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Ius soli: tra immigrazione ed integrazione

Le cronache recenti hanno acceso un feroce dibattito su un tema fino ad ora poco trattato, passato in secondo piano a causa della crisi economica e politica che ha colpito il nostro paese: lo ius soli.

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Cosa significa, dunque, questa locuzione latina? E’ un’espressione prettamente giuridica che indica l’attribuzione ad un soggetto della cittadinanza per il solo ed unico fatto di essere nato nel territorio di un determinato Stato, con la conseguenziale acquisizione dei diritti e dei doveri che dato status comporta.

Rimanendo sempre in ambito giuridico, i teorici dello ius soli si contrappongono principalmente ai fautori della teoria dello ius sanguinis, che attribuisce invece la cittadinanza solo al nato da almeno uno dei genitori già cittadino di quel determinato stato.

La legislazione attualmente vigente in Italia attribuisce ai nuovi nati la cittadinanza solo se: essi sono figli di madre o padre cittadini; se nati nel territorio della Repubblica da entrambi i genitori apolidi; se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo le leggi dello Stato di questi.

La tematica, dunque, se già ben delineata e consolidata in ambito giuridico, è stata riproposta recentemente quale “problema sociale” dal Ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge, che ha proposto l’introduzione dello ius soli puro per tutti i nati in Italia da genitori immigrati.

Secondo l’interpretazione del Ministro, sarebbe questa la soluzione ai problemi di integrazione sociale che derivano dalla massiccia immigrazione che vede il nostro Paese meta ultima di molti migranti.

Restando comunque al di fuori della bagarre politica, che non interessa in questa sede, è necessario specificare come questa soluzione non sia largamente condivisa e come negli altri Paesi del mondo “occidentale” le cose funzionino diversamente.

Il primo punto della nostra osservazione impone analizzare la situazione nell’ambito dei confini nazionali italiani.

Siamo sicuri che lo ius sia la soluzione ai problemi di integrazione che affliggono il nostro Paese? Sembra proprio di no.

L’unica vera soluzione ai problemi che derivano dall’immigrazione (soprattutto quella massiccia) è l’integrazione del migrante nella struttura giuridico-sociale del Paese in cui esso si stabilisce.

E per integrazione deve intendersi quella “vera”, che consenta al “nuovo arrivato” di poter comprendere la lingua scritta e parlata, conoscere le regole principali che governano lo Stato (si fa riferimento, per esempio, ai principi fondamentali della Costituzione italiana), allontanarsi da fenomeni quali lavoro nero o criminalità.

Tutto ciò è possibile, ovviamente, solo se lo Stato ha un elevato potere di “assorbimento” e possa mettere il migrante nelle condizioni migliori.

L’esempio che rappresenta in pieno questa situazione è sicuramente la Germania, che ha al suo interno grandi comunità polacche, turche ed algerina perfettamente integrate (i calciatori della nazionale tedesca Ozil, Klose, Podolski, Khedira, tanto per citarne alcuni, sono di origine extratedesca).

Un esempio in negativo, purtroppo, è proprio l’Italia che, complice problemi interni irrisolti da tempo ormai immemore, ha una bassissima capacità di assorbimento e non aiuta i migranti a integrarsi davvero. I nostri Balotelli, Ogbonna o El Sharaawy sembrano più che altro “dei cavalli da parata”, ed il vuoto normativo unito al generale menefreghismo dei politici (ci ricordiamo lo slogan “diamo il voto agli immigrati” solo per raccogliere più voti alle elezioni?) fanno il resto.

Il piano del Ministro Kyenge, dunque, sembra proprio l’ennesima castroneria politico-nazionale, il topolino partorito dalla montagna, che se applicato in pieno, porterebbe più danni che benefici, attribuendo de iure la cittadinanza a coloro che de facto cittadini non sono.

Il secondo punto d’osservazione, invece, consente di spaziare nell’intero globo e verificare se e come lo ius soli venga applicato.

