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Furto del cane: I proprietari abbandonati al loro dolore

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Rubare il cane altrui è certamente una delle cose più abiette che la mente umana abbia mai partorito.

Non soltanto per il dolore che causa al proprietario, che si vede privato con la forza di qualcuno che considera come un amico speciale, ma anche per i danni ed i maltrattamenti che possono essere arrecati allo stesso animale. E’ stato davvero un brutto colpo quello di sentirmi dire da un caro amico, che di recente ha perso il padre, “il giorno delle esequie, sapendo che in casa non c’era nessuno, estranei si sono introdotti nella mia proprietà e mi hanno rubato un cane”.

Ebbene si, “mi hanno rubato un cane”. E’ possibile che l’essere umano possa spingersi a tanto? Purtroppo, considerando la nostra storia passata e quella contemporanea, la risposta è affermativa.

Sembrerebbe, inoltre, che la pratica del furto di cane sia in espansione in ogni parte del paese.

Le ragioni per la quali i nostri amici a quattro zampe vengono rapiti sono molteplici.

L’avidità di animali ha lo scopo di soddisfare le più inquietanti delle ipotesi: richieste di riscatto, vendette trasversali, lotte clandestine, accattonaggio, mercato di carne e pelle, vivisezione, allevamento irregolare, messe nere e sadismi.

Ed è proprio dopo aversi visto sottrarre il proprio animale che i proprietari vengono lasciati soli.

L’ipotesi di furto del cane non è una fattispecie criminosa tipica prevista dall’ordinamento penale, viene assorbita nell’ambito del furto generico, o con scasso se ne sussistono i presupposti, e mancano quindi azioni particolari volte soprattutto alla ricerca ed alla restituzione della bestiola.

L’unico riferimento specifico è la legge 189 del 2004, che tutela i cani e gli altri animali d’affezione, ma le circostanze concrete la rendono assolutamente inapplicabile.

Il cane stesso, inoltre, non è considerato quale “bestiame” e pertanto non si applicano nemmeno le circostanze aggravanti previste dai casi specifici.

Non va neppure dimenticato che, a livello nazionale, non esiste alcun database generale sul numero e sul tipo di animali registrati (microchip), cosa che rende impossibile qualsiasi determinazione statistica e vanifica ogni tentativo di ricerca capillare. Senza dimenticare che la gran parte degli animali domestici non è regolarmente registrata, sia per mancanza di una precisa normativa in materia sia per l’inerzia dei proprietari, facendo si che molti animali domestici siano, per così dire, “sconosciuti allo Stato”.

Sulla totalità dei furti di cane, inoltre, solo il 3% dei casi viene denunciato, mentre il 15% viene indicato come semplice smarrimento (fonte Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente), ed a tale scopo si ricorda che solo a seguito di una denuncia per furto o rapimento le autorità possono aprire una indagine.

Infine, i problemi endemici del Paese quali l’assenza di una normativa certa, la mancanza di certezza della pena, la mancanza di ricerca capillare, la scarsità del personale di polizia, l’arretratezza tecnologica (quanti commissariati dispongono di lettore di microchip?), uniti alla velocità ed alla scaltrezza dei malviventi, fanno si che la ricerca dei poveri scomparsi sia praticamente impossibile.

Solo pochissime volte, per ottenere un cospicuo riscatto, i cani vengono riconsegnati ai loro proprietari; nella maggior parte dei casi o non fanno più ritorno a casa o vengono ritrovati senza vita dopo qualche tempo.

Sicuramente il modus operandi tipico italiano (o italiota) addiverrebbe a dire le solite cose, ormai banali, relative al “sistema ed al fatto che deve cambiare”. Cosa che, fra l’altro, non avviene mai.

In questo caso il cambiamento deve provenire da noi, in piccolo, registrando correttamente i nostri cani all’anagrafe canina (microchip), denunciando correttamente alle autorità tutti i casi di furto, rapimento o maltrattamento, attivandosi a mezzo stampa per pubblicizzare le notizie.

