lamezia terme

Furto del cane: I proprietari abbandonati al loro dolore

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Rubare il cane altrui è certamente una delle cose più abiette che la mente umana abbia mai partorito.

Non soltanto per il dolore che causa al proprietario, che si vede privato con la forza di qualcuno che considera come un amico speciale, ma anche per i danni ed i maltrattamenti che possono essere arrecati allo stesso animale. E’ stato davvero un brutto colpo quello di sentirmi dire da un caro amico, che di recente ha perso il padre, “il giorno delle esequie, sapendo che in casa non c’era nessuno, estranei si sono introdotti nella mia proprietà e mi hanno rubato un cane”.

Ebbene si, “mi hanno rubato un cane”. E’ possibile che l’essere umano possa spingersi a tanto? Purtroppo, considerando la nostra storia passata e quella contemporanea, la risposta è affermativa.

Sembrerebbe, inoltre, che la pratica del furto di cane sia in espansione in ogni parte del paese.

Le ragioni per la quali i nostri amici a quattro zampe vengono rapiti sono molteplici.

L’avidità di animali ha lo scopo di soddisfare le più inquietanti delle ipotesi: richieste di riscatto, vendette trasversali, lotte clandestine, accattonaggio, mercato di carne e pelle, vivisezione, allevamento irregolare, messe nere e sadismi.

Ed è proprio dopo aversi visto sottrarre il proprio animale che i proprietari vengono lasciati soli.

L’ipotesi di furto del cane non è una fattispecie criminosa tipica prevista dall’ordinamento penale, viene assorbita nell’ambito del furto generico, o con scasso se ne sussistono i presupposti, e mancano quindi azioni particolari volte soprattutto alla ricerca ed alla restituzione della bestiola.

L’unico riferimento specifico è la legge 189 del 2004, che tutela i cani e gli altri animali d’affezione, ma le circostanze concrete la rendono assolutamente inapplicabile.

Il cane stesso, inoltre, non è considerato quale “bestiame” e pertanto non si applicano nemmeno le circostanze aggravanti previste dai casi specifici.

Non va neppure dimenticato che, a livello nazionale, non esiste alcun database generale sul numero e sul tipo di animali registrati (microchip), cosa che rende impossibile qualsiasi determinazione statistica e vanifica ogni tentativo di ricerca capillare. Senza dimenticare che la gran parte degli animali domestici non è regolarmente registrata, sia per mancanza di una precisa normativa in materia sia per l’inerzia dei proprietari, facendo si che molti animali domestici siano, per così dire, “sconosciuti allo Stato”.

Sulla totalità dei furti di cane, inoltre, solo il 3% dei casi viene denunciato, mentre il 15% viene indicato come semplice smarrimento (fonte Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente), ed a tale scopo si ricorda che solo a seguito di una denuncia per furto o rapimento le autorità possono aprire una indagine.

Infine, i problemi endemici del Paese quali l’assenza di una normativa certa, la mancanza di certezza della pena, la mancanza di ricerca capillare, la scarsità del personale di polizia, l’arretratezza tecnologica (quanti commissariati dispongono di lettore di microchip?), uniti alla velocità ed alla scaltrezza dei malviventi, fanno si che la ricerca dei poveri scomparsi sia praticamente impossibile.

Solo pochissime volte, per ottenere un cospicuo riscatto, i cani vengono riconsegnati ai loro proprietari; nella maggior parte dei casi o non fanno più ritorno a casa o vengono ritrovati senza vita dopo qualche tempo.

Sicuramente il modus operandi tipico italiano (o italiota) addiverrebbe a dire le solite cose, ormai banali, relative al “sistema ed al fatto che deve cambiare”. Cosa che, fra l’altro, non avviene mai.

In questo caso il cambiamento deve provenire da noi, in piccolo, registrando correttamente i nostri cani all’anagrafe canina (microchip), denunciando correttamente alle autorità tutti i casi di furto, rapimento o maltrattamento, attivandosi a mezzo stampa per pubblicizzare le notizie.

Nello specifico chiunque avesse notizie di Fanni, detta Fannina, una drahthaar di quasi due anni, che potete vedere nella foto, con una macchia bianca sulla zampa sinistra, numero chip 380260020122302 è pregato di allertare le forze dell’ordine, che si metteranno in contatto con il legittimo proprietario.

Paolo Leone

Manifestiamoci, ancora. L’essenza di Manifest

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Dopo aver intervistato i fondatori di Manifest, ed aver da loro sentito quali sono le idee base del progetto, è il momento di sentire le opinioni degli altri partecipanti. Alcuni di loro, come Simona Castagnaro o Vincenzo Costabile, vivono a Lamezia. Altri, pur essendo integrati nel progetto, vivono altrove, in particolare Andrea Icardi (Alessandria), Pierluigi Cuccitto (Pesaro, ora Cosenza), Giulia Vismara (Brianza).

Senti la necessità di manifestare qualcosa? Se si, cosa?

Andrea: Sento la necessità di manifestare me stesso.

Pierluigi: Sento la necessità di manifestare la libertà di aver qualcosa di personale da dire sul mondo, in anni di pensiero omologato

Giulia: Sento ogni giorno la necessità di manifestare. Ogni giorno qualcosa di diverso, ogni giorno qualcosa di differente. Sento la necessità di manifestare innanzitutto la bellezza delle piccole cose guardate attraverso occhi sempre nuovi.

Vincenzo: Penso che abbiamo tutti bisogno di manifestare la nostra presenza nel mondo, ma non dev’essere fatto con ostentazione e manie di protagonismo.

Simona: Sento la necessità di manifestare le mie sensazioni e di trovare il mio posto, all’ interno di un mondo e di un contesto, dove, sfortunatamente, e generalmente, vivere è semplice, ma appartenere è impossibile. Dunque, il mio proposito non è facile, ma ci provo, ugualmente e testardamente.

Perchè Manifest?

Andrea: Perché posso appunto manifestare ciò che mi passa per la testa, senza alcun vincolo.

Pierluigi: Perchè da soli non si fa mai nulla; e perché la comunità oggi va riscoperta. Inoltre ho trovato ragazzi come me, che hanno lo stesso modo di vedere le cose e di vivere

Giulia: Perché Manifest ti spinge a manifestare. Già dal nome ti stuzzica quella voglia di rovistare nel più profondo del proprio essere e dare sfogo a quei pensieri che troppo spesso per mancanza di tempo o di coraggio si tengono nascosti persino a sé stessi.

Vincenzo: Manifest è un falò attorno al quale noi leggiamo e ci riscaldiamo e che illumina la notte lametina.

Simona: Perché, appunto, si vuole andare “contro”, o, per meglio dire, si vuole andare “oltre”. Nel mio caso, parlo di un “oltre”, posto in relazione al mondo e al contesto che ho descritto e a quelli che possono essere i miei limiti. Ho imparato, grazie a questo progetto, che mettersi in gioco è fondamentale.

Quale è il tuo livello di coinvolgimento?

Andrea: Il mio livello di coinvolgimento credo sia quanto mi sia possibile. Risiedendo lontano dalla maggior parte degli altri membri, e da dove si sviluppa la principale attività di Manifest, la presenza fisica mi è difficile, però, non essendo l’unico Manifestante che risiede al Nord, mi piacerebbe incontrarmi con gli altri e, seguendo la scia del gruppo dei lametini, organizzare qualcosa anche quassù.

Pierluigi: Pieno, e spero aumenti!

Giulia: Sono solo agli inizi, sono una che si immerge lentamente, con i tempi di cui necessito. Ho bisogno di ponderare ogni mia scelta e sapere fino a che punto posso coinvolgermi di volta in volta. Non voglio affrettare troppo i tempi e ritrovarmi a non saper gestire come vorrei.
E’ un coinvolgimento lento, ma che di volta in volta sarà sempre più profondo.

