lamezia terme

Carlo Rambaldi: da Hollywood a Lamezia Terme

Vincitore di tre premi Oscar, ha vissuto a Lamezia per dieci anni nell’indifferenza di istituzioni e cittadini. La figlia Daniela ci racconta di una persona semplice che ha saputo mettere in gioco le proprie idee.
(Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20/04/2013)

Vincitore di tre premi Oscar per i migliori effetti speciali, Carlo Rambaldi è stato un artistacompleto, un genio a tutti gli effetti che contribuì a rivoluzionare il cinema mondiale tramite le sue invenzioni a partire dagli anni 60, quando ancora i computer erano poco conosciuti e forse un mestiere del genere poteva essere definito d’artigianato. Rambaldi poté vantare collaborazioni con persone del calibro di Dario Argento, Pier Paolo Pasolini, Ridley Scott e Steven Spielberg. Proprio con quest’ultimo, infatti, Rambaldi raggiunse il suo massimo picco di notorietà, dopo già due Oscar, con la creazione del più famoso alieno che il cinema abbia mai conosciuto, E.T. l’extraterrestre (Oscar per i migliori effetti speciali 1983). Carlo Rambaldi fu un maestro nel suo campo, e innumerevoli sono i film nei quali contribuì con i suoi effetti speciali e visivi, si ricorda a tal proposito King Kong e Alien, grazie ai quali vinse i due dei tre premi Oscar già citati (1977,1980, 1983). Per oltre dieci anni Rambaldi ha vissuto nella nostra città, Lamezia Terme, fino alla sua scomparsa nell’agosto dello scorso anno. Ed è proprio la figlia, Daniela, che ci racconta di un uomo snobbato da una città indifferente e fredda che non ha mai saputo comprendere l‟importante presenza di un artista di questo livello, come di tanti altri in questo periodo.

Iniziamo con una domanda relativamente semplice? Chi era Carlo Rambaldi?
Un artigiano della meccatronica, come amava definire la sua creatività.

Perché Rambaldi decise di interrompere la sua carriera alla fine degli anni 90?
Negli anni 90, dopo l’avvento della tecnologia degli effetti speciali computerizzati, che mio padre non amava in quanto diceva che toglieva la vera creatività artistica, decise di dirottare il suo talento nella pittura e nell’insegnamento creando un’Accademia degli Effetti Speciali a Terni. Un triennio che non ebbe continuità sempre per motivi politici.

Quali sono i consigli che suo padre le ha dato? In tal senso, quali sono gli insegnamenti che un plurivincitore di premi Oscar da a una figlia?
Due consigli fondamentali: il primo di scegliere un lavoro per passione, il secondo di non togliere mai lo sguardo dall’obbiettivo da raggiungere anche se la strada per arrivarci si presenta tortuosa.
Dove ha vissuto suo padre durante la carriera e perché ha infine scelto una città di poco conto come Lamezia?
Iniziò la sua carriera a Roma, successivamente si trasferì a Los Angeles dove raggiunse l’apice del suo successo. Mentre Lamezia non è stata una sua scelta ma un trasporto verso di me.

Come viveva la differenza abissale tra i suoi modi di fare ed una città come Lamezia, che non poteva offrirgli e non gli ha offerto un ambiente produttivo ed efficiente al quale di certo era abituato?
Molto male, direi malissimo e di questo ne sono profondamente amareggiata. L’unica consolazione era vivere il quotidiano accanto a me e ai nipoti.
Qual è stato il rapporto delle istituzioni cittadine con Carlo Rambaldi?
No Comment.

E lui cosa pensava di Lamezia, ma soprattutto dei Lametini?
Di Lamezia come una bellissima terra che poteva dare ottimi frutti ma dimenticata anche da Dio (testuali parole di mio padre)… non ricordo d’averlo mai sentito esprimere un parere sui Lametini.

