato che nessuna isola dell’Atlantico corrisponde a questa descrizione, vi è il forte sospetto che lo storico siciliano si riferisca in realtà alle coste più occidentali del sud America, da lui e dai Fenici credute un’isola.

Per l’archeologia ufficiale, tuttavia, i potenziali contatti con l’America di Fenici e Romani mancano ancora di prove decisive. Alcuni parlano di “miopia archeologica”, altri sono semplicemente prudenti.

In ogni caso gli scavi e gli studi proseguono, nella speranza di regalare all’umanità la riscoperta di un prezioso tassello della sua storia.

Se la conferma di queste teorie porterebbe a guardare al passato in maniera del tutto nuova, possiamo senz’altro trovare conforto nella Medea di Seneca.

“Venient annis saecula seria,

quibus Oceanus vincula rerum

laxet et ingens pateat tellus

Tethysque novos detegat orbes

Nec sit terries ultima Thule…”

Paolo Leone

Giudice USA condanna l’Argentina al rimborso dei bond, il paese ripiomba nel caos

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso xx xxxx 2012.

Ennesima dimostrazione dell’inefficacia del sistema economico e monetario internazionale.

Alla fine del 2001 la situazione economica argentina, già viziata dalla cattiva politica e da una pessima gestione degli investimenti statali, culminò in una crisi tale da determinare il più catastrofico crack finanziario del mondo, portando il Paese sull’orlo della guerra civile.

Ancora oggi sono presenti nei nostri ricordi le immagini degli uomini e delle donne argentini che bruciavano i cartelloni pubblicitari delle multinazionali e si scontravano nelle strade con le forze dell’ordine poste a difesa dei palazzi del potere.

Coloro i quali avevano investito nei titoli di Stato argentini, tecnicamente «bond», nel giro di pochi mesi si erano ritrovati sul lastrico.

Nonostante la guerra civile sembrasse ormai inevitabile, il Paese sud americano attraverso una politica attenta e drastiche misure socio-economiche è riuscito lentamente a risollevarsi dall’incubo in cui era piombato.

Nella situazione di «default» (insolvenza) creatasi, il governo argentino si è trovato di fronte al compito di rifinanziare il debito pubblico contratto, circa 95 miliardi di dollari, senza poter attingere dalle riserve di valuta ormai esaurite e senza l’aiuto di capitali esteri.

Con una presa di posizione molto forte, nel 2005 venne trovato un accordo con i creditori attraverso un contratto di «swap» (scambio): il 76% dei bond ancora insoluti sarebbero stati sostituiti con altri da un valore nominale molto più basso (fino al 35% in meno) e con una scadenza molto più lunga.

La posizione del 24% rimanente dei creditori che non aveva accettato l’accordo rimaneva ancora pericolosamente aperta.

Il pericolo solo lontanamente ipotizzato, si è finalmente concretizzato. La batosta è arrivata all’improvviso e mette l’Argentina in pessime acque.

Il giudice distrettuale di Manhattan Thomas Griesa ha stabilito che l’Argentina deve pagare immediatamente i creditori che non accettarono l’accordo di swap nel 2005 ed inoltre, finché non lo farà, non potrà pagare nemmeno gli altri creditori, sia quelli che accettarono l’accordo, i cosiddetti «creditori ristrutturati», sia coloro i quali sono divenuti creditori dello stato argentino dal 2005 ad oggi.

La decisione del giudice è arrivata dopo l’esposto della NML Capital, fondo di investimenti americano a cui l’Argentina deve 1,3 miliardi di dollari, più interessi.

Sono state inoltre rigettate le argomentazioni vantate dai «creditori ristrutturati», che hanno accettato forti tagli nei crediti ed ora ritengono ingiusto il pagamento del 100% del capitale ai creditori non ristrutturati.

«All’accettazione dello swap – precisa il giudice – gli aderenti dovevano sapere che altri non lo avrebbero fatto».

L’Argentina ora è all’angolo. Questo avvenimento stronca la lenta ripresa del Paese.

I pagamenti in scadenza per fine 2012 ammontano a 4 miliardi di dollari per i rimborsi; 3,4 miliardi per la crescita economica; 11 miliardi di bond ancora da saldare; 25 miliardi di debiti soltanto con investitori americani. Il tutto senza calcolare gli interessi.
Le riserve della banca centrale argentina ammontano a circa 45 miliardi di dollari, insufficienti per saldare tutti i debiti.

Il governo potrebbe quindi decidere di non pagare nessuno dei creditori e dichiarare, per la seconda volta in 10 anni, bancarotta.

La vicenda argentina mostra come, in maniera inequivocabile, la gestione della finanza di uno Stato deve essere effettuata in maniera attenta ed oculata, senza cadere nelle trappole delle speculazioni e degli sprechi. Alla luce della crisi economica attuale, ciò appare ancora lontano, soprattutto in Europa dove molti Paesi rischiano di fare la fine dell’Argentina.

Attenti al denaro: ricordiamo le parole di Marx, secondo il quale “Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. Con esso l’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo è diventato schiavo della cosa”.

Paolo Leone