Vincenzo: Penso che la particolarità di Manifest sia il fatto che vengono tutti accolti e la sua ragion d’essere è permettere a tutti di esprimersi.

Simona: Sono molto attiva. Ho pubblicato sul blog più di trenta scritti.

Sei entrato/a in Manifest in un secondo tempo rispetto al nucleo originario, chi o cosa ti ha avvicinato al progetto?

Andrea: Manifest è nato il 25 gennaio 2014, il mio intervento sul blog è datato 11 febbraio perciò posso affermare di essere quasi parte del nucleo originale. Ad avvicinarmi è coinvolgermi nel progetto è stata la mia amica Simona Barba Castagnaro.

Pierluigi: Vi sono entrato grazie alla conoscenza di Domenico DAgostino, e fin dallinizio del progetto. Lo ringrazio immensamente!

Giulia: Sì, io sono una degli ultimi acquisti di Manifest. E’ stato Andrea Icardi a propormi di seguire questo blog.
Conoscendoci non da molto tempo stavamo discutendo dei nostri vari interessi e gli ho rivelato la mia passione per la scrittura; incuriosito mi ha chiesto di passargli un mio pezzo e mi ha proposto di far parte degli autori.
Ero davvero emozionatissima il giorno in cui ho parlato per la prima volta con Domenico e onestamente non sapevo cosa si aspettasse da me.
Però evidentemente è stato piacevolmente colpito.

Vincenzo: Si, ho conosciuto Valeria nell’ambiente del teatro, ho partecipato con loro all’evento Parole in movimento. Scoprendo il blog mi sono offerto di scrivere. Le ho fatto leggere qualcosa che ho scritto e le è piaciuto, mi ha presentato a Domenico che mi ha accolto fraternamente.

Simona: Faccio parte di Manifest, fin dagli esordi, ed è stato Domenico D’ Agostino a contattarmi. Nonostante, ancora, mi conoscesse, appena, ha centrato in pieno il centro delle mie passioni. Quindi, ho accettato.

Hai fatto esperienze simili anche prima di Manifest?

Andrea: No, assolutamente.

Pierluigi: Sì un collettivo studentesco nella mia città, Pesaro, fra il 2010 e il 2012

Giulia: Non ho mai provato a far parte di un grande blog, di una grande famiglia. Le mie esperienze precedenti si limitano ai temi scolastici e qualche sporadico post su una pagina di citazioni.

Vincenzo: Più volte mi è stato chiesto di scrivere per blog di amici, ma mi sono quasi sempre limitato a postare commenti.

Simona: Scrivo da parecchi anni, ma non ho mai reso pubblici i miei scritti. Del resto, la mia è una scrittura profondamente introspettiva e ho, sempre, faticato a “denudarmi” in tal senso. Con Manifest ho provato ad osare.

Come fa, secondo te, Manifest a fare da collante fra diverse arti?

Andrea: Semplicemente perché non ha vincoli, non ha barriere, ma è un luogo virtuale dove chiunque si può esprimere liberamente, secondo le proprie capacità, idee e pensieri.

Pierluigi: Perché larte di qualsiasi tipo è unita da un linguaggio comune: avere qualcosa da dire su quello che accade e quello che ci circonda!

Giulia: Secondo me sono le diverse arti a fare da collante all’interno di Manifest.
L’arte in quanto tale ha diverse sfaccettature ma porta tutta quanta a qualcosa di bello ed unificante. Se non esistessero le diverse sfumature dell’arte Manifest non avrebbe senso e vita.

Vincenzo: Penso che quando si riuniscono persone creative sia normale che venga il desiderio di sperimentarsi in altre forme d’arte, senza porsi limitazioni.

Simona: Grazie alla mancanza di vincoli e alla possibilità di rappresentare se stessi nel modo che si preferisce.

Parlami (in breve) della tua passione per la scrittura.

Andrea: La mia passione per la scrittura è semplicemente un bisogno naturale di esprimermi, non tanto per comunicare qualcosa agli altri, ma per comunicare innanzitutto a me stesso.

Pierluigi: Scrivo perché amo ascoltare e raccontare storie, creare mondi plausibili- scrivo Fantasy- e perché ho qualcosa da dire sul mondo

Giulia: La mia passione per la scrittura è nata quando avevo 12 anni, quasi per caso.
E’ nata innanzitutto come necessità di sfogarmi in un periodo piuttosto buio della mia vita e poi pian piano è diventato un mezzo per capirmi e farmi capire.
Molto spesso ancora oggi mi ritrovo a preferire un testo scritto rispetto ad un colloquio, poiché su un foglio mi sento come se potessi mettere tutto ciò che produce la mia testa complicata e rendermi conto che in realtà non era così difficile.
La scrittura è per me una scoperta continua di me stessa e del mondo.

Vincenzo: Scrivere ha la funzione di indagare nella propria anima, interrogare il cuore e la mente, ma anche quella più pragmatica di far conoscere, informare, condividere, organizzare.

Simona: Ho iniziato a scrivere per l’ esigenza di sfogare il mio universo interiore e per l’ esigenza di lasciar vivere le mie emozioni. Se posso permettermi una battuta, ho iniziato a scrivere per non andare dallo psicoanalista. Scrivere, per me, in sintesi, è stato ed è, ancora, adesso, un percorso di auto-analisi, un percorso, grazie a cui ho preso consapevolezza delle mie inclinazioni e che ha dato una svolta positiva alla mia vita, permettendomi di capire che ho un talento anche io.

Qualcuno prepara un elaborato sbagliato in lingua o grammatica: come ti comporti?

Andrea: Magari cerco di farglielo notare, aspettandomi che gli altri facciano lo stesso con me.

È molto più facile notare gli errori altrui che i propri.

Pierluigi: Glielo dico, ma senza essere pesante, magari con una battuta

Giulia: Vedere errori grammaticali anche in frasi quotidiane per me è un vero e proprio abominio.
E’ un dovere conservare la bellezza e la correttezza di questa lingua e purtroppo oramai a nessuno sembra importare veramente.
Abbiamo iniziato a rovinare tutto con il linguaggio SMS: a volte è necessario usarlo, in situazioni in cui davvero abbiamo poco tempo; ma troppo spesso si usa a sproposito anche quando non serve ed è semplicemente indecente.
L’italiano è la nostra lingua e va rispettata non calpestata. Chi prepara un elaborato sbagliato nella lingua o nella grammatica DEVE essere corretto immediatamente e bisogna insegnargli il tipo e la gravità di errore fatto.

Vincenzo: Lo faccio notare.

Simona: Sono molto puntigliosa e meticolosa. Quindi, credo che segnalerei, immediatamente, gli errori che ho notato, ma, sempre e comunque, con l’ umiltà che mi contraddistingue. Fare “il fenomeno” non è, certamente, tra le mie peculiarità.

Andresti via da Lamezia? Se si, perché. Se no, cosa faresti per migliorare il territorio?

Andrea: (Facendo finta che la domanda sia riferito a dove abito io, Alessandria). Non escludo questa possibilità, la vita spesso può portare lontani dalle proprie origini. Penso che per migliorare qualcosa bisogna prima conoscere, quindi prima cercherei di conoscere ogni minima sfaccettatura, pregio o difetto e dopodiché cercherei di eliminare o rendere invisibili i difetti, per valorizzarne i pregi.

Pierluigi: Sono arrivato a Lamezia da poco, e non so cosa mi riserverà il futuro. Però spero di rimanerci più a lungo possibile. Penso, da quel poco che ho visto, che noi giovani dobbiamo inserirci nel territorio con le nostre menti e lasciarlo meglio di come lo abbiamo trovato, con ogni sorta di iniziative e sensibilizzazioni

Vincenzo: Non sono di Lamezia e il primo periodo che sono stato qui me ne lamentavo, ma ho imparato ad apprezzarla per le sue ricchezze a prima vista celate.