Qual è, infine, la considerazione che Daniela Rambaldi ha della nostra città?
Non vorrei sembrare presuntuosa ma non c’è molto da dire su questa città. D’altronde se la semina non è buona che frutti si potranno mai raccogliere?
Queste sono le parole della figlia di Carlo Rambaldi, risposte che ci fanno ben intuire quale sia statala considerazione dello stesso riguardo la nostra città, e idem della nostra città nei suoi riguardi. Carlo Rambaldi non era solo un genio, ma come tutti era una persona semplice, un artigiano della meccatronica che per amore della famiglia ha deciso di trasferirsi in una città dimenticata da Dio, dove le istituzioni non lo hanno considerato. Un paese, il suo ed il nostro, che non gli ha dato spazio nemmeno quando a Terni cercò di trasmettere le sue conoscenze a giovani studenti.Dunque per la politica, le istituzioni, come per Lamezia, pare più importante la facciata scarna e ignorante delle promesse alle quali tutti abboccano. Ma è incredibile che in dieci anni di presenza sul territorio nessuno abbia mai sfruttato un personaggio del genere, costretto a vivere il proprio quotidiano che di certo lo soddisfaceva a livello familiare, ma di contro non colmava la sua voglia di fare e di creare. Una città, Lamezia, così complessa e corrotta che tarpa le ali soprattutto a chi ha idee, giovani in primis, e anche a vincitori di premi Oscar. Il creatore di E.T. l’extraterrestre era paradossalmente un alieno fra gli ignoranti (in senso letterale) di questa città, che non potevano certamente portargli soddisfazione e conforto, e nemmeno confronto. Ed è così che ci si sente quando si torna a Lamezia Terme, un alieno, uno straniero. Rivolgo quindi le ultime domande ai lettori, soprattutto ai giovani, quasi come per continuare con voi l‟intervista. Cosa vi aspettate da una città che non ha dato minimo conto ad un genio come Rambaldi? Cosa sperate di ottenere vivendo a Lamezia se non il calore della vostra famiglia? Infine, quali speranze volete riporre in una città definita da un plurivincitore di premi Oscar, artigiano e uomo comune come “dimenticata da Dio”? Vi rispondo io che ho sempre criticato voi e il vostro modo di “vivere”. Vi rispondo esattamente per come affrontate la vita cittadina e per cosa rappresentate. Vi rispondo come avete risposto a Carlo Rambaldi. Nulla.

Massimo Citino

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Lamezia in Flash Mob: ciò che non ti aspetti

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 19 gennaio 2013.

Un evento che porta alla città ciò che si merita: arte e spettacolo in Piazza Mercato Vecchio. I ragazzi della Naddinbacklash Crew di Lamezia con la Flyn’ soul di Cosenza regalano una serata diversa.

Un evento inaspettato ha colpito la città di Lamezia Terme la sera de 28 Dicembre dell’anno appena passato. Inaspettato perché il Flash (lampo) Mob (folla) ha attirato tantissimi spettatori presenti quella sera a Piazza Mercato Vecchio. Il solito riunirsi per una birra e quattro chiacchiere è stato interrotto da giovani ragazzi della Naddinbacklash che, in gran maggioranza, con una felpa bianca e una mascherina simile a quella dei chirurghi, hanno dato il via all’operazione Flash Mob, forse per darci una “cura”, forse per far capire che Lamezia non è la solita monotonia. In ogni caso ha funzionato, e lo si intuisce dagli applausi della folla, accalcatasi attorno ai ballerini che prima di iniziare si sono riuniti in un unico gruppo marciando da diverse direzioni allo “start” della musica proveniente dal rinomato locale che ormai ha rinominato la piazza come Banshee. Ma mettiamo i puntini sulle “i” perché non si parla del solito “Flash Mob” che spesso sentiamo. A differenza di altre “pagliacciate”, passatemi il termine, dove qualsiasi persona impara una coreografia posta sul web prima dell’evento, o impara in fretta e furia con un amico, stavolta dei veri ballerini, soprattutto giovani, hanno dato prova delle loro abilità pubblicamente, attraverso una situazione che per definizione sconvolge la folla catturando la sua attenzione, in questo caso attraverso la coreografia di Luciano Iera che, con l’aiuto della maestra Gagliardi Gabriella, dell’insegnate Maria Romano (Cosenza) e Chiara Stocco, ha guidato i Campioni Regionali 2012 FIDS (Naddinbacklash) assieme alle Campionesse Italiane 2012 FIDS con la partecipazione della crew cosentina Flyn’ soul.