Nello specifico chiunque avesse notizie di Fanni, detta Fannina, una drahthaar di quasi due anni, che potete vedere nella foto, con una macchia bianca sulla zampa sinistra, numero chip 380260020122302 è pregato di allertare le forze dell’ordine, che si metteranno in contatto con il legittimo proprietario.

Paolo Leone

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Intervista a Fabrizio Basciano, musicista e compositore lametino.

Fabrizio Basciano è un musicista e compositore lametino. Oltre ad aver realizzato diverse opere musicali (http://fabriziobasciano.bandcamp.com/ e http://fabriziobasciano.wix.com/basciano), ha creato l’associazione culturale
LanteArte, con la quale porta avanti una serie di manifestazioni di carattere artistico e culturale nel territorio di Lamezia Terme.

Chi è Fabrizio Basciano?

Iniziamo forse dalla domanda più difficile che si possa porre a qualcuno che se lo chiede da anni, da sempre forse. Risolviamo il problema sul nascere e sintetizziamo: sono un musicologo, compositore dilettante e professore di musica. A ciò aggiungo la parola ricercatore (finora indipendente), interessandomi ad una moltitudine di studi e ambiti differenti.

 

Quando, nel corso dei tuoi studi, hai compreso che la musica era la strada che avresti percorso? Perché?

La mia con la musica è una storia particolare. Ho iniziato per necessità, a causa di alcuni noduli che avevo accusato lungo le corde vocali. Dunque iniziai a praticare il canto armonico e difonico col caro Mauro Tiberi, maestro romano di discipline canore non tradizionali. Al problema dei noduli, presto depennati grazie alle suddette pratiche, si aggiunse poi l’esigenza di tenere impegnate le mani, troppo facilmente soggette al vizio del cosiddetto “scrocchiare”, dunque pensai di studiare pianoforte, divenuto poi il mio strumento principale. Stando alla massima del “prima la pratica, poi la grammatica”, mi appassionai così tanto a qualcosa che sapevo di avere dentro da sempre (fin da piccolo coltivavo la passione grazie ai suggerimenti paterni e delle mie sorelle maggiori) che cominciai a studiare tutta la teoria, l’armonia, la musicologia e così, di conseguenza, la grande musica impropriamente detta classica.

 

Perché hai scelto Roma come sede universitaria?

La mia famiglia ha una storica tradizione di studi nella città capitale della penisola, dunque fu quasi un esito naturale che io mi recassi lì per proseguire i miei. Al di là del bagaglio familiare, sapevo essere Roma una piazza molto interessante per l’ampliamento delle proprie conoscenze e per il confronto con realtà più grande di me. Così è stato. Senza quel soggiorno non avrei potuto interfacciarmi con tutta una serie di stimoli determinanti per il mio percorso personale.

 

Come ha influito sui tuoi studi lo stare lontano da casa?

Devo innanzitutto cogliere l’occasione per ringraziare coloro i quali mi hanno sostenuto lungo questo cammino, ossia i miei genitori, il cui sostegno non potrà mai essere adeguatamente contraccambiato. Andando oltre, vivere lontano da casa e fare i conti con la quotidianità da individuo singolo in una moltitudine incessantemente in movimento, è fattore X per la comprensione della propria posizione all’interno del contesto sociale, del proprio ruolo e delle proprie più profonde attitudini.

 

Parlaci di cosa significa studiare musica, canto e composizione e come sono stati i tuoi studi.

La seria pratica di discipline quali quella della composizione, dell’analisi musicale, della pratica canora, pianistica e, non ultima, computazionale, non lasciano spazio ad atteggiamenti superficiali di qualsiasi sorta, dunque levigano la tua persona fino a mostrare, in parte o, per chi si impegna veramente, la propria vera natura, il lato essenziale del proprio IO. Lo studio è uno strumento, e in quanto strumento non è mai fine a se stesso. Se diventa ciò, se diventa cioè un fine edonistico, si è sbagliato l’approccio a quello che in realtà dovrebbe servire a migliorare se stessi e, dunque, il contesto nel quale ci si trova a vivere e operare.