Simona: Non amo Lamezia, sinceramente. Non amo la sua mentalità, il pregiudizio galoppante, la chiusura. Eppure, non riesco a lasciarla. Lamezia rimane la città dei miei affetti e delle mie radici e, seppur ogni suo aspetto ci renda “lontane”, rimane e rimarrà, sempre, una linea invisibile, ma percepibile, ad unirci.

Come vedi Manifest fra 1 anno?

Andrea: Tra un anno lo vedo ramificato anche in altre zone d’Italia.

Pierluigi: Lo vedo espanso in Calabria e in Italia, partecipando a numerose iniziative.. e tanta gente in più che segue il blog!

Giulia: Speriamo di conquistare il mondo! Ma andrebbe bene anche avere un po’ di membri attivi per ogni regione d’Italia. Dobbiamo andare avanti, dobbiamo ingrandirci e farci sentire.

Vincenzo: Sono bellissimi gli eventi che abbiamo organizzato negli ultimi tempi. Immagino ancora più eventi, reading, collaborazioni, presentazioni, mostre. Auspico la nascita di una associazione culturale, da cui però il blog resti indipendente.

Simona: Spero che Manifest possa crescere, ancora, e farsi conoscere come merita e spero che, insieme ad esso, possa crescere anche ognuno di noi, come individuo a sé stante. Del resto, siamo tante personalità diverse, ognuna con le proprie tendenze e caratteristiche, che sarebbe bello poter palesare, con il relativo riscontro.

Paolo Leone

Giovani e cultura, a Lamezia si può: Manifest!

Iniziano ad operare sul territorio i ragazzi con la comune passione per la scrittura.

Cosa significa “manifestare”, se non esporre in pubblico in maniera chiara e puntuale una propria convinzione? E questa parola, per come viene usata oggi dai media, deve avere necessariamente una accezione negativa? Assolutamente no, ed a Lamezia, con Manifest, ne abbiamo avuto la conferma.

Manifest è una piacevole realtà cittadina, e non solo, che riunisce in un collettivo molti giovani che hanno in comune la passione per la scrittura. Nato dall’idea di Domenico D’Agostino, al progetto hanno aderito immediatamente Aldo Tomaino e Valeria D’Agostino, venendo così a costituirsi quel nucleo iniziale che poi si è rapidamente espanso, coinvolgendo molte altre persone, giovanissimi nella maggior parte.

Il “manifesto” così costituito pone al centro la Scrittura Creativa: non solo elaborati originali, scritti da giovani, ai quali viene dato risalto sul web, ma anche scrittura usata come collante, ovvero quale strumento per collegare diverse discipline come arte, musica, fotografia.

La creatività del gruppo è anche sinonimo di diversità. Pur rimanendo la scrittura quale base del lavoro, infatti, le diverse vedute, ispirazioni e nature dei partecipanti rendono Manifest un raccoglitore dove contenere la passione dei singoli.

L’attività del collettivo inizia sul web, con la creazione di un blog consultabile all’indirizzo www.manyfestt.wordpress.com, poi espandendosi ad aventi organizzati sul territorio.

A giugno 2014 si è dato vita al flash mob “parole in movimento”, dove post-it colorati con citazioni libere (dalla letteratura alla musica) sono stati attaccati a cose e persone. Successivamente il collettivo ha utilizzato spazi concessi o inviti ricevuti da associazioni, in cui Manifest ha avuto la possibilità di creare o personalizzare molteplici tavoli di lavoro.

Possiamo infatti ricordare le partecipazioni all’Ecofaggeta Festival, alla mostra Meridies, il contributo all’organizzazione del Lamezia Chess e l’evento Manifestiamoci con la creazione del laboratorio in movimento.

La fiamma di passione che da forza a Manifest è certamente forte e punta a diventare sempre più grande: il gruppo progetta di poter arrivare anche in altre regioni e di diventare una nuova ed interessante realtà a livello nazionale.

In questa società contemporanea, fondata su moda, fashion e apparenza, una realtà del genere è sicuramente apprezzabile, oltre che molto rara, ed offre certamente una vetrina per chi ama scrivere o utilizza la scrittura in maniera complementare ad altre discipline. Tutti gli interessati possono contattare Manifest su Facebook o su Twitter https://twitter.com/blogmanifest.

Le attività di questi ragazzi sono ancora in fermento ed altre iniziative saranno presto realizzate.

Preparatevi, dunque, a sentir parlare ancora di Manifest o, come esso stesso si definisce, un “collettivo di amici scrittori”.

Paolo Leone

Intervista a Fabrizio Basciano, musicista e compositore lametino.

Fabrizio Basciano è un musicista e compositore lametino. Oltre ad aver realizzato diverse opere musicali (http://fabriziobasciano.bandcamp.com/ e http://fabriziobasciano.wix.com/basciano), ha creato l’associazione culturale
LanteArte, con la quale porta avanti una serie di manifestazioni di carattere artistico e culturale nel territorio di Lamezia Terme.

Chi è Fabrizio Basciano?

Iniziamo forse dalla domanda più difficile che si possa porre a qualcuno che se lo chiede da anni, da sempre forse. Risolviamo il problema sul nascere e sintetizziamo: sono un musicologo, compositore dilettante e professore di musica. A ciò aggiungo la parola ricercatore (finora indipendente), interessandomi ad una moltitudine di studi e ambiti differenti.

 

Quando, nel corso dei tuoi studi, hai compreso che la musica era la strada che avresti percorso? Perché?

La mia con la musica è una storia particolare. Ho iniziato per necessità, a causa di alcuni noduli che avevo accusato lungo le corde vocali. Dunque iniziai a praticare il canto armonico e difonico col caro Mauro Tiberi, maestro romano di discipline canore non tradizionali. Al problema dei noduli, presto depennati grazie alle suddette pratiche, si aggiunse poi l’esigenza di tenere impegnate le mani, troppo facilmente soggette al vizio del cosiddetto “scrocchiare”, dunque pensai di studiare pianoforte, divenuto poi il mio strumento principale. Stando alla massima del “prima la pratica, poi la grammatica”, mi appassionai così tanto a qualcosa che sapevo di avere dentro da sempre (fin da piccolo coltivavo la passione grazie ai suggerimenti paterni e delle mie sorelle maggiori) che cominciai a studiare tutta la teoria, l’armonia, la musicologia e così, di conseguenza, la grande musica impropriamente detta classica.

 

Perché hai scelto Roma come sede universitaria?

La mia famiglia ha una storica tradizione di studi nella città capitale della penisola, dunque fu quasi un esito naturale che io mi recassi lì per proseguire i miei. Al di là del bagaglio familiare, sapevo essere Roma una piazza molto interessante per l’ampliamento delle proprie conoscenze e per il confronto con realtà più grande di me. Così è stato. Senza quel soggiorno non avrei potuto interfacciarmi con tutta una serie di stimoli determinanti per il mio percorso personale.

 

Come ha influito sui tuoi studi lo stare lontano da casa?

Devo innanzitutto cogliere l’occasione per ringraziare coloro i quali mi hanno sostenuto lungo questo cammino, ossia i miei genitori, il cui sostegno non potrà mai essere adeguatamente contraccambiato. Andando oltre, vivere lontano da casa e fare i conti con la quotidianità da individuo singolo in una moltitudine incessantemente in movimento, è fattore X per la comprensione della propria posizione all’interno del contesto sociale, del proprio ruolo e delle proprie più profonde attitudini.

 

Parlaci di cosa significa studiare musica, canto e composizione e come sono stati i tuoi studi.