Quindi risuona bene la parola ballerini, “mica bruscolini” tanto per utilizzare un famoso detto. Così il Flash Mob prosegue; principalmente su note dubstep e con qualche contagio di Hip Hop, i ballerini assieme ai coreografi si alternano in vari tipi di esibizioni: li vediamo prima assieme, poi in tre, poi anche da soli, e così via allo show che ci intrattiene piacevolmente per venti minuti buoni e che riscuote gli applausi della folla accorsa da tutta la piazza. Da specificare il fantastico e tagliente finale, nel quale i ballerini in prima fila mostrano il loro “didietro” mentre nelle altre file si alza il braccio destro facendo un gesto poco consono, che termina col dito medio. Forse detto così risulterebbe scurrile, ma basta poco per riflettere sulla critica che questi ballerini hanno fatto contro i soliti “flash mob di massa” che quasi mai vedono in campo esperti, piuttosto gente poco adatta. Ma potrete vedere tutto questo con i vostri occhi cercando sul famoso sito di video Youtube “Lamezia Terme in Flash Mob”. Infine c’è da dire che un evento del genere, per quanto possa essere sottovalutato, non è altro che l’espressione, a mio parere, di una minoranza che ha voglia di esprimersi in quella città di pecore e tarati mentali, mi si conceda, dove solamente una rivoluzione culturale di questo tipo potrebbe, certo col tempo, portare al cambiamento di tante e tante cose. Dunque da cittadino, sento di dover ringraziare tutti i ragazzi, anche a nome della città: Valentina Sonetto, Miriam Grandinetti, Erika Talarico, Alessandra Ariosto, Chiara Rizzo , Jessica Bianchi, Lorenzo Falvo,William Falvo, Monica Riccio, Emmanuel D’Amico, Francesca Bandiera, Mario Amendola (Naddinbacklash, guidati da Luciano Iera); Federica Rettura,Viviana Dattilo, Lucilla Scalise, Micaela Ruberto, Andrea Anania (maestra Gabriella Gagliardi); tutta la Flyn’ soul di Cosenza: Simone Longo, Marialuisa Garritano, Mattia Mendicino, Virginia Orlando, Ilenia Guido, Jessica Muraca e Chiara Night (maestra Maria Romano); Chiara Stocco, insegnate HipHop e video dance Asd centro danza e sport Fever. Infine la Nadd Academy di Lamezia, che ha permesso ai giovani di provare le coreografie durante le settimane di preparazione.

Massimo Citino

“Anche io sono un Pentito”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 15 dicembre 2012.

La dura rivelazione di un lametino: il cambiamento con Pentopoli.

Tutti si pentono. Non c’è niente da ridire né da controbattere. Ci sono i mafiosi, i cristiani in chiesa, le persone comuni quando ammettono gli errori, perfino i politici ogni tanto si pentono. Inoltre, pare che tutto inizi a finire in “-opoli”: tangentopoli, vallettopoli, calciopoli e aggiungiamo pent-opoli.

Ai poli ci stano i popoli, ovviamente, e proprio questi subiscono questa disfatta culturale, giornalistica e umana. Culturale perché si crea una accozzaglia di notizie dalle quali non se ne cava un ragno dal buco; giornalistica perché il ragno che tesse la tela non si fa mai vedere; umana perché il buco..forse è meglio fermarsi qui.

