disoccupazione

Spolpiamo l’Italia, parte II: la Telecom spagnola.

La compagnia di telecomunicazioni spagnola Telefonica prende il controllo con soli 800 milioni. Gli azionisti italiani non oppongono resistenza; un altro pezzo del “made in Italy” va all’estero.
Continua da qui.

“Telecom non diventerà mai spagnola. C’è stato solo un cambio di azionariato in Telco.” Così si difende Franco Bernabè, presidente di Telecom e, agli occhi dell’Italia intera, grande sconfitto del momento.
La spagnola Telefonica, con un’operazione del tutto inaspettata dai manager italiani (ed in questo caso non ci stupiamo), ha aumentato la sua quota Telco, holding di maggioranza della Telecom.
Gli spagnoli, che ora hanno il 46% della società controllante, hanno previsto una scalata a tappe forzate, per arrivare al 100% del controllo nel minor tempo possibile: entro fine anno, con un aumento di capitale di 324 milioni di euro, arriverà al 66% delle quote. Nei primi mesi del 2014 seguirà una emissione di azioni Telefonica, per un totale di circa 845 milioni, così da arrivare al 70%. Infine, per salire al 100% di Telco, che ricordiamo essere azionista di maggioranza Telecom col 22,4% delle quote, Telefonica ha in mente di sborsare un altro miliardo circa.

Cesar Alierta, presidente Telefonica

Da più parti s’è levata la voce “il governo intervenga“. Ciò, ovviamente, non è possibile, perchè, si ricorda, la Telecom è una s.p.a., quindi privata, e lo Stato italiano non può interferire con le sue vicende di mercato, salvo esercitare un potere di vigilanza e controllo attraverso la Consob.
Il vero problema, o meglio, la domanda da farsi in questo caso è la seguente: “come è possibile acquistare Telecom a prezzi così bassi?”.
Questo dipende essenzialmente da due motivi principali: il primo è la miopia dei dirigenti, che non hanno saputo espandere il mercato Telecom facendosi travolgere dalla concorrenza e dalla crisi; il secondo dipende dall’elevato debito della società, attualmente pari a 28 miliardi di euro.

Franco Bernabè, presidente Telecom

L’operazione, qualora vada a buon fine, comporterà sicuramente dei cambi a livello dirigenziale, dato che difficilmente Telefonica affiderà il comando a dirigenti di così basso spessore come quelli italiani.
Il presidente di Telecom, Franco Bernabè, ai giornalisti che domandavano se avesse ricevuto rassicurazioni sulla sua permanenza in Telecom ha risposto “lo spagnolo, purtroppo, è una delle poche lingue che non conosco”.
Siamo sicuri, però, che i “top manager“, vuoi la lauta busta paga che ricevono ogni mese, vuoi la loro capacità di riciclarsi meglio della plastica, non avranno problemi.
I sindacati, invece, parlano di ben 16.000 lavoratori a rischio, qualora Telefonica voglia mettere in atto un piano di rientro dal debito.
A queste paure ha cercato di mettere un freno Marco Patuano, amministratore delegato Telecom, ribadendo di non essere “interessato a licenziare nessuno”. Per la sua parola, però, nessuno metterebbe la mano sul fuoco.

Quali sono i pericoli che corre l’Italia, ed i più particolare gli italiani?
Il primo è senza dubbio quello di perdere ancora una volta un pezzo del “made in italy”, aumentando quella de-industrializzazione che inizia a gravare sul Paese [vedi anche “Alitalia francese”].
Il secondo, nonchè il più grave, riguarda tutte le informazioni, intercettazioni e comunicazioni riservate che negli anni ha accumulato la Telecom, che ora potrebbero passare in “mani spagnole”.
Secondo la Consob, infatti, data la numerosità dei dati ed informazioni sensibili, nonchè dei “Big Data” presenti negli archivi Telecom (avete presente i casi Snowden o Assange? Ecco, si tratta di informazioni di quel genere), la compagnia di telecomunicazioni sarebbe un “asset strategico, pertanto non negoziabile”.

In conclusione, noi italiani paghiamo ancora una volta la mediocrità e l’ipocrisia della nostra classe dirigente, e la cosa è molto grave dato che ci costa in termini monetari, di immagine, e di progresso sociale.
Inoltre, la mancanza di una rete tlc statale comporta il rischio di rimanere dipendenti dalle compagnie private, che sappiamo, in nome del denaro, non guardare in faccia a nessuno.