 

Perché una volta conclusi gli studi hai scelto di ritornare a Lamezia, invece che “cercare fortuna” altrove?

Quello del ritorno è un tema interessante. E’ qualcosa che accomuna molti di noi, molti di quelli che credono abbia un senso investire nella propria terra d’origine, in qualsiasi stato essa si trovi a versare. Ciò non significa certo che, dinanzi a evidenti e troppo grosse difficoltà nel riuscire a realizzare i propri obiettivi, ci si debba intestardire fino a restarne vittime. Occorre sempre cercare le condizioni migliori per le proprie idee, per la realizzazione delle proprie visioni. E’ perciò che, ad oggi, non saprei dire se il mio futuro continuerà ad essere quello lametino e calabrese o se qualche altra terra potrà offrirmi opportunità che qui potrei non trovare affatto. Come si suol dire, chi vivrà, vedrà. Certo è che, nell’ipotesi di una nuova vita fuori dalla Calabria, sarei il primo a sentirmi privato di qualcosa che sento come essenziale alla mia felicità.

 

Ritieni che questa scelta abbia influito, in positivo o in negativo, sulla tua carriera?

Ritengo che ogni scelta, per quanto consapevole o inconsapevole essa possa essere, risulta determinante per se stessi. Questa, nello specifico, finora ha portato evidenti benefici alla mia persona e al mio bagaglio professionale, nonché educativo e umano. Finora è andata così, positivamente. D’ora innanzi le cose potrebbero cambiare. Staremo a vedere.


Ritieni che Lamezia sia una città adatta alla musica? Come vedi la situazione di artisti o gruppi emergenti?

Occorrerebbe distinguere fra ambiti musicali, ambienti, aspirazioni e circuiti. Se vogliamo dirla “a soldoni”, possiamo affermare che Lamezia ora può dire di avere, anche solo a livello embrionale (o anche qualcosina in più direi) un buon giro per quel che riguarda il circuito delle band, della musica rock, indie rock, ecc. Se però ci voltiamo verso quello che è l’ambiente tipico dei circuiti musicali provenienti dall’ambito accademico, conservatoriale e in generale dello studio e dunque della grande musica (che ricordo essere prima di tutto una scienza il cui studio richiede il doppio degli anni che si impiegano a studiare ingegneria, medicina o qualsiasi altro tipo di percorso di studi possibile) allora non possiamo certo affermare che Lamezia sia una città al passo con le attività che caratterizzano luoghi con una più solida tradizione musicale. Certo è che abbiamo, sul territorio, realtà come A.M.A. Calabria che operano in tal senso da tante decadi e che sono riuscite, nonostante le molte e anche recenti difficoltà, a creare un proprio, fedelissimo, pubblico di riferimento, peraltro sempre abbastanza nutrito. Ma da un punto di vista strutturale la città, e più in generale l’intera regione (non a caso la regione più povera d’Italia) non offre i contesti opportuni alla libera fruizione di eventi musicali significativi. Nessun calabrese ha mai avuto modo di ascoltare, nella propria terra, un concerto in un auditorium degno di questo nome. Questo dovrebbe essere un problema all’ordine del giorno perché se solo si fa un paragone coi giovani di qualsiasi altro paese d’Europa, anche tra quelli più poveri, andiamo a scoprire che esiste una cultura musicale, della musica fruita negli auditorium, nei teatri, ecc., che noi qui, allo stato attuale, possiamo solo vagheggiare.

 

In relazione alla precedente domanda, come giudichi la perdita del liceo musicale e del DEMOFEST?