A Lamezia, dicono si respiri un’aria nuova, dicono perfino che stiano venendo fuori fatti e segreti; la pesantezza di prima si alleggerisce. Seppure l’inverno si avvicina, le macchine incendiate a fine Novembre come la tredicesima presa alle poste in via Eroi di Sapri, prospettano un caldo e prospero natale per i concittadini. Anche l’ancora “sospetto” appalto in Veneto per la costruzione della nuova caserma dei Carabinieri, associata ad una organizzazione a delinquere della nostra città, sarà motivo di notti più tranquille.

Intanto l’attività sul web è ancora più interessante, specialmente quando sul sito de Il Lametino leggiamo i commenti di sospiro dopo che una giovane ragazza era sparita, e il giorno dopo aveva chiamato la famiglia per dire che era a Roma: “Grazie a Dio una bella notizia; Povera mamma, l’importante è che sia finita bene; Felice che stia bene, meno male” tanto per citare quelli scritti in un italiano accettabile. Stanno praticamente a zero, invece, i commenti relativi ad articoli sulla situazione nella quale verte l’Ospedale di Lamezia, i tanti problemi della città, perfino zero i commenti sull’articolo che riporta l’informazione dell’intervista al procuratore della DDA e al responsabile della polizia distrettuale o agli articoli di interrogatori integrali dei neo-pentiti mafiosi. Ed è bene precisare che la ‘Ndrangheta non è mai stata rinomata per avere pentiti tra le sue file, essendo un’organizzazione di stampo mafioso, ma familiare, dunque di sangue.

Ma si sa, il natale si deve passare in pace, con la “crisi” che sempre più ci stritola, non c’è il tempo di pensare alle brutte situazioni in cui riversiamo. Prepariamo gli spumanti! D’altronde si dice: “Anno nuovo, vita nuova”. Aspettiamo i fuochi d’artificio con la gentile collaborazione delle pistole, poiché è giusto “sparare”, almeno a Capodanno…ed almeno finché qualcuno non si becca una pallottola.

Anche io, libero di parlare in prima persona, posso dire di essere felice di tornare per le feste, poter incontrare promettenti giovani, che come me proseguono gli studi in un’altra città: Roma, Milano, Torino, Pisa, Napoli. Potrò parlare con loro, scegliendo le mille opportunità serali lametine, discutendo del nostro mare pulito, d’inverno; della nostra città prospera, quando viene il Papa; dell’ultima attività commerciale, che “ha fatto il botto”; degli ultimi scambi di battute in città, durante una rissa. Potrò rispondere alla solita domanda dei giovani “inquirenti”: “Allora, quando torni a Roma?” E in effetti dovrò rispondere, perché anche io sono un pentito, e i pentiti devono parlare. Per il bene della comunità dovrò confessare che a Roma ci volevo rimanere.

Non confondiamo le idee però. La parola “pentito” ha tanti significati, e il dizionario soddisfa la nostra curiosità. In primis un pentito è: “Persona che si pente, che prova rammarico, dispiacere”; secondariamente il dizionario da un’altra definizione: “criminale che, catturato, si ravvede e collabora con la giustizia, ottenendo in cambio una riduzione di pena.”

Abbiamo scherzato abbastanza. Il cambiamento con Pentopoli è evidente, la giustizia farà il suo corso coi processi, magari aggiungendo altri pentiti (mafiosi) al suo registro, magari con l’aiuto reale della comunità sociale, e forse l’attenzione cittadina si sposterà veramente verso questo avvenimento storico nella comunità lametina.