La seria pratica di discipline quali quella della composizione, dell’analisi musicale, della pratica canora, pianistica e, non ultima, computazionale, non lasciano spazio ad atteggiamenti superficiali di qualsiasi sorta, dunque levigano la tua persona fino a mostrare, in parte o, per chi si impegna veramente, la propria vera natura, il lato essenziale del proprio IO. Lo studio è uno strumento, e in quanto strumento non è mai fine a se stesso. Se diventa ciò, se diventa cioè un fine edonistico, si è sbagliato l’approccio a quello che in realtà dovrebbe servire a migliorare se stessi e, dunque, il contesto nel quale ci si trova a vivere e operare.

 

Perché una volta conclusi gli studi hai scelto di ritornare a Lamezia, invece che “cercare fortuna” altrove?

Quello del ritorno è un tema interessante. E’ qualcosa che accomuna molti di noi, molti di quelli che credono abbia un senso investire nella propria terra d’origine, in qualsiasi stato essa si trovi a versare. Ciò non significa certo che, dinanzi a evidenti e troppo grosse difficoltà nel riuscire a realizzare i propri obiettivi, ci si debba intestardire fino a restarne vittime. Occorre sempre cercare le condizioni migliori per le proprie idee, per la realizzazione delle proprie visioni. E’ perciò che, ad oggi, non saprei dire se il mio futuro continuerà ad essere quello lametino e calabrese o se qualche altra terra potrà offrirmi opportunità che qui potrei non trovare affatto. Come si suol dire, chi vivrà, vedrà. Certo è che, nell’ipotesi di una nuova vita fuori dalla Calabria, sarei il primo a sentirmi privato di qualcosa che sento come essenziale alla mia felicità.

 

Ritieni che questa scelta abbia influito, in positivo o in negativo, sulla tua carriera?

Ritengo che ogni scelta, per quanto consapevole o inconsapevole essa possa essere, risulta determinante per se stessi. Questa, nello specifico, finora ha portato evidenti benefici alla mia persona e al mio bagaglio professionale, nonché educativo e umano. Finora è andata così, positivamente. D’ora innanzi le cose potrebbero cambiare. Staremo a vedere.


Ritieni che Lamezia sia una città adatta alla musica? Come vedi la situazione di artisti o gruppi emergenti?

Occorrerebbe distinguere fra ambiti musicali, ambienti, aspirazioni e circuiti. Se vogliamo dirla “a soldoni”, possiamo affermare che Lamezia ora può dire di avere, anche solo a livello embrionale (o anche qualcosina in più direi) un buon giro per quel che riguarda il circuito delle band, della musica rock, indie rock, ecc. Se però ci voltiamo verso quello che è l’ambiente tipico dei circuiti musicali provenienti dall’ambito accademico, conservatoriale e in generale dello studio e dunque della grande musica (che ricordo essere prima di tutto una scienza il cui studio richiede il doppio degli anni che si impiegano a studiare ingegneria, medicina o qualsiasi altro tipo di percorso di studi possibile) allora non possiamo certo affermare che Lamezia sia una città al passo con le attività che caratterizzano luoghi con una più solida tradizione musicale. Certo è che abbiamo, sul territorio, realtà come A.M.A. Calabria che operano in tal senso da tante decadi e che sono riuscite, nonostante le molte e anche recenti difficoltà, a creare un proprio, fedelissimo, pubblico di riferimento, peraltro sempre abbastanza nutrito. Ma da un punto di vista strutturale la città, e più in generale l’intera regione (non a caso la regione più povera d’Italia) non offre i contesti opportuni alla libera fruizione di eventi musicali significativi. Nessun calabrese ha mai avuto modo di ascoltare, nella propria terra, un concerto in un auditorium degno di questo nome. Questo dovrebbe essere un problema all’ordine del giorno perché se solo si fa un paragone coi giovani di qualsiasi altro paese d’Europa, anche tra quelli più poveri, andiamo a scoprire che esiste una cultura musicale, della musica fruita negli auditorium, nei teatri, ecc., che noi qui, allo stato attuale, possiamo solo vagheggiare.

 

In relazione alla precedente domanda, come giudichi la perdita del liceo musicale e del DEMOFEST?

Devo dire che tu vuoi compromettermi fino in fondo, eh? Ahah, scherzo ovviamente. Che dire…rispondo con una domanda: secondo te si potrebbe mai accettare, in realtà (per restare sul suolo italico e dunque senza volerci fare troppo male) quali Perugia, Bari, Catania o tantissime altre città anche piccole come Lamezia Terme, che delle iniziative importanti e con delle ricadute positive sul territorio vengano cancellate per questioni assolutamente estranee ad analisi d’ordine qualitativo delle stesse? A voi l’ardua sentenza. Aggiungo solo che lo stesso stavano cercando di farlo a Catanzaro col centro polivalente meglio noto come Caffè delle Arti. I ragazzi che lo gestiscono sono riusciti finora a tenere duro, a tenere duro cioè per un luogo di aggregazione che toglie una moltitudine di giovani alle maglie del nichilismo e delle sue più becere conseguenze. Ma si può sempre andare avanti lottando contro i mulini a vento? Così stando le cose nulla, dalle nostre parti, potrà mai avere lunga vita.

 

Come si pone, secondo te, la città di Lamezia in relazione non soltanto alla musica, ma all’arte in generale?

Le tue sono domande interessanti e impegnative. Cercherò di riassumere, anche se il discorso è veramente lungo e complesso. Imposto il discorso con una massima Aristotelica: La cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell’avversa”. Ci troviamo oggigiorno in un momento storico terribilmente difficile, nel quale forze avverse tentano di ridurre le popolazioni a semplici soggetti consumanti, clienti, niente più che utenti da bombardare con ogni genere di bisogno indotto. L’antidoto, se proprio vogliamo trovarne uno, è l’agire culturale, che per sua natura eleva l’uomo emancipandolo dalla condizione di semplice usufruitore di servizi non necessari e a lui estranei, massicciamente indotti mediaticamente. Il discorso, dunque, non è locale, ma, se vogliamo, universale. Ora, senza andare troppo su, ma restando coi piedi per terra nell’ambito nazionale, sai quant’è la percentuale del PIL che lo stato italiano decide di destinare alla cultura? Ebbene, l’1,1%, ultimo posto in Europa, anche e persino dopo la Grecia!!! Cos’altro vogliamo aggiungere? Non meravigliamoci poi se la gente ama Maria De Filippi e se Berlusconi continua a vincere le elezioni seppur condannato in cassazione!

 

Perchè hai scelto di fondare l’associazione culturale Lante Arte?

L’Associazione nasce con l’obiettivo di realizzare, sul territorio lametino e calabrese, eventi legati al mondo delle arti visive e della musica, del fare cultura in genere. Iniziative quali FotografArte, PER_CORSI DI_VERSI, Ars Musicae sono risposte che l’Associazione Culturale Lante Arte intende offrire alle domande del territorio. Non avrebbe senso, per comprenderci meglio, realizzare FotografArte in altri contesti come invece ce l’ha qui. Fare paragoni dunque è estremamente rischioso, perché fuorviante. Ciò che ha senso fare qui spesso non ha lo stesso senso altrove, dove può risultare magari anacronistico. Perciò la nostra offerta intende relazionarsi proprio col territorio, immettendo sullo stesso ciò che crediamo manchi.

 

Cos’ha realizzato Lante Arte fino ad oggi?

Le nostre iniziative principali sono FotografArte (mostra-concorso di fotografia che si tiene ogni anno nel periodo natalizio) e PER_CORSI DI_VERSI (evento la cui prima edizione ha avuto luogo nel Museo della Memoria di Lamezia Terme tra fine maggio e inizi giugno 2013 e che pone in connessione arti visive quali pittura, scultura e fotografia con quella musicale, concettualmente e/o artisticamente). A queste iniziative se ne aggiungono diverse altre sporadiche o uniche, quali ad es. Ars Musicae (periodico eBook di cultura musicale). Per avere un’idea completa delle nostre attività basta visitare il nostro sito web: http://www.lantearte.it/

 

Quali sono gli obiettivi futuri?