Devo dire che tu vuoi compromettermi fino in fondo, eh? Ahah, scherzo ovviamente. Che dire…rispondo con una domanda: secondo te si potrebbe mai accettare, in realtà (per restare sul suolo italico e dunque senza volerci fare troppo male) quali Perugia, Bari, Catania o tantissime altre città anche piccole come Lamezia Terme, che delle iniziative importanti e con delle ricadute positive sul territorio vengano cancellate per questioni assolutamente estranee ad analisi d’ordine qualitativo delle stesse? A voi l’ardua sentenza. Aggiungo solo che lo stesso stavano cercando di farlo a Catanzaro col centro polivalente meglio noto come Caffè delle Arti. I ragazzi che lo gestiscono sono riusciti finora a tenere duro, a tenere duro cioè per un luogo di aggregazione che toglie una moltitudine di giovani alle maglie del nichilismo e delle sue più becere conseguenze. Ma si può sempre andare avanti lottando contro i mulini a vento? Così stando le cose nulla, dalle nostre parti, potrà mai avere lunga vita.

 

Come si pone, secondo te, la città di Lamezia in relazione non soltanto alla musica, ma all’arte in generale?

Le tue sono domande interessanti e impegnative. Cercherò di riassumere, anche se il discorso è veramente lungo e complesso. Imposto il discorso con una massima Aristotelica: La cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell’avversa”. Ci troviamo oggigiorno in un momento storico terribilmente difficile, nel quale forze avverse tentano di ridurre le popolazioni a semplici soggetti consumanti, clienti, niente più che utenti da bombardare con ogni genere di bisogno indotto. L’antidoto, se proprio vogliamo trovarne uno, è l’agire culturale, che per sua natura eleva l’uomo emancipandolo dalla condizione di semplice usufruitore di servizi non necessari e a lui estranei, massicciamente indotti mediaticamente. Il discorso, dunque, non è locale, ma, se vogliamo, universale. Ora, senza andare troppo su, ma restando coi piedi per terra nell’ambito nazionale, sai quant’è la percentuale del PIL che lo stato italiano decide di destinare alla cultura? Ebbene, l’1,1%, ultimo posto in Europa, anche e persino dopo la Grecia!!! Cos’altro vogliamo aggiungere? Non meravigliamoci poi se la gente ama Maria De Filippi e se Berlusconi continua a vincere le elezioni seppur condannato in cassazione!

 

Perchè hai scelto di fondare l’associazione culturale Lante Arte?

L’Associazione nasce con l’obiettivo di realizzare, sul territorio lametino e calabrese, eventi legati al mondo delle arti visive e della musica, del fare cultura in genere. Iniziative quali FotografArte, PER_CORSI DI_VERSI, Ars Musicae sono risposte che l’Associazione Culturale Lante Arte intende offrire alle domande del territorio. Non avrebbe senso, per comprenderci meglio, realizzare FotografArte in altri contesti come invece ce l’ha qui. Fare paragoni dunque è estremamente rischioso, perché fuorviante. Ciò che ha senso fare qui spesso non ha lo stesso senso altrove, dove può risultare magari anacronistico. Perciò la nostra offerta intende relazionarsi proprio col territorio, immettendo sullo stesso ciò che crediamo manchi.

 

Cos’ha realizzato Lante Arte fino ad oggi?

Le nostre iniziative principali sono FotografArte (mostra-concorso di fotografia che si tiene ogni anno nel periodo natalizio) e PER_CORSI DI_VERSI (evento la cui prima edizione ha avuto luogo nel Museo della Memoria di Lamezia Terme tra fine maggio e inizi giugno 2013 e che pone in connessione arti visive quali pittura, scultura e fotografia con quella musicale, concettualmente e/o artisticamente). A queste iniziative se ne aggiungono diverse altre sporadiche o uniche, quali ad es. Ars Musicae (periodico eBook di cultura musicale). Per avere un’idea completa delle nostre attività basta visitare il nostro sito web: http://www.lantearte.it/

 

Quali sono gli obiettivi futuri?