Fatto sta che non sono un giornalista. Sono un “collaboratore” di questo giornale, e tutt’ora pentito, magari secondo la prima definizione del dizionario. Voglio riportare, con testo integrale, la mia surreale confessione durante il primo interrogatorio immaginario con un giudice immaginario:

M.C.: “Signor giudice, mi trovavo con Peppino Impastato, il giorno prima del suo omicidio. Si parlava dei soliti fatti quando ad un certo punto mi fa: <<Massimo, ma lo sai che la mafia è una montagna di merda?>> A primo impatto rimasi un po’ stupito dalle parole pesanti, poi gli risposi: << Peppì, ma lo sai che c’è la mafia a Lamezia?>>. Lui mi guardò sorridente, mi fece un cenno, come a dirmi..”allora datti una risposta”. Io ci pensai tutto il giorno, signor giudice. Poi mi misi a letto e continuai a pensarci..ripetevo “La mafia è una montagna di merda…a Lamezia c’è la mafia..” ad un certo punto! Eccallà signor giudice!

S.G.: Cosa? Cosa ha capito? Ce lo dica!

M.C.: Signor giudice, che vuole che le dica? Se la mafia è una montagna di merda, e a Lamezia c’è la mafia, cosa vuole che sia Lamezia?”

La cosa triste, ahimè, è che quella risposta il giudice non me l’ha mai fatta dire.

Massimo Citino

Vivete a Lamezia

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 17 novembre 2012.

Vivo in una città dove il rispetto per la persona non è una prerogativa, ma una realtà. Vivo in una città dove per lavorare non chiedono i paternali, dove il lavoro nero è pari a zero, dove le ingiustizie sociali non sono solo punite, ma vengono percepite dai loro abitanti come segni di inettitudine, di ignoranza e, ancora una volta, di mancanza di rispetto nei propri confronti e in quelli degli altri. Ancora..vivo in una città dove il riciclaggio dei rifiuti è una cosa seria, dove le bottiglie di plastica non vengono buttate a terra, al contrario sono riportate al venditore e ripagate in percentuale minore all’acquisto del cliente, ma comunque ripagate, circa 25 centesimi a bottiglia, su un acquisto, magari, di 40 centesimi. Vivo in una città dove i giornali sono riposti in delle teche, per strada, in stile americano, con la differenza che per acquistarli, si deve prima prendere il giornale, e poi si devono inserire i soldi in una fessura all’interno. Per intenderci, chiunque potrebbe prenderli tutti senza lasciare un soldo, ma nessuno lo fa. Vivo in una città dove i treni, metro compresa, i bus e i tram non solo arrivano in tempo, secondo le tabelle orarie prestabilite, ma a volte anche in anticipo, e se ritardano di un minuto, le persone, giustamente iniziano a spazientirsi. Vivo in una città, tornando sul discorso del lavoro, dove una prova di una giornata viene anche pagata, ma soprattutto dove puoi anche fare una prova, senza che nemmeno ti chiedano il cognome, perché qui l’interesse non si basa sul “chi sei?” ma sul “cosa sai fare?”. Vivo in una città, ancora e per l’ennesima volta, dove la malavita ha poco terreno da coltivare e dove le scazzottate rasentano così tanto la consuetudine che perfino gli ubriachi appaiono come persone coscienti. Vivo in una città che offre possibilità non solo lavorative ma anche di studio e di espressione dell’arte. Vivo in una città dove nessuno si permette di salire su un mezzo di trasporto prima che tutti scendano alla fermata. Dove nello stesso mezzo di trasporto non ci sono sempre persone sorridenti, sì, ma neanche persone che sbuffano. Sempre e comunque, vivo in una città che, per concludere il discorso, offre così tante opportunità che basta avere un briciolo di cervello per utilizzarle al meglio. Vivo a Monaco di Baviera, in Germania, e ci vivrò per un altro mese, per fortuna. Sì, perché qui quando dormo non sento colpi di pistola o bombe che esplodono, quando passeggio non ci sono occhi indiscreti che ti fissano, magari solo per curiosità o per immaginare chi sei, o ancora per sapere se ti conoscono, in modo tale da poter venire a chiedere “come va?”. Quando vado in un negozio mi fanno sempre lo scontrino fiscale. Ah, mi ero così tanto abituato alla normalità che non ho ancora detto che le strade e i marciapiedi sono puliti. Le donne sono indipendenti, si stupiscono quando vuoi offrire e ribadiscono che pagano la loro parte. In più le persone vanno in bici, sulle piste ciclabili sparse per tutta la città, risparmiando soldi e abbassando l’inquinamento. Dovreste vedere quante famiglie con figli vanno in bici, passeggiano e sorridono. Ho visto madri e padri con passeggini attaccati alle bici, una madre correva sui pattini mentre portava un passeggino con i bambini dentro, e il marito l’affiancava correndo con le scarpe da ginnastica e la tuta. Tutta questa paradisiaca descrizione sembra quasi voglia mettere in risalto, per orgoglio, un racconto di un concittadino che ha scelto di andare più lontano, consapevole che in un altro posto, in un altro paese, avrebbe trovato la normalità che ogni persona merita. Sembra quasi che questo articolo descriva una realtà inesistente, una grossa balla detta così, tanto per dire. Invece è reale, è tutto vero. Non ho scritto tutto questo per dirvi che vivo a Monaco di Baviera. Ho scritto tutto questo per ricordarvi che voi vivete a Lamezia Terme.