La cittadinanza per nascita dura e pura trova applicazione negli Stati Uniti, in Canada e nei paesi dell’America latina, anche se, dopo l’11 settembre 2001, il Congresso americano con la promulgazione del P.A.T.R.I.O.T. Act offre la possibilità di limitare l’applicazione dello ius soli qualora possa costituire pericolo per la sicurezza nazionale.

In Europa, invece, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda e Grecia applicano uno ius soli particolarmente mediato: in questi Paesi, infatti, esso consiste nell’offrire un percorso “facilitato” per l’ottenimento della cittadinanza se il soggetto è nato e risiede stabilmente in quel Paese.

In conclusione, dunque, piuttosto che continuare con gli slogan e le “sparate” tanto cari ai nostri politici, sarebbe meglio pensare a come migliorare le condizioni degli immigrati ed a come consentire loro di integrarsi, oltre a permettergli di conoscere e far rispettare le leggi, la lingua e le tradizioni italiane.

Solo così l’immigrazione può diventare integrazione; e come direbbe il rag. Ugo Fantozziper me, lo ius soli, è una cagata pazzesca”.

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Novantadue minuti di applausi.

Paolo Leone

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Spy story Italia – Kazakistan, il mistero si infittisce.

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20 luglio 2013.
 
IMG_5051La moglie e la figlia del principale dissidente politico kazako vengono prelevate con la forza in Italia e rispedite subito in patria.

Una strana vicenda vede protagoniste una donna e sua figlia, una “spy story” che sembra creata dalla penna di John Grisham e che invece è assolutamente reale.
La donna, Alma Shalabayeva, e sua figlia di soli 6 anni sono rispettivamente la moglie e la figlia di Mukhtar Ablyazov, oppositore del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev, fuggito dal suo paese e costretto all’esilio a Londra dal 2009.

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Ablyazov, però, è una figura particolarmente controversa: nominato nel 1997 presidente della compagnia elettrica di stato del Kazakistan, l’anno seguente divenne ministro dell’energia. Ben presto però ruppe i contatti con il partito di maggioranza ed in particolare con il leader-dittatore Nazarbayev, che accusò di corruzione. Divenne quindi leader del movimento di opposizione Democratic Choice of Kazakhstan (Demokraticheskii Vybor Kazakhstana – DVK), attirando su di se in breve tempo le ire del regime. Fu imprigionato con l’accusa di “abuso di potere in qualità di ministro” (e forse torturato ma non c’è certezza su questo punto), salvo essere perdonato e liberato circa 10 mesi dopo, riuscendo a raggiungere la Russia nel maggio 2003, dove in breve tempo divenne presidente del consiglio di amministrazione della BTA Bank.

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Durante questo periodo fu vittima di un tentativo di omicidio e suo figlio di un tentato rapimento mentre era a scuola.
Per meglio garantire sicurezza sua e della sua famiglia, si trasferisce a Londra, vedendo accolta dall’Inghilterra la sua richiesta di asilo politico; durante il soggiorno inglese, però, Ablyazov è stato oggetto di sette azioni legali presso la suprema corte britannica con l’accusa di essersi appropriato indebitamente di denaro della BTA Bank, per un totale di 3,7 miliardi di dollari. Contemporaneamente i suoi beni sono stati sottoposti ad un regime di amministrazione controllata. Ablyazov fugge e sia il governo inglese che quello kazako (che da tempo premeva sull’Inghilterra per l’estradizione) emettono un mandato di cattura internazionale.

Cosi veniamo alla cronaca attuale. Si è scoperto che un documento della polizia di frontiera italiana attesta il passaggio della signora dal valico del Brennero nel lontano 2004, anche se le sue tracce si perdono subito dopo.
La sera del 30 maggio 2013 le forze di polizia italiane hanno una “soffiata” su una villa a Casal Palocco, vicino Roma, nella quale risiederebbe il ricercato. Si decide subito per l’irruzione: all’interno dell’edificio vengono rinvenute la moglie, Alma Shalabayeva, e la figlioletta di sei anni, non Ablyazov, anche se ci sono segni della sua presenza fino a pochissimo tempo prima (circa un’ora). Le fonti qualificate parlano di tracce documentali, abbigliamento maschile e tanti soldi in contanti.

