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Guerra ai siliconi ed ai petrolati: l’INCI!

Sono da sempre un’appassionata del mondo della cosmetica, in cui un rossetto o un profumo riesce a farti sentire più sexy e attraente e darti quella sicurezza verso le persone che tutte le donne vorrebbero avere.

Come ho studiato al corso di Chimica dei Prodotti Cosmetici, “i Cosmetici sono tutte quelle sostanze e preparazioni diverse dai medicamenti (prive quindi di finalità terapeutica) destinate ad essere applicate sulle superfici esterne del corpo umano oppure sui denti e sulle mucose della bocca alla scopo esclusivo o prevalente di pulirli, profumarli, modificarne l’aspetto, proteggerli o mantenerli in buono stato”.

La cosmetica quindi non riguarda solamente la categoria “make up” ma anche tutti quei prodotti che usiamo quotidianamente per la cura del nostro corpo come possono essere il dentifricio, lo shampoo, la crema idratante e così dicendo.

Quanto sono importanti allora le composizioni chimiche di tutti questi prodotti che utilizziamo quotidianamente, alcuni anche per anni senza mai cambiarli??? Quanto è importante l’INCI?!?!?!

Per quanto mi riguarda: molto!

Iniziamo dal principio: l’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) non è altro che l’elenco riportato sui cosmetici di tutti gli ingredienti, ordinati da quello presente in maggior concentrazione a quello in minor concentrazione, che caratterizzano il cosmetico.

Ad una persona poco esperta, che si approccia per la prima volta all’idea di “cosa mi sto spalmando in faccia?!” l’INCI può risultare difficile da comprendere. Non bisogna però abbattersi: esistono numerosi siti che spiegano se un ingrediente è realmente utile per il nostro corpo o ha solamente un effetto momentaneo che svanisce subito dopo una doccia. Uno di questi, se non il più famoso è il biodizionario (http://www.biodizionario.it/).

La domanda che sorge spontanea è “perché ho bisogno di controllare questo famoso INCI?!?!” La risposta è che non tutti i prodotti in commercio sono formulati con ingredienti utili, efficaci e che facciano realmente bene al nostro corpo.

Un esempio che mi viene in mente riguarda uno degli oli per il corpo più famosi, utilizzato anche sui bambini; questo dovrebbe idratare e far ottenere una pelle perfetta, cosa conterrà mai allora di così miracoloso?!

Nulla!!! È costituito soprattutto da Paraffinum Liquidum ovvero paraffina liquida. La paraffina, un derivato del petrolio (si, avete capito bene!) crea un film protettivo sulla nostra pelle che appare così setosa e morbida.

Il termine appare usato precedentemente è il punto chiave! Cosa fa realmente!? In realtà questo film quasi ceroso che si poggia sulla nostra pelle non le consente di respirare, ne ostruisce i pori e per di più ne favorisce l’invecchiamento; la nostra pelle inoltre è l’opposto che idratata! Si viene così a creare una reazione a catena: più la nostra pelle è screpolata, più utilizziamo l’idratante che farà apparire la nostra pelle idratata ma che in realtà la farà seccare ancora di più e il ciclo continua all’infinito.

Se tuttavia non si vuole perder tempo a guardare l’INCI si può andare sul sicuro acquistando cosmetici aventi almeno una certificazione che li identifichi come naturali o biologici. Le certificazioni come ICEA, ECOCERT,NATRUE, BDIH, USDA Organic garantiscono noi consumatori riguardo la qualità degli ingredienti e del loro processo di coltivazione ed estrazione.

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Concludo con una delle mie frasi preferite che riguardano la cosmetica.
Helena Rubinstein diceva: “non esistono donne brutte, ma solo donne pigre”.

Laura

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Spolpiamo l’Italia, parte II: la Telecom spagnola.

La compagnia di telecomunicazioni spagnola Telefonica prende il controllo con soli 800 milioni. Gli azionisti italiani non oppongono resistenza; un altro pezzo del “made in Italy” va all’estero.
Continua da qui.

“Telecom non diventerà mai spagnola. C’è stato solo un cambio di azionariato in Telco.” Così si difende Franco Bernabè, presidente di Telecom e, agli occhi dell’Italia intera, grande sconfitto del momento.
La spagnola Telefonica, con un’operazione del tutto inaspettata dai manager italiani (ed in questo caso non ci stupiamo), ha aumentato la sua quota Telco, holding di maggioranza della Telecom.
Gli spagnoli, che ora hanno il 46% della società controllante, hanno previsto una scalata a tappe forzate, per arrivare al 100% del controllo nel minor tempo possibile: entro fine anno, con un aumento di capitale di 324 milioni di euro, arriverà al 66% delle quote. Nei primi mesi del 2014 seguirà una emissione di azioni Telefonica, per un totale di circa 845 milioni, così da arrivare al 70%. Infine, per salire al 100% di Telco, che ricordiamo essere azionista di maggioranza Telecom col 22,4% delle quote, Telefonica ha in mente di sborsare un altro miliardo circa.