Bè, un conto è profetizzare quello che mi piacerebbe realizzare, un conto è avere la certezza che quello che sto immaginando possa realmente trasformarsi in realtà di fatto. Il nostro principale obiettivo, ad ogni buon conto, è quello di far sì che eventi come FotografArte e PER_CORSI DI_VERSI, che io amo definire “format culturali”, possano proseguire nel tempo crescendo e sviluppandosi, ricevendo ogni anno un’edizione e dimostrando così che anche a Lamezia è possibile far sì che manifestazioni simili abbiano una continuità temporale. Sarà poi interessante aggiungere a questi due format un terzo progetto che sto maturando da qualche tempo ma sul quale non voglio ora lasciare indiscrezione alcuna…sarà una sorpresa, se sarà!

 

Nel corso della sua attività, l’associazione ha riscontrato gradimento del pubblico in relazione ai lavori offerti? Le istituzioni vi hanno aiutato o sono rimaste indifferenti?

Io sono rimasto veramente stupito dall’affluenza che le nostre iniziative, la cui offerta è sicuramente di non facilissimo approccio, ha registrato. Un pubblico nutrito ma allo stesso tempo attento, curioso, dunque prezioso. Sono felicissimo di aver trovato un tessuto urbano così voglioso di un’offerta non certo canonica, non certo assimilabile a ciò che si può comunemente trovare in luoghi di provincia dove più difficilmente giungono iniziative di questo tipo. Per quanto riguarda le istituzioni, il giudizio è tutto sommato positivo. Non ho mai ricevuto, in qualità di rappresentante di Lante Arte, delle negazioni immotivate o una mancanza di collaborazione, anzi. Chi si trova in comune, forse anche grazie ad una nostra buona predisposizione nel porci adeguatamente e nel comprendere le difficoltà non solo nostre ma anche altrui, ci ha sempre aiutato a realizzare le nostre attività. Certo, come in tutti gli ambienti incontri sempre quello o quella con cui leghi meno facilmente, ma questo è più un fatto umano, di pelle, che istituzionale. Il problema, se veramente esiste un problema, è la scarsa considerazione di cui gode, più di qualsiasi altro settore, quello culturale. Nessuno si sognerebbe mai di affidare la manutenzione della propria automobile a un professore di filosofia inesperto in fatti di meccanica automobilistica. Allo stesso modo occorre entrare nell’ottica che quello culturale è un campo, oltre che estremamente vasto e che dunque richiede conoscenze molto ampie, anche incredibilmente complesso. Essere amatori non basta a pretendere l’affidamento e la gestione delle iniziative culturali.

 

Cos’è la musica, infine, per Fabrizio Basciano?

Mi facevano sempre sorridere le definizioni che della musica trovavo sui libri di teoria o di armonia, sebbene fondate su ordini di consapevolezze altamente strutturate. Per me la musica è Arte del suono, in ogni sua manifestazione, che si tratti di un pianeta col suo suono fondamentale o di un essere umano con la propria espressività o ancora di un volatile col proprio canto. Musica è movimento dell’animo nello spazio…e nel tempo.

Paolo Leone

Basta ostentare “cattedrali nel deserto”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20 luglio 2013.

Sanità. Un complesso che suona il “campanile”

Centosessanta circa. Diciannove (circa), più quarantanove (circa), più cinquantotto (circa), più trenta (circa). Non sono numeri del lotto, ma i milioni che la Giunta della Regione Calabria ha stanziato per la costruzione di ben quattro nuovi ospedali in Calabria. Numeri da capogiro, considerando che la sanità calabrese è in deficit con tanto di “piano di rientro”.