Paolo Leone

PS. per capire l’evolversi della vicenda, e vedere come l’essere umano è agile nel cambiare idea (Beppe Grillo compreso), potete leggere qui e dopo qui.

Annunci

La politica europea in crisi affossa tutta l’eurozona.

Un rapporto del FMI smaschera i danni della mancata coesione comunitaria.
 

L’Europa dell’Euro è in recessione e sul bilancio dell’Unione è tutti contro tutti.
Si è concluso in un fiasco l’incontro tra i capi di Stato e di Governo nel quale doveva essere approvato l’accordo per il periodo 2014-2020.
Un nuovo incontro è previsto per i primi mesi del 2013.
Forti le tensioni tra i Paesi nordici dalle finanze più sane ed i Paesi dell’area mediterranea con le casse in rosso.
Nella confusione si distingue una posizione dominante: Deutschland uber alles.
Il tutto a causa della crisi e di come è stata affrontata.

Gli studi più accreditati sull’argomento sono quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, nonostante una originaria cultura “rigida”, ha operato scelte opposte a quelle della Germania, similmente a Nobel per l’economia quali Krugman e Stiglitz, e banchieri del calibro di Bernanke e Draghi.
Secondo quanto elaborato dal FMI per capire la crisi bisogna partire da tre indicatori: crescita, disoccupazione, debito.
Nei Paesi in cui la crescità c’è, essa è troppo debole per dare slancio all’economia e all’occupazione; il debito pubblico in Europa ha raggiunto gli stessi livelli del 1945 appena terminata la II° Guerra Mondiale.
L’insieme di questi fattori ha generato dubbi sulla solvibilità degli Stati, provocando tagli del “rating” (ricordate Moody’s e Standards & Poors?)
e aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato.

A questo l’UE ha reagito imponendo piani di “austerity” (vedasi Grecia): un consolidamento fiscale che ha finito per contrarre la domanda, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori, e ritirare l’offerta, causando contrazione degli investimenti e disoccupazione.
A ciò si è aggiunto il non corretto comportamento del sistema bancario, che ha espanso lo “shock speculativo” invece di assorbirlo.
Il rifiuto tedesco di emettere Eurobond, titoli di Stato comunitari, e la miopia franco-tedesca nel richiedere l’intervento delle banche in caso di “default” di uno Stato hanno provocato la rarefazione di liquidità dei singoli Paesi, sopratutto quelli in crisi, ed hanno spinto le banche al “credit crunch” (stretta del credito).

La situazione italiana, poi, si è aggravata perchè la principale banca tedesca, la Deutsche Bank, ha ridotto la propria esposizione nei confronti del debito pubblico italiano da 8 miliardi a 1 miliardo di euro (-88%), innescando un circolo vizioso di vendite di titoli italiani e generando panico sul mercato.

Nel frattempo gli USA rischiavano il default per il superamento del tetto di 14.300 miliardi di dollari che il Congresso ha posto nel 1917 come limite massimo di debito pubblico.
La risposta americana è stata decisa: è stata immessa nel mercato statunitense una forte liquidità per risanare il debito e far ripartire l’economia (per esempio, Obama ha prestato alla FIAT 8 miliardi di dollari per salvare la Chrysler e migliaia di posti di lavoro americani).
I capitali inflazionati sono stati invece spostati verso l’Europa, individuando di volta in volta un Paese su cui speculare: prima l’Islanda, poi Grecia e Portogallo, infine Spagna e Italia.

La politica pauperistica e di rigore imposta dalla Germania (sopratutto alla Grecia che di fatto ha perso la propria sovranità nazionale ed è commissariata) ha vanificato gli sforzi della Banca Centrale Europea (BCE) che, da quando è presidente il nostro Mario Draghi, ha attuato misure “non convenzionali” per l’acquisto su mercati secondari di titoli di Stato dei Paesi a rischio.

La situazione finanziaria continua ad essere incerta, mentre l’economia peggiora. In Italia nel solo 2012 la pressione fiscale è salita del 3% (la “cura Monti”).
Non sarebbe il caso di fermarsi, ragionare e ripartire insieme? Eh, Angela?

Paolo Leone