Cesar Alierta, presidente Telefonica

Da più parti s’è levata la voce “il governo intervenga“. Ciò, ovviamente, non è possibile, perchè, si ricorda, la Telecom è una s.p.a., quindi privata, e lo Stato italiano non può interferire con le sue vicende di mercato, salvo esercitare un potere di vigilanza e controllo attraverso la Consob.
Il vero problema, o meglio, la domanda da farsi in questo caso è la seguente: “come è possibile acquistare Telecom a prezzi così bassi?”.
Questo dipende essenzialmente da due motivi principali: il primo è la miopia dei dirigenti, che non hanno saputo espandere il mercato Telecom facendosi travolgere dalla concorrenza e dalla crisi; il secondo dipende dall’elevato debito della società, attualmente pari a 28 miliardi di euro.

Franco Bernabè, presidente Telecom

L’operazione, qualora vada a buon fine, comporterà sicuramente dei cambi a livello dirigenziale, dato che difficilmente Telefonica affiderà il comando a dirigenti di così basso spessore come quelli italiani.
Il presidente di Telecom, Franco Bernabè, ai giornalisti che domandavano se avesse ricevuto rassicurazioni sulla sua permanenza in Telecom ha risposto “lo spagnolo, purtroppo, è una delle poche lingue che non conosco”.
Siamo sicuri, però, che i “top manager“, vuoi la lauta busta paga che ricevono ogni mese, vuoi la loro capacità di riciclarsi meglio della plastica, non avranno problemi.
I sindacati, invece, parlano di ben 16.000 lavoratori a rischio, qualora Telefonica voglia mettere in atto un piano di rientro dal debito.
A queste paure ha cercato di mettere un freno Marco Patuano, amministratore delegato Telecom, ribadendo di non essere “interessato a licenziare nessuno”. Per la sua parola, però, nessuno metterebbe la mano sul fuoco.

Quali sono i pericoli che corre l’Italia, ed i più particolare gli italiani?
Il primo è senza dubbio quello di perdere ancora una volta un pezzo del “made in italy”, aumentando quella de-industrializzazione che inizia a gravare sul Paese [vedi anche “Alitalia francese”].
Il secondo, nonchè il più grave, riguarda tutte le informazioni, intercettazioni e comunicazioni riservate che negli anni ha accumulato la Telecom, che ora potrebbero passare in “mani spagnole”.
Secondo la Consob, infatti, data la numerosità dei dati ed informazioni sensibili, nonchè dei “Big Data” presenti negli archivi Telecom (avete presente i casi Snowden o Assange? Ecco, si tratta di informazioni di quel genere), la compagnia di telecomunicazioni sarebbe un “asset strategico, pertanto non negoziabile”.

In conclusione, noi italiani paghiamo ancora una volta la mediocrità e l’ipocrisia della nostra classe dirigente, e la cosa è molto grave dato che ci costa in termini monetari, di immagine, e di progresso sociale.
Inoltre, la mancanza di una rete tlc statale comporta il rischio di rimanere dipendenti dalle compagnie private, che sappiamo, in nome del denaro, non guardare in faccia a nessuno.

Paolo Leone

PS. per capire l’evolversi della vicenda, e vedere come l’essere umano è agile nel cambiare idea (Beppe Grillo compreso), potete leggere qui e dopo qui.

La battaglia di Maida

Analisi storica e militare dell’evento che segnò l’inizio della fine del dominio napoleonico sull’Europa.
 

L’arco temporale che va dal 9 marzo 1796 (inizio della campagna d’Italia) al 18 giugno 1815 (battaglia di Waterloo) è passato alla storia come “età Napoleonica”: durante questo seppur breve periodo, infatti, si è vista l’ascesa, l’apice ed il declino di una della figure maggiormente ricordate nella storia, Napoleone Bonaparte.