Il giorno seguente, venerdì 31 maggio, iniziano le procedure di identificazione. La donna reca con se un passaporto kazako ed un passaporto diplomatico della repubblica centrafricana, che la identifica come Ayan Almà. Il passaporto, però, sembra assolutamente falso: la tipologia di carta non è quella usata per questi documenti, alcune parole in inglese sono scritte in modo errato come “adress”, scritto con una sola “d”; il magistrato incaricato di seguire la vicenda, quindi, richiede il riconoscimento dal Kazakistan, che arriva prontamente: la signora è la moglie del dissidente.

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Il 1 giugno, cioè 48 ore dopo il blitz, la signora e la figlia vengono estradate e decollano con un jet privato messo a disposizione dei kazaki. Una volta in patria, vengono poste agli arresti domiciliari.

Rimangono molte domande senza risposta: chi ha fatto una soffiata alla polizia? chi ha avvertito Ablyazov del blitz? come mai tanta (strana, qualcuno potrebbe dire) solerzia da parte delle autorità italiane? come mai i fatti sono stati resi noti solo due mesi dopo? l’Italia ha fatto un “favore” al Kazakistan? forse nell’ambito dell’affare ENI (come sostiene, per esempio, il Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/06/italia-e-kazakhstan-paesi-amici-quante-ragioni-per-non-scontentare-nazarbayev/647560/) per la costruzione e la gestione dei nuovi oleodotti?
Restate sintonizzati, potrebbero seguire, qualora ulteriori fatti vengano alla luce, nuovi aggiornamenti.

Paolo Leone

Aggiornamento – 13/07/13

Il ministero dell’Interno ha revocato l’espulsione della signora Shabalayeva, ed ha invitato le autorità kazake a far rientrare in Italia la donna e la figlia. La relazione presentata al ministero dell’Interno sembra attribuire l’intera procedura a alla Procura del Tribunale dei minorenni, al Giudice di Pace, alla procura della Repubblica presso il Tribunale e la Procura della Repubblica per i minorenni.
Pare inoltre che i ministri dell’Interno, degli Esteri, della Giustizia ed il Presidente del Consiglio italiani fossero stati tenuti allo scuro di tutta la vicenda.
Le autorità governative, in conclusione, hanno fatto quadrato, scaricando tutte le colpe sulla Magistratura forse per difendere gli interessi italiani in Kazakistan (vedi sopra, link al Fatto Quotidiano).
Qualcuno si dimetterà? Su chi, in sostanza, verranno fatte ricadere le colpe? Si attendono nuovi sviluppi.

P.L.

La battaglia di Maida

Analisi storica e militare dell’evento che segnò l’inizio della fine del dominio napoleonico sull’Europa.
 

L’arco temporale che va dal 9 marzo 1796 (inizio della campagna d’Italia) al 18 giugno 1815 (battaglia di Waterloo) è passato alla storia come “età Napoleonica”: durante questo seppur breve periodo, infatti, si è vista l’ascesa, l’apice ed il declino di una della figure maggiormente ricordate nella storia, Napoleone Bonaparte.

Nonostante il Bonaparte sia ricordato come un condottiero pressoché invincibile, il cui esercito [nota bene: per esercito si intendono soltanto le truppe di terra, infatti la marina francese fu in precedenza annientata dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson ad Abukir in Egitto il 1° agosto 1798 e di nuovo dal Nelson nella battaglia di Trafalgar il 21 ottobre 1805] fu sconfitto soltanto dal rigido inverno russo (campagna di Russia, battaglia della Beresina 26-29 novembre 1812) e da Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington  (battaglia di Waterloo, 18 giugno 1815),  è sempre sfuggita ai riflettori della storia una piccola battaglia sull’esito della quale gli inglesi, ed i loro alleati, costruirono le basi della loro vittoria.