Per coloro i quali lo hanno dimenticato, o non lo sapessero, la sanità calabrese soffre un deficit di 1 miliardo e 446 milioni di euro. Negli anni passati, infatti, i clientelismi e i campanilismi vari hanno creato questo immenso buco nelle casse della regione. Buco che ora la regione deve colmare. Così, la prima cosa che si è pensato di fare è stata la trasformazione delle note ASL (aziende sanitarie locali) in un modello tanto innovativo, quanto “contestato”: le ASP (aziende sanitarie provinciali).

In nome dell’economicità e dell’efficienza della pubblica amministrazione, nell’ormai lontano maggio del 2010 si è scelto di creare questa architettura pubblica che ha trascinato nel baratro l’assistenza sanitaria, polemiche incluse.

La riflessione, però, si sofferma soprattutto su una delle cinque ASP; quella di Catanzaro. Già il nome suona male, o, meglio, non corretto. Perché, infatti, se l’ASP è di Catanzaro, si presuppone che l’azienda abbia almeno una sede “operativa” nel Comune capoluogo di provincia. Ma così non è. Infatti, in quel di Catanzaro si troverà solamente un edificio, fatiscente, adibito ad uffici amministrativi. Paradossalmente, per questa opera di inestimabile valore, l’ASP di Catanzaro ha sborsato un non precisato canone d’affitto, come risulta dall’unico bilancio d’esercizio (2011) pubblicato (delibera 2024 del 30/07/2012).

Nessun campanilismo. No. Lo conferma anche lo stesso Andrea Amendola, consigliere comunale di Catanzaro, che nel maggio del 2012 chiedeva “maggiore attenzione per quello che sta accadendo all’interno dell’Azienda sanitaria provinciale, che rischia di essere ulteriormente smembrata”. Lo stesso poi faceva notare ai suoi concittadini che “bisogna tener conto del fatto che si tratta degli uffici più importanti dell’azienda, il cuore dell’Asp, che in tal modo verrebbero ulteriormente allontanati dalla direzione generale a vantaggio di un presunto ‘polo amministrativo’ di Lamezia”. E in chiusura ribadiva quanto sopra: “Non si tratta di questioni di campanile e non intendo difendere interessi di parte perché qui è in gioco non solo il ruolo di capoluogo regionale, che non può essere tale solo su carta, ma anche l’opportunità di questa operazione, che implica lo spostamento di circa quaranta lavoratori ad oltre trenta chilometri dalla loro sede attuale”.

Così, se Catanzaro picchia, Lamezia incassa; viceversa, se Lamezia picchia, la stessa incassa. Infatti, è logico che non si debbano spostare i lavoratori, che hanno la fortuna di poter godere di salute per poter lavorare. I pazienti/utenti, invece, in quanto non lavoratori, ergo “perdigiorno”, possono tranquillamente fare trenta chilometri da casa loro. E a breve anche le neomamme, perdigiorno in modo direttamente proporzionale allo sfruttamento che subiscono nel lavorare in gravidanza, dovranno accodarsi. Il tutto in nome del “piano di rientro”.

Staranno sorgendo spontanee le domande: perché non si investono queste risorse in recupero delle strutture già esistenti? Perché non si provvede ad assumere personale medico e paramedico, che è carente in tutta la regione? Perché si continua ad ostentare “cattedrali nel deserto” dall’ingente costo? Perché non si dà un servizio dignitoso al cittadino? Perché ci sono politici e cittadini di serie A e politici e cittadini di serie B? Tante sono le domande, poche le risposte. Ma forse, visto il precipitare degli eventi, sarebbe utile darle, se non si vuol replicare la defenestrazione di Praga.

Paolo Putrino Gallo

Lamezia in Flash Mob: ciò che non ti aspetti

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 19 gennaio 2013.

Un evento che porta alla città ciò che si merita: arte e spettacolo in Piazza Mercato Vecchio. I ragazzi della Naddinbacklash Crew di Lamezia con la Flyn’ soul di Cosenza regalano una serata diversa.