Bè, un conto è profetizzare quello che mi piacerebbe realizzare, un conto è avere la certezza che quello che sto immaginando possa realmente trasformarsi in realtà di fatto. Il nostro principale obiettivo, ad ogni buon conto, è quello di far sì che eventi come FotografArte e PER_CORSI DI_VERSI, che io amo definire “format culturali”, possano proseguire nel tempo crescendo e sviluppandosi, ricevendo ogni anno un’edizione e dimostrando così che anche a Lamezia è possibile far sì che manifestazioni simili abbiano una continuità temporale. Sarà poi interessante aggiungere a questi due format un terzo progetto che sto maturando da qualche tempo ma sul quale non voglio ora lasciare indiscrezione alcuna…sarà una sorpresa, se sarà!

 

Nel corso della sua attività, l’associazione ha riscontrato gradimento del pubblico in relazione ai lavori offerti? Le istituzioni vi hanno aiutato o sono rimaste indifferenti?

Io sono rimasto veramente stupito dall’affluenza che le nostre iniziative, la cui offerta è sicuramente di non facilissimo approccio, ha registrato. Un pubblico nutrito ma allo stesso tempo attento, curioso, dunque prezioso. Sono felicissimo di aver trovato un tessuto urbano così voglioso di un’offerta non certo canonica, non certo assimilabile a ciò che si può comunemente trovare in luoghi di provincia dove più difficilmente giungono iniziative di questo tipo. Per quanto riguarda le istituzioni, il giudizio è tutto sommato positivo. Non ho mai ricevuto, in qualità di rappresentante di Lante Arte, delle negazioni immotivate o una mancanza di collaborazione, anzi. Chi si trova in comune, forse anche grazie ad una nostra buona predisposizione nel porci adeguatamente e nel comprendere le difficoltà non solo nostre ma anche altrui, ci ha sempre aiutato a realizzare le nostre attività. Certo, come in tutti gli ambienti incontri sempre quello o quella con cui leghi meno facilmente, ma questo è più un fatto umano, di pelle, che istituzionale. Il problema, se veramente esiste un problema, è la scarsa considerazione di cui gode, più di qualsiasi altro settore, quello culturale. Nessuno si sognerebbe mai di affidare la manutenzione della propria automobile a un professore di filosofia inesperto in fatti di meccanica automobilistica. Allo stesso modo occorre entrare nell’ottica che quello culturale è un campo, oltre che estremamente vasto e che dunque richiede conoscenze molto ampie, anche incredibilmente complesso. Essere amatori non basta a pretendere l’affidamento e la gestione delle iniziative culturali.

 

Cos’è la musica, infine, per Fabrizio Basciano?

Mi facevano sempre sorridere le definizioni che della musica trovavo sui libri di teoria o di armonia, sebbene fondate su ordini di consapevolezze altamente strutturate. Per me la musica è Arte del suono, in ogni sua manifestazione, che si tratti di un pianeta col suo suono fondamentale o di un essere umano con la propria espressività o ancora di un volatile col proprio canto. Musica è movimento dell’animo nello spazio…e nel tempo.

Paolo Leone

Un’occasione di sviluppo lungo il mare

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 25 maggio 2013. 

Sono in corso, in questi giorni, i lavori per la realizzazione del Lungomare di Lamezia Terme, unopera da tanto tempo attesa dai cittadini, che, nel corso degli anni, è stato oggetto anche di campagne elettorali. L’argomento è stato sempre molto gettonato, in quanto si sa che un lungomareè un opera molto influente sul turismo del luogo in cui si trova. Guardiamo Riccione, ad esempio, la città delle vacanze marittime-estive per eccellenza in Italia. Ilsuo lungomare è meta di turisti, che ogni anno affollano quei kilometri pieni di stabilimenti balneari, hotel e discoteche; meta soprattutto di giovani, che sono il primo motore del turismo. Chiunque, d’estate, quando pensa al mare e alle vacanze rievoca Riccione, quasi come se il termine“estate” fosse sinonimo del nome di questa città; non dimentichiamoci che nell’Italia del boomeconomico l’italiano medio (e non solo) aspettava con desiderio le ferie estive, per poi partire versoquesta meta. Ma questi erano altri tempi; era l’Italia post-guerra, l’Italia della ripresa economica, insomma: l’Italia di 50 anni fa. Oggi la situazione è completamente diversa; il boom economico è in senso opposto, la ripresa economica è ormai da libro di storia. Quindi mi domando: è proprio necessario, oggi, per unlametino, dover arrivare a Riccione, o comunque in altre località turistiche calabresi per trascorrerele proprie vacanze o per trascorrere anche un week-end diverso in prossimità del mare? Siam sicuriche il lungomare, così come progettato sia, non dico meta desiderata dall’italiano medio, ma almeno gradita dagli autoctoni e non? Non credo. L’opera in corso di realizzazione si prospetta come un “contentino” per il lametino, che continuerà a

trascorrere le proprie vacanze nel vicino comune di Falerna o nelle note località turistiche calabresi, salvo un breve affollamento del loco comportato solo dalla “novità”. Infatti sono carenti i complessi alberghieri in località Marinella e nessuno, mai, avrà coraggio imprenditoriale di investire in unluogo dove sa di non riuscir nemmeno a recuperare quanto investimento.La pineta attraverso la quale si accede verso il lungomare è disastrata, ma soprattutto ingestibile, sia per il lavoro di manutenzione straordinaria e, successivamente, ordinaria che si dovrà effettuare per mantenerla “decentemente presentabile”, sia per il denaro che si dovrà spendere per fare ciò. Il lungomare, poi, come progettato, si presenta come un luogo fuori dalla realtà, distaccato dal restantecontesto urbano, ancora in evolvendo, ma con rispettosissima potenzialità. Non capisco, poi, perché un lungomare, che nasce come “immerso nel verde”, debba essere dal verde stesso oscurato;sarebbe più utile che quest’ultimo servisse il primo, piuttosto che il contrario. Infatti, se si abbattesse quell’ingestibile area per spostarla più avanti, inserendo una vegetazione più gestibile,ma soprattutto più consona e evocativa di zone marine, si trarrebbe maggior vantaggio da più puntidi vista. In primis, farebbe da scudo proprio al lungomare durante i periodi invernali in caso dimareggiate (si veda il lungomare di Gizzeria). Secondariamente, il lungomare si presenterebbe come “anello di congiunzione” tra il contesto urbano e il verde/mare. In terzo luogo, un miglior aspetto estetico incentiverebbe maggiormente l’avvento di persone, perché si sa: “l’occhio vuole la sua parte”; e, infatti, proprio tal fattore estetico contribuirebbe anche ad un incremento economico-occupazionale della città. Ovviamente, tutto quanto il processo di urbanizzazione e crescita della zona dovrebbe essere sotto “stretto controllo” della mano pubblica, la quale dovrebbe far prevalere l’estetismo, la qualità, l’innovazione e la produttività sul “risparmio”; anche perché i nostri nonni dicevano bene: “paga caru, ca stà mparu”.
Paolo Putrino Gallo

Basta ostentare “cattedrali nel deserto”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20 luglio 2013.

Sanità. Un complesso che suona il “campanile”

Centosessanta circa. Diciannove (circa), più quarantanove (circa), più cinquantotto (circa), più trenta (circa). Non sono numeri del lotto, ma i milioni che la Giunta della Regione Calabria ha stanziato per la costruzione di ben quattro nuovi ospedali in Calabria. Numeri da capogiro, considerando che la sanità calabrese è in deficit con tanto di “piano di rientro”.