Lo scontro di cui si vuole narrare, infatti, è conosciuto come “la Battaglia di Maida”, ed ebbe luogo il 4 luglio 1806 in Calabria, nell’area oggi compresa tra la Piana di Sant’Eufemia (Lamezia Terme) ed il comune di Maida, che appunto alla battaglia ha dato il nome.

I francesi già da tempo avevano scacciato i Borboni occupando la zona, ed avevano lasciato un piccolo contingente militare, circa 6000 uomini e 6 pezzi di artiglieria pesante al comando del generale Jean Reynier, nella posizione fortificata di Maida, dalla quale si poteva facilmente controllare sia il mare sia la valle del fiume Amato.

Dall’altra parte gli inglesi, che volevano proteggere i loro interessi in Sicilia e danneggiare le vie di comunicazione francesi, avevano elaborato un piano per supportare e fomentare le rivolte antifrancesi locali.

L’archeologo francese François Lenormant, testimone diretto degli eventi, scrisse che “il primo luglio [1806],  una squadra inglese venne a gettare l’ancora nel golfo di Eufemia per sbarcare sulla spiaggia, fra la foce del Lamato e quella dell’Angitola, un contingente di seimila soldati britannici comandati da sir John Stuart, nonché alcuni personaggi atti a capeggiare una insurrezione popolare nel paese”.

Horace de Rilliet, chirurgo e scrittore svizzero al seguito dell’esercito francese, rilevò come “lo scopo immediato dello sbarco era di tagliare le comunicazioni tra le province citeriori e quelle ulteriori, il che sarebbe stato facile da realizzare in questa parte dell’istmo”.

Nel frattempo gli inglesi avevano creato sulla spiaggia una testa di sbarco, da usare come campo base e da proteggere in caso di sconfitta e ritirata immediata, affidando il compito di difenderla al capitano Fischer del reggimento svizzero Watteville, inoltre al tenente del genio navale Charles Boothby era stato ordinato di prendere il Bastione di Malta, dalla cui cima poteva controllare l’entroterra e dirigere la risalita verso Nicastro.

Il 3 luglio 1806, il giorno prima della battaglia, nel tentativo di fermare l’avanzata inglese, una compagnia di polacchi (alleati dei francesi) di stanza a Nicastro al comando del capitano Laskowsky e del colonnello Grabinski, assieme ad un gruppo di volontari a cavallo formato dalla nobiltà cittadina, si portò sulla riva caricando gli inglesi: questi ultimi reagirono impiegando i cannoni costringendo i polacchi a ripiegare immediatamente verso Maida, per avere l’appoggio dei francesi.

Sempre il Lenormant ricorda come “Subito la plebe di Nicastro [si noti come la popolazione nicastrese più volte in poco tempo avesse cambiato preferenza, a seconda di quale schieramento prevalesse al momento] prese le armi e risollevò la bandiera dei Borboni, mise a sacco le case dei nobili sostenitori del re Giuseppe [Bonaparte, re di Napoli] e sgozzò i soldati francesi malati che gremivano l’ospedale civile. <Nella città di Nicastro>, scriveva qualche giorno dopo re Giuseppe al fratello Napoleone, <il comandante delle guardie d’onore è stato accecato e poi crocifisso; era un principe che mi aveva accolto in casa sua>. La sera del 3 [luglio] il generale Reynier, scorgendo Nicastro illuminata dal balcone della casa da lui occupata a Maida, disse agli ufficiali del suo stato maggiore: “Domani batteremo gli inglesi e dopodomani bruceremo Nicastro”.