Nonostante il Bonaparte sia ricordato come un condottiero pressoché invincibile, il cui esercito [nota bene: per esercito si intendono soltanto le truppe di terra, infatti la marina francese fu in precedenza annientata dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson ad Abukir in Egitto il 1° agosto 1798 e di nuovo dal Nelson nella battaglia di Trafalgar il 21 ottobre 1805] fu sconfitto soltanto dal rigido inverno russo (campagna di Russia, battaglia della Beresina 26-29 novembre 1812) e da Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington  (battaglia di Waterloo, 18 giugno 1815),  è sempre sfuggita ai riflettori della storia una piccola battaglia sull’esito della quale gli inglesi, ed i loro alleati, costruirono le basi della loro vittoria.

Lo scontro di cui si vuole narrare, infatti, è conosciuto come “la Battaglia di Maida”, ed ebbe luogo il 4 luglio 1806 in Calabria, nell’area oggi compresa tra la Piana di Sant’Eufemia (Lamezia Terme) ed il comune di Maida, che appunto alla battaglia ha dato il nome.

I francesi già da tempo avevano scacciato i Borboni occupando la zona, ed avevano lasciato un piccolo contingente militare, circa 6000 uomini e 6 pezzi di artiglieria pesante al comando del generale Jean Reynier, nella posizione fortificata di Maida, dalla quale si poteva facilmente controllare sia il mare sia la valle del fiume Amato.

Dall’altra parte gli inglesi, che volevano proteggere i loro interessi in Sicilia e danneggiare le vie di comunicazione francesi, avevano elaborato un piano per supportare e fomentare le rivolte antifrancesi locali.

L’archeologo francese François Lenormant, testimone diretto degli eventi, scrisse che “il primo luglio [1806],  una squadra inglese venne a gettare l’ancora nel golfo di Eufemia per sbarcare sulla spiaggia, fra la foce del Lamato e quella dell’Angitola, un contingente di seimila soldati britannici comandati da sir John Stuart, nonché alcuni personaggi atti a capeggiare una insurrezione popolare nel paese”.

Horace de Rilliet, chirurgo e scrittore svizzero al seguito dell’esercito francese, rilevò come “lo scopo immediato dello sbarco era di tagliare le comunicazioni tra le province citeriori e quelle ulteriori, il che sarebbe stato facile da realizzare in questa parte dell’istmo”.

Nel frattempo gli inglesi avevano creato sulla spiaggia una testa di sbarco, da usare come campo base e da proteggere in caso di sconfitta e ritirata immediata, affidando il compito di difenderla al capitano Fischer del reggimento svizzero Watteville, inoltre al tenente del genio navale Charles Boothby era stato ordinato di prendere il Bastione di Malta, dalla cui cima poteva controllare l’entroterra e dirigere la risalita verso Nicastro.

Il 3 luglio 1806, il giorno prima della battaglia, nel tentativo di fermare l’avanzata inglese, una compagnia di polacchi (alleati dei francesi) di stanza a Nicastro al comando del capitano Laskowsky e del colonnello Grabinski, assieme ad un gruppo di volontari a cavallo formato dalla nobiltà cittadina, si portò sulla riva caricando gli inglesi: questi ultimi reagirono impiegando i cannoni costringendo i polacchi a ripiegare immediatamente verso Maida, per avere l’appoggio dei francesi.

Sempre il Lenormant ricorda come “Subito la plebe di Nicastro [si noti come la popolazione nicastrese più volte in poco tempo avesse cambiato preferenza, a seconda di quale schieramento prevalesse al momento] prese le armi e risollevò la bandiera dei Borboni, mise a sacco le case dei nobili sostenitori del re Giuseppe [Bonaparte, re di Napoli] e sgozzò i soldati francesi malati che gremivano l’ospedale civile. <Nella città di Nicastro>, scriveva qualche giorno dopo re Giuseppe al fratello Napoleone, <il comandante delle guardie d’onore è stato accecato e poi crocifisso; era un principe che mi aveva accolto in casa sua>. La sera del 3 [luglio] il generale Reynier, scorgendo Nicastro illuminata dal balcone della casa da lui occupata a Maida, disse agli ufficiali del suo stato maggiore: “Domani batteremo gli inglesi e dopodomani bruceremo Nicastro”.

I due esericiti erano quasi di pari forze: alla mancanza di cavalleria gli inglesi potevano rispondere con ben 16 pezzi di artiglieria, contro i soli 6 posseduti dai francesi. Inoltre i soldati francesi erano fiaccati dai combattimenti con le bande di briganti locali che infestavano i boschi vicino Maida.

All’alba del 4 luglio 1806 i due contingenti iniziarono gli schieramenti sul campo di battaglia.

Il generale Reynier aveva dato ordine ai suoi di spiegarsi lungo la sponda dell’Amato, proprio perchè il fiume costituiva una protezione naturale contro i già citati briganti.