Per coloro i quali lo hanno dimenticato, o non lo sapessero, la sanità calabrese soffre un deficit di 1 miliardo e 446 milioni di euro. Negli anni passati, infatti, i clientelismi e i campanilismi vari hanno creato questo immenso buco nelle casse della regione. Buco che ora la regione deve colmare. Così, la prima cosa che si è pensato di fare è stata la trasformazione delle note ASL (aziende sanitarie locali) in un modello tanto innovativo, quanto “contestato”: le ASP (aziende sanitarie provinciali).

In nome dell’economicità e dell’efficienza della pubblica amministrazione, nell’ormai lontano maggio del 2010 si è scelto di creare questa architettura pubblica che ha trascinato nel baratro l’assistenza sanitaria, polemiche incluse.

La riflessione, però, si sofferma soprattutto su una delle cinque ASP; quella di Catanzaro. Già il nome suona male, o, meglio, non corretto. Perché, infatti, se l’ASP è di Catanzaro, si presuppone che l’azienda abbia almeno una sede “operativa” nel Comune capoluogo di provincia. Ma così non è. Infatti, in quel di Catanzaro si troverà solamente un edificio, fatiscente, adibito ad uffici amministrativi. Paradossalmente, per questa opera di inestimabile valore, l’ASP di Catanzaro ha sborsato un non precisato canone d’affitto, come risulta dall’unico bilancio d’esercizio (2011) pubblicato (delibera 2024 del 30/07/2012).

Nessun campanilismo. No. Lo conferma anche lo stesso Andrea Amendola, consigliere comunale di Catanzaro, che nel maggio del 2012 chiedeva “maggiore attenzione per quello che sta accadendo all’interno dell’Azienda sanitaria provinciale, che rischia di essere ulteriormente smembrata”. Lo stesso poi faceva notare ai suoi concittadini che “bisogna tener conto del fatto che si tratta degli uffici più importanti dell’azienda, il cuore dell’Asp, che in tal modo verrebbero ulteriormente allontanati dalla direzione generale a vantaggio di un presunto ‘polo amministrativo’ di Lamezia”. E in chiusura ribadiva quanto sopra: “Non si tratta di questioni di campanile e non intendo difendere interessi di parte perché qui è in gioco non solo il ruolo di capoluogo regionale, che non può essere tale solo su carta, ma anche l’opportunità di questa operazione, che implica lo spostamento di circa quaranta lavoratori ad oltre trenta chilometri dalla loro sede attuale”.

Così, se Catanzaro picchia, Lamezia incassa; viceversa, se Lamezia picchia, la stessa incassa. Infatti, è logico che non si debbano spostare i lavoratori, che hanno la fortuna di poter godere di salute per poter lavorare. I pazienti/utenti, invece, in quanto non lavoratori, ergo “perdigiorno”, possono tranquillamente fare trenta chilometri da casa loro. E a breve anche le neomamme, perdigiorno in modo direttamente proporzionale allo sfruttamento che subiscono nel lavorare in gravidanza, dovranno accodarsi. Il tutto in nome del “piano di rientro”.

Staranno sorgendo spontanee le domande: perché non si investono queste risorse in recupero delle strutture già esistenti? Perché non si provvede ad assumere personale medico e paramedico, che è carente in tutta la regione? Perché si continua ad ostentare “cattedrali nel deserto” dall’ingente costo? Perché non si dà un servizio dignitoso al cittadino? Perché ci sono politici e cittadini di serie A e politici e cittadini di serie B? Tante sono le domande, poche le risposte. Ma forse, visto il precipitare degli eventi, sarebbe utile darle, se non si vuol replicare la defenestrazione di Praga.

Paolo Putrino Gallo

Tribunale chiuso? Eccesso di giustizia

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 9 giugno 2012.

Questa è solo una critica.

Eccesso di giustizia. Sì, come da norma il vostro, paladini della legalità quando i giornali ne parlano, difensori della vostra città quando i problemi emergono dal mare burrascoso nel quale siamo immersi. Tante facce, dal nulla, esprimono i loro pareri contrari alla chiusura del tribunale, retori e oratori come nell’antica Roma, pronti a dar voce alla città in piazza della Repubblica, come nel Forum Romanum. La giustizia lametina ha sete di parole, quando serve. Il tono ilarico è evidente, ma non voglio sminuire chi fa il proprio lavoro e chi tutt’ora lotta per continuare a sostenere una istituzione giuridica che ci spetta. Ma di certo i volti noti e meno noti non impediscono di dare giudizio all’ennesima piaga che ci opprime, che come al solito fa parte di una lunga catena che ci contorna da capo a piedi, chiamiamolo eccesso di giustizia.

Sappiamo che c’è chi lotta ogni giorno contro l’illegalità, la malavita, l’ignoranza e altre piaghe sociali. Ma sappiamo, ora, che c’è chi lotta per la propria giustizia. Ora, appunto, solo ora, quando ormai le cose si son fatte difficili, quando sono anni se non decenni che tanti altri problemi ci affliggono. Ebbene abbiamo visto proiettili nelle serrande e macchine incendiate, abbiamo sentito di omicidi in pieno centro, vicino le nostre case, abbiamo anche udito qualche proiettile, e non era capodanno. Di contro abbiamo visto poche facce, abbiamo sentito poche voci, se non le solite, e come sempre, abbiamo preferito il silenzio, che ci dona quella falsa pace, quel falso star bene nel quale ci immergiamo. Ma oggi no, oggi il tribunale di Lamezia chiude ed è ora di far sentire le nostre voci, i cori, i comizi in piazza e gli scioperi, noi Lametini pronti a reagire per un torto subito. Oggi, appunto, solo oggi, quando i nostri interessi vengono toccati sul personale, o meglio, quando gli interessi comuni possono darci la sfacciataggine di darci importanza. E’ lecito chiedersi che bilancia stiamo utilizzando, stavolta, visto che di bilancia si tratta ed è giusto controllare se il peso è ben bilanciato o se il mercante ci vuole imbrogliare. Infatti pare che tutto penda solo da una parte e l’equilibrio che vediamo, prima che il peso venga posto nel piatto, è una bilancia truccata con la quale ci convinciamo di poter fare un buon acquisto. Il prezzo da pagare sarà sempre in svantaggio per noi e in guadagno per il mercante. Stavolta non si tratta di un mercante qualunque, né di quello di Venezia, anzi, è il mercante di Lamezia, proprio lui, come nell’opera di Shakespeare. Eccesso di giustizia, sulla bilancia cittadina: ci lamentiamo, esprimiamo la nostra opinione e siamo arrabbiati per ciò che sta succedendo. Protestiamo contro il mercante perché la bilancia del tribunale pende troppo da un solo lato, ma il mercante è furbo, i mercanti sono tutti furbi, e ci rispondono con lascivia. Così il mercante di Lamezia, come con ogni cliente che vuol prendere in giro, ci risponde di petto rivolgendosi a tutti noi e chiamandoci col nostro nome: “Considero il mondo per quello che è, Lametini: un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte”.