I due esericiti erano quasi di pari forze: alla mancanza di cavalleria gli inglesi potevano rispondere con ben 16 pezzi di artiglieria, contro i soli 6 posseduti dai francesi. Inoltre i soldati francesi erano fiaccati dai combattimenti con le bande di briganti locali che infestavano i boschi vicino Maida.

All’alba del 4 luglio 1806 i due contingenti iniziarono gli schieramenti sul campo di battaglia.

Il generale Reynier aveva dato ordine ai suoi di spiegarsi lungo la sponda dell’Amato, proprio perchè il fiume costituiva una protezione naturale contro i già citati briganti.

Al centro dello schieramento francese venne posto il generale Delonne con circa 300 cacciatori a cavallo ed i 6 pezzi di artiglieria; sulla destra agiva il generale Digonnet con 1250 fanti e sulla sinistra il generale Compère con circa 2400 uomini. In seconda fila furono posizionati i soldati polacchi sotto la supervisione del generale Peyri.

Lo Stuard fece in modo che gli inglesi si disponessero su due file parallele, con l’ordine di mantenere la posizione e rimanere vicino alle navi; inoltre la disposizione tattica consentiva agli inglesi di creare una linea di fuoco continua poichè le due file si alternavano nel fare fuoco e nel ricaricare il fucile.

Nonostante alcuni nicastresi, “il cui parere era sostenuto dalla loro conoscenza dei luoghi, avessero suggerito ai francesi di rimanere nella loro piazzaforte di Maida, assicurandoli che se agli invasori fosse stato consentito di accamparsi sulle terre basse e paludose che si stendono da Nicastro al mare, e durante la stagione calda sono infestate dalla micidiale malaria, ben presto i nemici si sarebbero trovati in una condizione tutt’altro che propizia al combattimento ” (cit. Arthur John Strutt), il generale Reynier commise l’errore di ritenere che anche dei britannici, così come era accaduto con i Borboni, “sarebbe venuto a capo con facilità” (cit. Lenormant), dando pertanto l’ordine di attaccare.

Lo scontro iniziò attorno alle otto e mezza del mattino: il generale Compère fece subito avanzare il centro francese, ma quando questo fu a quindici passi di distanza dagli inglesi, venne accolto da un nutrito fuoco di fucili, che uccise circa 800 soldati e ferì lo stesso Compère facendolo finire prigioniero. I supersiti, privi del loro generale, si diedero ad una fuga precipitosa e disordinata, lasciando scoperta la seconda linea polacca che venne presto incalzata dagli inglesi.

L’unica speranza francese era quindi riposta nell’ala destra al comando del Digonnet, al quale furono mandati in sostegno l’artiglieria e la cavalleria. Gli inglesi non si lasciarono tuttavia sopraffare, anzi, ricorsero ad un grande esempio di astuzia militare: essendo i francesi a portata di tiro, il comandante inglese ordinò alle navi di fare fuoco con i propri cannoni, incalzando i nemici con l’artiglieria e la sua prima linea.

Poco prima di mezzogiorno la battaglia era già finita: i francesi, sconfitti ed ormai in ritirata, avevano perso sul campo circa 500 soldati, 300 erano i feriti, altri 1100 vennero fatti prigionieri; gli inglesi contavano soltanto 45 morti e 283 feriti circa.

“Era la prima volta, da lunghissimo tempo, che i francesi subivano una sconfitta per terra. Sir John Stuart ne fu tanto orgoglioso che arrivò ad insultare i vinti. <Mai>,  disse nel suo rapporto, <la vanità del nostro presuntuoso nemico è stata più duramente mortificata, mai la superiorità delle truppe britanniche più gloriosamente provata come negli avvenimenti di questa giornata memorabile>” (Lenormant).

Nonostante entrambi gli schieramenti avessero dispiegato un numero esiguo di forze rispetto ai grandi eserciti che a quel tempo si muovevano sul continente, le conseguenze della battaglia di Maida furono sostanzialmente due.