Massimo Citino

Lamezia: “Vis Unita Fortior”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 7 luglio 2012.

Nell’unità la virtù assume maggiore forza. E’ il motto della nostra città, per chi non lo sapesse. Cerchiamo la parola “virtù” nel dizionario, anche se risulta facile intendere i termini di unità, forza e virtù stessa. Ma pensando a Lamezia il termine appare diverso da ciò che si può intendere, allora meglio far luce.

Virtù: “ onestà, moralità, integrità, incorruttibilità, morigeratezza..”. Non ci sbagliamo di certo, virtù è proprio ciò che ci hanno insegnato a scuola, e non solo, anche a parole. Tante parole, magari, che a volte non rispecchiano il vero significato intrinseco, la realtà ai nostri occhi, comprese le esperienze che facciamo ogni giorno. Paragonando quei singoli termini a Lamezia Terme viene già il voltastomaco al primo…onestà? Grosse risate per chi conosce la nostra situazione. Moralità? Se non c’è nella nazione figuriamoci da noi. Integrità? Sì, del cibo a tavola. Basta. Non prendiamoci in giro. Di Lamezia sappiamo bene cosa dire e cosa non dire, quali critiche fare e quali tenere per noi, ma Vis Unita Fortior non ci rispecchia neanche lontanamente. L’unità delle chiacchiere da bar, la virtù delle occasioni e la forza di sopportare tutto questo. Così ci siamo, forse è questo il vero significato del nostro motto. Ma non esageriamo, chi lo ha posto come frase indice aveva di certo buone intenzioni, la misera colpa è solo data dalle nostre incapacità, dalla nostra mancanza di unità, dalla nostra mancanza di virtù e di conseguenza, secondo il detto, della mancanza di forza. Oppressi e banali quali siamo, crogiolati in una società patetica e peripatetica (e non si intende Aristotele), ci lamenteremo del mare sporco, delle bombe e dei proiettili, dei tribunali chiusi, della mancanza di lavoro, delle poche opportunità, così ne faremo una virtù unita in un accozzaglia di “blablabla” e ricaveremo la nostra forza che sarà basata su “lamentati e lascia vivere”. Oppure ancora meglio, faremo finta di niente, fieri del nostro motto pagano che ha radici antiche nel latino, anche se di cultura abbiamo la Magna Grecia.

“La calma è la virtù dei forti”, dice il detto italiano, e dovremmo avere calma e pazienza per raggiungere le nostre virtù in modo da rispecchiare un motto che dovrebbe rappresentarci e dal quale dovremmo prendere spunto, perché nostro e solo nostro. Di contro c’è chi dice “La salma è la virtù dei morti”, quindi troppa calma forse non conviene. Usciamo fuori dagli schemi per un’ultima volta e scegliamo una frase che ci rispecchia ora nel presente, per farci rendere conto di cosa siamo, e quindi di come possiamo migliorare o peggiorare. Proponiamo al Comune di cambiare il nostro motto, per un giorno, una settimana, un mese o (figuriamoci) un anno. “Lamezia: La virtù dei motti”

Massimo Citino

Ecce Odio, Lamezia. Ecco l’odio, Lamezia

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 5 maggio 2012.