Massimo Citino

Carlo Rambaldi: da Hollywood a Lamezia Terme

Vincitore di tre premi Oscar, ha vissuto a Lamezia per dieci anni nell’indifferenza di istituzioni e cittadini. La figlia Daniela ci racconta di una persona semplice che ha saputo mettere in gioco le proprie idee.
(Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20/04/2013)

Vincitore di tre premi Oscar per i migliori effetti speciali, Carlo Rambaldi è stato un artistacompleto, un genio a tutti gli effetti che contribuì a rivoluzionare il cinema mondiale tramite le sue invenzioni a partire dagli anni 60, quando ancora i computer erano poco conosciuti e forse un mestiere del genere poteva essere definito d’artigianato. Rambaldi poté vantare collaborazioni con persone del calibro di Dario Argento, Pier Paolo Pasolini, Ridley Scott e Steven Spielberg. Proprio con quest’ultimo, infatti, Rambaldi raggiunse il suo massimo picco di notorietà, dopo già due Oscar, con la creazione del più famoso alieno che il cinema abbia mai conosciuto, E.T. l’extraterrestre (Oscar per i migliori effetti speciali 1983). Carlo Rambaldi fu un maestro nel suo campo, e innumerevoli sono i film nei quali contribuì con i suoi effetti speciali e visivi, si ricorda a tal proposito King Kong e Alien, grazie ai quali vinse i due dei tre premi Oscar già citati (1977,1980, 1983). Per oltre dieci anni Rambaldi ha vissuto nella nostra città, Lamezia Terme, fino alla sua scomparsa nell’agosto dello scorso anno. Ed è proprio la figlia, Daniela, che ci racconta di un uomo snobbato da una città indifferente e fredda che non ha mai saputo comprendere l‟importante presenza di un artista di questo livello, come di tanti altri in questo periodo.

Iniziamo con una domanda relativamente semplice? Chi era Carlo Rambaldi?
Un artigiano della meccatronica, come amava definire la sua creatività.

Perché Rambaldi decise di interrompere la sua carriera alla fine degli anni 90?
Negli anni 90, dopo l’avvento della tecnologia degli effetti speciali computerizzati, che mio padre non amava in quanto diceva che toglieva la vera creatività artistica, decise di dirottare il suo talento nella pittura e nell’insegnamento creando un’Accademia degli Effetti Speciali a Terni. Un triennio che non ebbe continuità sempre per motivi politici.

Quali sono i consigli che suo padre le ha dato? In tal senso, quali sono gli insegnamenti che un plurivincitore di premi Oscar da a una figlia?
Due consigli fondamentali: il primo di scegliere un lavoro per passione, il secondo di non togliere mai lo sguardo dall’obbiettivo da raggiungere anche se la strada per arrivarci si presenta tortuosa.
Dove ha vissuto suo padre durante la carriera e perché ha infine scelto una città di poco conto come Lamezia?
Iniziò la sua carriera a Roma, successivamente si trasferì a Los Angeles dove raggiunse l’apice del suo successo. Mentre Lamezia non è stata una sua scelta ma un trasporto verso di me.

Come viveva la differenza abissale tra i suoi modi di fare ed una città come Lamezia, che non poteva offrirgli e non gli ha offerto un ambiente produttivo ed efficiente al quale di certo era abituato?
Molto male, direi malissimo e di questo ne sono profondamente amareggiata. L’unica consolazione era vivere il quotidiano accanto a me e ai nipoti.
Qual è stato il rapporto delle istituzioni cittadine con Carlo Rambaldi?
No Comment.

E lui cosa pensava di Lamezia, ma soprattutto dei Lametini?
Di Lamezia come una bellissima terra che poteva dare ottimi frutti ma dimenticata anche da Dio (testuali parole di mio padre)… non ricordo d’averlo mai sentito esprimere un parere sui Lametini.

Qual è, infine, la considerazione che Daniela Rambaldi ha della nostra città?
Non vorrei sembrare presuntuosa ma non c’è molto da dire su questa città. D’altronde se la semina non è buona che frutti si potranno mai raccogliere?
Queste sono le parole della figlia di Carlo Rambaldi, risposte che ci fanno ben intuire quale sia statala considerazione dello stesso riguardo la nostra città, e idem della nostra città nei suoi riguardi. Carlo Rambaldi non era solo un genio, ma come tutti era una persona semplice, un artigiano della meccatronica che per amore della famiglia ha deciso di trasferirsi in una città dimenticata da Dio, dove le istituzioni non lo hanno considerato. Un paese, il suo ed il nostro, che non gli ha dato spazio nemmeno quando a Terni cercò di trasmettere le sue conoscenze a giovani studenti.Dunque per la politica, le istituzioni, come per Lamezia, pare più importante la facciata scarna e ignorante delle promesse alle quali tutti abboccano. Ma è incredibile che in dieci anni di presenza sul territorio nessuno abbia mai sfruttato un personaggio del genere, costretto a vivere il proprio quotidiano che di certo lo soddisfaceva a livello familiare, ma di contro non colmava la sua voglia di fare e di creare. Una città, Lamezia, così complessa e corrotta che tarpa le ali soprattutto a chi ha idee, giovani in primis, e anche a vincitori di premi Oscar. Il creatore di E.T. l’extraterrestre era paradossalmente un alieno fra gli ignoranti (in senso letterale) di questa città, che non potevano certamente portargli soddisfazione e conforto, e nemmeno confronto. Ed è così che ci si sente quando si torna a Lamezia Terme, un alieno, uno straniero. Rivolgo quindi le ultime domande ai lettori, soprattutto ai giovani, quasi come per continuare con voi l‟intervista. Cosa vi aspettate da una città che non ha dato minimo conto ad un genio come Rambaldi? Cosa sperate di ottenere vivendo a Lamezia se non il calore della vostra famiglia? Infine, quali speranze volete riporre in una città definita da un plurivincitore di premi Oscar, artigiano e uomo comune come “dimenticata da Dio”? Vi rispondo io che ho sempre criticato voi e il vostro modo di “vivere”. Vi rispondo esattamente per come affrontate la vita cittadina e per cosa rappresentate. Vi rispondo come avete risposto a Carlo Rambaldi. Nulla.

Massimo Citino

Lamezia in Flash Mob: ciò che non ti aspetti

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 19 gennaio 2013.

Un evento che porta alla città ciò che si merita: arte e spettacolo in Piazza Mercato Vecchio. I ragazzi della Naddinbacklash Crew di Lamezia con la Flyn’ soul di Cosenza regalano una serata diversa.

Un evento inaspettato ha colpito la città di Lamezia Terme la sera de 28 Dicembre dell’anno appena passato. Inaspettato perché il Flash (lampo) Mob (folla) ha attirato tantissimi spettatori presenti quella sera a Piazza Mercato Vecchio. Il solito riunirsi per una birra e quattro chiacchiere è stato interrotto da giovani ragazzi della Naddinbacklash che, in gran maggioranza, con una felpa bianca e una mascherina simile a quella dei chirurghi, hanno dato il via all’operazione Flash Mob, forse per darci una “cura”, forse per far capire che Lamezia non è la solita monotonia. In ogni caso ha funzionato, e lo si intuisce dagli applausi della folla, accalcatasi attorno ai ballerini che prima di iniziare si sono riuniti in un unico gruppo marciando da diverse direzioni allo “start” della musica proveniente dal rinomato locale che ormai ha rinominato la piazza come Banshee. Ma mettiamo i puntini sulle “i” perché non si parla del solito “Flash Mob” che spesso sentiamo. A differenza di altre “pagliacciate”, passatemi il termine, dove qualsiasi persona impara una coreografia posta sul web prima dell’evento, o impara in fretta e furia con un amico, stavolta dei veri ballerini, soprattutto giovani, hanno dato prova delle loro abilità pubblicamente, attraverso una situazione che per definizione sconvolge la folla catturando la sua attenzione, in questo caso attraverso la coreografia di Luciano Iera che, con l’aiuto della maestra Gagliardi Gabriella, dell’insegnate Maria Romano (Cosenza) e Chiara Stocco, ha guidato i Campioni Regionali 2012 FIDS (Naddinbacklash) assieme alle Campionesse Italiane 2012 FIDS con la partecipazione della crew cosentina Flyn’ soul.