La prima fu che la vittoria inglese ricacciò i francesi verso Catanzaro, portando a Nicastro il materiale necessario ad armare una insurrezione calabrese, a capo della quale fu designato il maggiore Gualtieri (fonte sempre il Lenormant).

La seconda conseguenza derivava dal fatto che gli inglesi avevano ormai intuito come le armi da fuoco stessero lentamente spostando il vantaggio tattico dalla offesa alla difesa, dunque l’utilizzo della doppia linea che garantiva un fuoco continuo assicurava grandi possibilità di vittoria.

Nove anni dopo, infatti, il 18 giugno 1815 gli stessi inglesi, schierati in doppia linea come a Maida, fermarono una volta per tutte le guardie imperiali napoleoniche nella battaglia di Waterloo.

Ps. la città di Londra ha dedicato due quartieri, Maida hill e Maida vale, nonchè una stazione della metropolitana, a questo evento. La battaglia, inoltre, è studiata in tantissime scuole militari come esempio e storia di tattica e strategia. In Italia, e sopratutto qui in Calabria, questi fatti sono praticamente sconosciuti. Perchè?

Paolo Leone

(E’ consentita riproduzione per intero dell’articolo, citando autore e blog di provenienza. non sono consentite riproduzioni non autorizzate, copie, estrapolazioni, plagi. I trasgressori saranno perseguiti a norma di legge. I diritti delle immagini quivi riportare appartengono ai rispettivi titolari.)

Gli F-35, i temibili caccia “del futuro” bellico.

I giornali, le reti televisive ed internet sono pieni di notizie riguardanti gli F-35, aerei militari di ultima generazione e recente produzione, indicati dalla azienda costruttrice come “il futuro della guerra aerea”.

Contrariamente alle aspettative, però, questi “costosi giocattolini” sono stati sommersi dalle critiche fin dalle primigenie fasi di progettazione e sviluppo.

Andiamo quindi a verificare la natura delle contestazioni, cercando di non entrare troppo nei dettagli della storia dei bombardieri militari e nei tecnicismi più esasperanti, cosa che, oltre ad essere molto noiosa, è certamente inutile nel nostro caso.

Puntualizziamo l’oggetto dell’approfondimento: un F-35 è un’esemplare di caccia monoposto, con singolo propulsore, stealth (cioè invisibile ai radar), possibilità di decollo verticale (si solleva da terra come la DeLorean in “Ritorno al Futuro”), utilizzabile sia come supporto aereo ravvicinato (quindi contro altri aerei) sia come strumento per il bombardamento tattico (distruzione di obiettivi a terra).

Ad una prima lettura delle caratteristiche che possiede, il caccia sembra proprio un arnese niente male, ma già andando a verificare l’industria produttrice iniziano i problemi.

Gli F-35 sono infatti prodotti dalla Lockheed Martin, potente azienda attiva nel settore dell’ingegneria aerospaziale, che si è aggiudicata il bando del Dipartimento della Difesa americano per la produzione in serie di aerei di 5° generazione (o super-moderni, che dir si voglia).

La Lockheed, però, è una azienda tutt’altro che limpida. La stessa è stata infatti coinvolta in diversi casi di corruzione di funzionari statali per assicurarsi cospicue commissioni.

Il più famoso è senz’altro lo “scandalo Lockheed” che ha investito diversi paesi tra cui l’Italia, dando vita ad un intricato caso di giurisprudenza costituzionale e portando addirittura alle dimissioni il Presidente della Repubblica Giovanni Leone nel 1978.

Su Wikipedia, o qualsiasi altro portale di informazione online, potrete trovare altre informazioni al riguardo (http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Lockheed)

Veniamo ora all’analisi della prima categoria di critiche: il prezzo.

Quanto costa ogni singolo F-35?

Nella prima fase di sviluppo il prezzo dell’aereo “nudo” (cioè senza armamenti, da acquistarsi separatamente) era previsto in 40 milioni di dollari.