La libertà di parola che non è libertà.

L’odio è un sentimento molto forte, forse il più crudo, il più dispregiativo e corrosivo che ci sia. Se mi chiedessero quale sia la cosa più bella della mia città, non saprei rispondere. L’odio e la rabbia che provo nei confronti di Lamezia quanto lo stress di muovermi da Roma a Lamezia durante i periodi di stacco dall’università mi impone spesso di giudicare le mie origini come una condanna. Una settimana mi basta e avanza per scatenare la voglia di andarmene il prima possibile. Crediate sia giusto provare una cosa del genere? Ritenete sia corretto che come vostro concittadino sia dovuto andare a realizzare i miei obbiettivi in un’altra città? Noi abitanti di un luogo che non riesce a crescere in nessuna direzione, e quando lo fa ci riesce solo in dei precisi attimi definiti da inizio e fine. Chiedersi il perché dei tanti pregi e difetti di una città è una cosa lecita, non trovarne soluzioni è una tortura: la nostra mentalità sedentaria, i nostri genitori che ci parlando di un paese di mafia e raccomandazioni. Una società che imbocca la via delle disgrazie e del gossip è una società sconfitta. Sconfitta come la voglia di un singolo cittadino, Lametino sulla carta d’identità, che dopo una breve lotta in un movimento senza colori e bandiere, ha deciso di non dar più conto alle parole e alle mancanze dei propri cittadini, per porsi ad un pubblico più vasto e vario, e sicuramente più aperto da molti punti di vista.

Non si parla di politica, non si parla neanche di ideologie, si parla di voi persone, vittime di una monotonia priva di fantasia nella giovinezza, rassegnate ad un autoconvinzione di sacrifici in età adulta. Scrivevo articoli per ciechi, scrivo tutt’ora per quei pochi che possono capire anche un discorso così aspro e duro nel quale è presente la parola “odio”. Potessi cancellare le mie origini non lo farei, ogni esperienza è per chiunque costruttiva e va accettata per ciò che è, cercandone i migliori risvolti quanto i peggiori. Ma rivolgendomi a voi Lametini vi chiedo se ciò che state vedendo sia realmente ciò che volete, se vivete bene nella vostra città, se vi danno le giuste opportunità, se vi consegnano in mano il futuro, come promettono. Avete pensato, o meglio, mai fatto qualcosa per la vostra città o vi siete fermati alla “famiglia”? Ma cosa più importante, avete mai raggiunto l’obbiettivo? E’ come se sapessi già le risposte, almeno dell’ultima domanda. In causa di visione che si sposta in oggettività non siamo la città che diciamo di essere, più un paesino sviluppato, che una possibile provincia, cosa che sarebbe attuabile grazie a ciò che la nostra terra ci offre. Ed è questo l’odio. Chiedetevi ora se sia possibile far crescere Lamezia sotto qualsiasi aspetto. Ponetevi la questione non solo del pensare a qualcosa ma soprattutto di poter attuare realmente qualcosa. Ecce Odio, trasposizione della frase latina Ecce Homo, tradotta come “Ecco l’odio”. Sorridere in questa città diventa un’utopia, ma ciò possono capirlo in pochi. Perché tutti, sono sicuro, desidererebbero una Lamezia rigogliosa e sviluppata, pulsante di cultura. Ma pochi sono capaci di reggere il peso della cultura stessa. L’odio? Sì, proprio quello, l’odio che provo nei confronti di Lamezia. Restare a guardare senza poter fare niente ma continuando a provarci… tu credi sia facile davvero?

Massimo Citino