Quindi risuona bene la parola ballerini, “mica bruscolini” tanto per utilizzare un famoso detto. Così il Flash Mob prosegue; principalmente su note dubstep e con qualche contagio di Hip Hop, i ballerini assieme ai coreografi si alternano in vari tipi di esibizioni: li vediamo prima assieme, poi in tre, poi anche da soli, e così via allo show che ci intrattiene piacevolmente per venti minuti buoni e che riscuote gli applausi della folla accorsa da tutta la piazza. Da specificare il fantastico e tagliente finale, nel quale i ballerini in prima fila mostrano il loro “didietro” mentre nelle altre file si alza il braccio destro facendo un gesto poco consono, che termina col dito medio. Forse detto così risulterebbe scurrile, ma basta poco per riflettere sulla critica che questi ballerini hanno fatto contro i soliti “flash mob di massa” che quasi mai vedono in campo esperti, piuttosto gente poco adatta. Ma potrete vedere tutto questo con i vostri occhi cercando sul famoso sito di video Youtube “Lamezia Terme in Flash Mob”. Infine c’è da dire che un evento del genere, per quanto possa essere sottovalutato, non è altro che l’espressione, a mio parere, di una minoranza che ha voglia di esprimersi in quella città di pecore e tarati mentali, mi si conceda, dove solamente una rivoluzione culturale di questo tipo potrebbe, certo col tempo, portare al cambiamento di tante e tante cose. Dunque da cittadino, sento di dover ringraziare tutti i ragazzi, anche a nome della città: Valentina Sonetto, Miriam Grandinetti, Erika Talarico, Alessandra Ariosto, Chiara Rizzo , Jessica Bianchi, Lorenzo Falvo,William Falvo, Monica Riccio, Emmanuel D’Amico, Francesca Bandiera, Mario Amendola (Naddinbacklash, guidati da Luciano Iera); Federica Rettura,Viviana Dattilo, Lucilla Scalise, Micaela Ruberto, Andrea Anania (maestra Gabriella Gagliardi); tutta la Flyn’ soul di Cosenza: Simone Longo, Marialuisa Garritano, Mattia Mendicino, Virginia Orlando, Ilenia Guido, Jessica Muraca e Chiara Night (maestra Maria Romano); Chiara Stocco, insegnate HipHop e video dance Asd centro danza e sport Fever. Infine la Nadd Academy di Lamezia, che ha permesso ai giovani di provare le coreografie durante le settimane di preparazione.

Massimo Citino

“Anche io sono un Pentito”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 15 dicembre 2012.

La dura rivelazione di un lametino: il cambiamento con Pentopoli.

Tutti si pentono. Non c’è niente da ridire né da controbattere. Ci sono i mafiosi, i cristiani in chiesa, le persone comuni quando ammettono gli errori, perfino i politici ogni tanto si pentono. Inoltre, pare che tutto inizi a finire in “-opoli”: tangentopoli, vallettopoli, calciopoli e aggiungiamo pent-opoli.

Ai poli ci stano i popoli, ovviamente, e proprio questi subiscono questa disfatta culturale, giornalistica e umana. Culturale perché si crea una accozzaglia di notizie dalle quali non se ne cava un ragno dal buco; giornalistica perché il ragno che tesse la tela non si fa mai vedere; umana perché il buco..forse è meglio fermarsi qui.

A Lamezia, dicono si respiri un’aria nuova, dicono perfino che stiano venendo fuori fatti e segreti; la pesantezza di prima si alleggerisce. Seppure l’inverno si avvicina, le macchine incendiate a fine Novembre come la tredicesima presa alle poste in via Eroi di Sapri, prospettano un caldo e prospero natale per i concittadini. Anche l’ancora “sospetto” appalto in Veneto per la costruzione della nuova caserma dei Carabinieri, associata ad una organizzazione a delinquere della nostra città, sarà motivo di notti più tranquille.

Intanto l’attività sul web è ancora più interessante, specialmente quando sul sito de Il Lametino leggiamo i commenti di sospiro dopo che una giovane ragazza era sparita, e il giorno dopo aveva chiamato la famiglia per dire che era a Roma: “Grazie a Dio una bella notizia; Povera mamma, l’importante è che sia finita bene; Felice che stia bene, meno male” tanto per citare quelli scritti in un italiano accettabile. Stanno praticamente a zero, invece, i commenti relativi ad articoli sulla situazione nella quale verte l’Ospedale di Lamezia, i tanti problemi della città, perfino zero i commenti sull’articolo che riporta l’informazione dell’intervista al procuratore della DDA e al responsabile della polizia distrettuale o agli articoli di interrogatori integrali dei neo-pentiti mafiosi. Ed è bene precisare che la ‘Ndrangheta non è mai stata rinomata per avere pentiti tra le sue file, essendo un’organizzazione di stampo mafioso, ma familiare, dunque di sangue.

Ma si sa, il natale si deve passare in pace, con la “crisi” che sempre più ci stritola, non c’è il tempo di pensare alle brutte situazioni in cui riversiamo. Prepariamo gli spumanti! D’altronde si dice: “Anno nuovo, vita nuova”. Aspettiamo i fuochi d’artificio con la gentile collaborazione delle pistole, poiché è giusto “sparare”, almeno a Capodanno…ed almeno finché qualcuno non si becca una pallottola.

Anche io, libero di parlare in prima persona, posso dire di essere felice di tornare per le feste, poter incontrare promettenti giovani, che come me proseguono gli studi in un’altra città: Roma, Milano, Torino, Pisa, Napoli. Potrò parlare con loro, scegliendo le mille opportunità serali lametine, discutendo del nostro mare pulito, d’inverno; della nostra città prospera, quando viene il Papa; dell’ultima attività commerciale, che “ha fatto il botto”; degli ultimi scambi di battute in città, durante una rissa. Potrò rispondere alla solita domanda dei giovani “inquirenti”: “Allora, quando torni a Roma?” E in effetti dovrò rispondere, perché anche io sono un pentito, e i pentiti devono parlare. Per il bene della comunità dovrò confessare che a Roma ci volevo rimanere.

Non confondiamo le idee però. La parola “pentito” ha tanti significati, e il dizionario soddisfa la nostra curiosità. In primis un pentito è: “Persona che si pente, che prova rammarico, dispiacere”; secondariamente il dizionario da un’altra definizione: “criminale che, catturato, si ravvede e collabora con la giustizia, ottenendo in cambio una riduzione di pena.”

Abbiamo scherzato abbastanza. Il cambiamento con Pentopoli è evidente, la giustizia farà il suo corso coi processi, magari aggiungendo altri pentiti (mafiosi) al suo registro, magari con l’aiuto reale della comunità sociale, e forse l’attenzione cittadina si sposterà veramente verso questo avvenimento storico nella comunità lametina.

Fatto sta che non sono un giornalista. Sono un “collaboratore” di questo giornale, e tutt’ora pentito, magari secondo la prima definizione del dizionario. Voglio riportare, con testo integrale, la mia surreale confessione durante il primo interrogatorio immaginario con un giudice immaginario:

M.C.: “Signor giudice, mi trovavo con Peppino Impastato, il giorno prima del suo omicidio. Si parlava dei soliti fatti quando ad un certo punto mi fa: <<Massimo, ma lo sai che la mafia è una montagna di merda?>> A primo impatto rimasi un po’ stupito dalle parole pesanti, poi gli risposi: << Peppì, ma lo sai che c’è la mafia a Lamezia?>>. Lui mi guardò sorridente, mi fece un cenno, come a dirmi..”allora datti una risposta”. Io ci pensai tutto il giorno, signor giudice. Poi mi misi a letto e continuai a pensarci..ripetevo “La mafia è una montagna di merda…a Lamezia c’è la mafia..” ad un certo punto! Eccallà signor giudice!

S.G.: Cosa? Cosa ha capito? Ce lo dica!

M.C.: Signor giudice, che vuole che le dica? Se la mafia è una montagna di merda, e a Lamezia c’è la mafia, cosa vuole che sia Lamezia?”

La cosa triste, ahimè, è che quella risposta il giudice non me l’ha mai fatta dire.

Massimo Citino