La correzione di alcuni difetti individuati in fase di sviluppo aveva immediatamente più che raddoppiato il prezzo per singolo pezzo: 92,3 milioni di dollari.

La stima finale e definitiva per la messa in produzione in massa si attesta invece sui 137,1 milioni di dollari, per motivi tutt’ora ignoti che ne la Lockheed ne il Dipartimento della Difesa americano hanno voluto rivelare.

Insomma, il costo di ogni singolo giocattolino in questione è aumentato di oltre il 200% rispetto alla stima iniziale (ovviamente armamenti a parte).

Certamente questi aerei sono molto costosi. Ma il sacrificio economico sarà almeno ripagato da uno strumento bellico moderno, efficiente ed resistente! Sicuri?

Perchè alle prime analisi e dai primi test sembra proprio che questi F-35 siano soltanto delle costosissime bagnarole.

Il progetto F-35 è stato analizzato dalla RAND Corporation, società di analisti strategico-militari che collabora col Dipartimento della Difesa americano. La conclusione è desolante: il caccia è lento, poco maneggevole e non sarebbe in grado di competere, in un ipotetico combattimento aereo, col rivale russo SU-35.

Pierre Spray, progettista di caccia militari, ha dichiarato in una intervista facilmente reperibile su YouTube “the F-35 joint fight striker is a lemon!”, un limone, cioè pesante e poco reattivo.

Il maggiore Richard Foch, United States Air Force, ha pubblicamente rivelato di “sudare freddo” al solo pensiero che gli F-35 siano impiegati in battaglia.

Nonostante questi “difettucci” sono stati prodotti alcuni esemplari per i test.

I Paesi interessati all’acquisto, sopratutto gli USA e i Paesi europei NATO, avranno quantomeno aspettato che si concludessero i test prima di comprare queste “carrette del cielo” dal modico costo di 137,1 milioni di dollari a pezzo (sempre armamenti a parte)?

No! Incredibile ma vero, gli aerei sono stati già ordinati!

E così gli USA ne hanno ordinati oltre 2000, l’Italia 90 (originariamente 130), l’Inghilterra 138, l’Olanda 60, etc. etc.

Ma oltre al danno, ecco giungere anche la beffa!

Per migliorare la velocità e la manovrabilità in volo pare che gli ingeneri della Lockheed abbiamo “alleggerito” l’aereo, rimuovendo alcune parti metalliche e modificando la scocca.

Idea assolutamente geniale: non solo l’aereo è rimasto una carretta lenta e statica, ma sembra che “l’alleggerimento” comporti una resistenza ai colpi inferiore del 25%.

In sostanza, il caccia “ultramoderno” sarebbe più fragile di quelli che dovrebbe sostituire.

Basterebbe addirittura un colpo messo bene a segno per abbatterlo.

Ma i geniacci della Lockheed sono andati oltre.

Per alleggerire il peso hanno rimosso alcune protezioni del serbatoio carburante, trascurando il dettaglio “meteo”.

Pare proprio, infatti, che se un F-35 venisse colpito da un fulmine le protezioni al serbatoio non sarebbero sufficienti, comportando l’esplosione del velivolo.

In conclusione, la vicenda ha degli aspetti assolutamente paradossali.

Innanzitutto, è davvero necessario spendere così tanto in degli armamenti che, considerando le forze USA e Nato, saranno usati molto poco?

E se, anche per assurdo, queste spese fossero giustificate, possiamo davvero affidare la nostra difesa a questi caccia inaffidabili? Se piove e ci sono i fulmini cosa facciamo? Non ci difendiamo?

E poi, perchè spendere miliardi in armamenti quando i popoli sono in crisi ed i cittadini vivono senza ricevere gli adeguati servizi per i quali pagano le tasse (scuole, trasporti, ambiente, lavoro)?

Sarebbe meglio, senza dubbio, chiudere i progetti di questo aereo in un archivio ed investire i soldi pubblici la dove ce n’è veramente bisogno.

Paolo Leone

La politica europea in crisi affossa tutta l’eurozona.