Al centro dello schieramento francese venne posto il generale Delonne con circa 300 cacciatori a cavallo ed i 6 pezzi di artiglieria; sulla destra agiva il generale Digonnet con 1250 fanti e sulla sinistra il generale Compère con circa 2400 uomini. In seconda fila furono posizionati i soldati polacchi sotto la supervisione del generale Peyri.

Lo Stuard fece in modo che gli inglesi si disponessero su due file parallele, con l’ordine di mantenere la posizione e rimanere vicino alle navi; inoltre la disposizione tattica consentiva agli inglesi di creare una linea di fuoco continua poichè le due file si alternavano nel fare fuoco e nel ricaricare il fucile.

Nonostante alcuni nicastresi, “il cui parere era sostenuto dalla loro conoscenza dei luoghi, avessero suggerito ai francesi di rimanere nella loro piazzaforte di Maida, assicurandoli che se agli invasori fosse stato consentito di accamparsi sulle terre basse e paludose che si stendono da Nicastro al mare, e durante la stagione calda sono infestate dalla micidiale malaria, ben presto i nemici si sarebbero trovati in una condizione tutt’altro che propizia al combattimento ” (cit. Arthur John Strutt), il generale Reynier commise l’errore di ritenere che anche dei britannici, così come era accaduto con i Borboni, “sarebbe venuto a capo con facilità” (cit. Lenormant), dando pertanto l’ordine di attaccare.

Lo scontro iniziò attorno alle otto e mezza del mattino: il generale Compère fece subito avanzare il centro francese, ma quando questo fu a quindici passi di distanza dagli inglesi, venne accolto da un nutrito fuoco di fucili, che uccise circa 800 soldati e ferì lo stesso Compère facendolo finire prigioniero. I supersiti, privi del loro generale, si diedero ad una fuga precipitosa e disordinata, lasciando scoperta la seconda linea polacca che venne presto incalzata dagli inglesi.

L’unica speranza francese era quindi riposta nell’ala destra al comando del Digonnet, al quale furono mandati in sostegno l’artiglieria e la cavalleria. Gli inglesi non si lasciarono tuttavia sopraffare, anzi, ricorsero ad un grande esempio di astuzia militare: essendo i francesi a portata di tiro, il comandante inglese ordinò alle navi di fare fuoco con i propri cannoni, incalzando i nemici con l’artiglieria e la sua prima linea.

Poco prima di mezzogiorno la battaglia era già finita: i francesi, sconfitti ed ormai in ritirata, avevano perso sul campo circa 500 soldati, 300 erano i feriti, altri 1100 vennero fatti prigionieri; gli inglesi contavano soltanto 45 morti e 283 feriti circa.

“Era la prima volta, da lunghissimo tempo, che i francesi subivano una sconfitta per terra. Sir John Stuart ne fu tanto orgoglioso che arrivò ad insultare i vinti. <Mai>,  disse nel suo rapporto, <la vanità del nostro presuntuoso nemico è stata più duramente mortificata, mai la superiorità delle truppe britanniche più gloriosamente provata come negli avvenimenti di questa giornata memorabile>” (Lenormant).

Nonostante entrambi gli schieramenti avessero dispiegato un numero esiguo di forze rispetto ai grandi eserciti che a quel tempo si muovevano sul continente, le conseguenze della battaglia di Maida furono sostanzialmente due.

La prima fu che la vittoria inglese ricacciò i francesi verso Catanzaro, portando a Nicastro il materiale necessario ad armare una insurrezione calabrese, a capo della quale fu designato il maggiore Gualtieri (fonte sempre il Lenormant).

La seconda conseguenza derivava dal fatto che gli inglesi avevano ormai intuito come le armi da fuoco stessero lentamente spostando il vantaggio tattico dalla offesa alla difesa, dunque l’utilizzo della doppia linea che garantiva un fuoco continuo assicurava grandi possibilità di vittoria.

Nove anni dopo, infatti, il 18 giugno 1815 gli stessi inglesi, schierati in doppia linea come a Maida, fermarono una volta per tutte le guardie imperiali napoleoniche nella battaglia di Waterloo.

Ps. la città di Londra ha dedicato due quartieri, Maida hill e Maida vale, nonchè una stazione della metropolitana, a questo evento. La battaglia, inoltre, è studiata in tantissime scuole militari come esempio e storia di tattica e strategia. In Italia, e sopratutto qui in Calabria, questi fatti sono praticamente sconosciuti. Perchè?

Paolo Leone

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