Un rapporto del FMI smaschera i danni della mancata coesione comunitaria.
 

L’Europa dell’Euro è in recessione e sul bilancio dell’Unione è tutti contro tutti.
Si è concluso in un fiasco l’incontro tra i capi di Stato e di Governo nel quale doveva essere approvato l’accordo per il periodo 2014-2020.
Un nuovo incontro è previsto per i primi mesi del 2013.
Forti le tensioni tra i Paesi nordici dalle finanze più sane ed i Paesi dell’area mediterranea con le casse in rosso.
Nella confusione si distingue una posizione dominante: Deutschland uber alles.
Il tutto a causa della crisi e di come è stata affrontata.

Gli studi più accreditati sull’argomento sono quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, nonostante una originaria cultura “rigida”, ha operato scelte opposte a quelle della Germania, similmente a Nobel per l’economia quali Krugman e Stiglitz, e banchieri del calibro di Bernanke e Draghi.
Secondo quanto elaborato dal FMI per capire la crisi bisogna partire da tre indicatori: crescita, disoccupazione, debito.
Nei Paesi in cui la crescità c’è, essa è troppo debole per dare slancio all’economia e all’occupazione; il debito pubblico in Europa ha raggiunto gli stessi livelli del 1945 appena terminata la II° Guerra Mondiale.
L’insieme di questi fattori ha generato dubbi sulla solvibilità degli Stati, provocando tagli del “rating” (ricordate Moody’s e Standards & Poors?)
e aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato.

A questo l’UE ha reagito imponendo piani di “austerity” (vedasi Grecia): un consolidamento fiscale che ha finito per contrarre la domanda, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori, e ritirare l’offerta, causando contrazione degli investimenti e disoccupazione.
A ciò si è aggiunto il non corretto comportamento del sistema bancario, che ha espanso lo “shock speculativo” invece di assorbirlo.
Il rifiuto tedesco di emettere Eurobond, titoli di Stato comunitari, e la miopia franco-tedesca nel richiedere l’intervento delle banche in caso di “default” di uno Stato hanno provocato la rarefazione di liquidità dei singoli Paesi, sopratutto quelli in crisi, ed hanno spinto le banche al “credit crunch” (stretta del credito).

La situazione italiana, poi, si è aggravata perchè la principale banca tedesca, la Deutsche Bank, ha ridotto la propria esposizione nei confronti del debito pubblico italiano da 8 miliardi a 1 miliardo di euro (-88%), innescando un circolo vizioso di vendite di titoli italiani e generando panico sul mercato.

Nel frattempo gli USA rischiavano il default per il superamento del tetto di 14.300 miliardi di dollari che il Congresso ha posto nel 1917 come limite massimo di debito pubblico.
La risposta americana è stata decisa: è stata immessa nel mercato statunitense una forte liquidità per risanare il debito e far ripartire l’economia (per esempio, Obama ha prestato alla FIAT 8 miliardi di dollari per salvare la Chrysler e migliaia di posti di lavoro americani).
I capitali inflazionati sono stati invece spostati verso l’Europa, individuando di volta in volta un Paese su cui speculare: prima l’Islanda, poi Grecia e Portogallo, infine Spagna e Italia.

La politica pauperistica e di rigore imposta dalla Germania (sopratutto alla Grecia che di fatto ha perso la propria sovranità nazionale ed è commissariata) ha vanificato gli sforzi della Banca Centrale Europea (BCE) che, da quando è presidente il nostro Mario Draghi, ha attuato misure “non convenzionali” per l’acquisto su mercati secondari di titoli di Stato dei Paesi a rischio.

La situazione finanziaria continua ad essere incerta, mentre l’economia peggiora. In Italia nel solo 2012 la pressione fiscale è salita del 3% (la “cura Monti”).
Non sarebbe il caso di fermarsi, ragionare e ripartire insieme? Eh, Angela?

Paolo Leone