Un evento inaspettato ha colpito la città di Lamezia Terme la sera de 28 Dicembre dell’anno appena passato. Inaspettato perché il Flash (lampo) Mob (folla) ha attirato tantissimi spettatori presenti quella sera a Piazza Mercato Vecchio. Il solito riunirsi per una birra e quattro chiacchiere è stato interrotto da giovani ragazzi della Naddinbacklash che, in gran maggioranza, con una felpa bianca e una mascherina simile a quella dei chirurghi, hanno dato il via all’operazione Flash Mob, forse per darci una “cura”, forse per far capire che Lamezia non è la solita monotonia. In ogni caso ha funzionato, e lo si intuisce dagli applausi della folla, accalcatasi attorno ai ballerini che prima di iniziare si sono riuniti in un unico gruppo marciando da diverse direzioni allo “start” della musica proveniente dal rinomato locale che ormai ha rinominato la piazza come Banshee. Ma mettiamo i puntini sulle “i” perché non si parla del solito “Flash Mob” che spesso sentiamo. A differenza di altre “pagliacciate”, passatemi il termine, dove qualsiasi persona impara una coreografia posta sul web prima dell’evento, o impara in fretta e furia con un amico, stavolta dei veri ballerini, soprattutto giovani, hanno dato prova delle loro abilità pubblicamente, attraverso una situazione che per definizione sconvolge la folla catturando la sua attenzione, in questo caso attraverso la coreografia di Luciano Iera che, con l’aiuto della maestra Gagliardi Gabriella, dell’insegnate Maria Romano (Cosenza) e Chiara Stocco, ha guidato i Campioni Regionali 2012 FIDS (Naddinbacklash) assieme alle Campionesse Italiane 2012 FIDS con la partecipazione della crew cosentina Flyn’ soul.

Quindi risuona bene la parola ballerini, “mica bruscolini” tanto per utilizzare un famoso detto. Così il Flash Mob prosegue; principalmente su note dubstep e con qualche contagio di Hip Hop, i ballerini assieme ai coreografi si alternano in vari tipi di esibizioni: li vediamo prima assieme, poi in tre, poi anche da soli, e così via allo show che ci intrattiene piacevolmente per venti minuti buoni e che riscuote gli applausi della folla accorsa da tutta la piazza. Da specificare il fantastico e tagliente finale, nel quale i ballerini in prima fila mostrano il loro “didietro” mentre nelle altre file si alza il braccio destro facendo un gesto poco consono, che termina col dito medio. Forse detto così risulterebbe scurrile, ma basta poco per riflettere sulla critica che questi ballerini hanno fatto contro i soliti “flash mob di massa” che quasi mai vedono in campo esperti, piuttosto gente poco adatta. Ma potrete vedere tutto questo con i vostri occhi cercando sul famoso sito di video Youtube “Lamezia Terme in Flash Mob”. Infine c’è da dire che un evento del genere, per quanto possa essere sottovalutato, non è altro che l’espressione, a mio parere, di una minoranza che ha voglia di esprimersi in quella città di pecore e tarati mentali, mi si conceda, dove solamente una rivoluzione culturale di questo tipo potrebbe, certo col tempo, portare al cambiamento di tante e tante cose. Dunque da cittadino, sento di dover ringraziare tutti i ragazzi, anche a nome della città: Valentina Sonetto, Miriam Grandinetti, Erika Talarico, Alessandra Ariosto, Chiara Rizzo , Jessica Bianchi, Lorenzo Falvo,William Falvo, Monica Riccio, Emmanuel D’Amico, Francesca Bandiera, Mario Amendola (Naddinbacklash, guidati da Luciano Iera); Federica Rettura,Viviana Dattilo, Lucilla Scalise, Micaela Ruberto, Andrea Anania (maestra Gabriella Gagliardi); tutta la Flyn’ soul di Cosenza: Simone Longo, Marialuisa Garritano, Mattia Mendicino, Virginia Orlando, Ilenia Guido, Jessica Muraca e Chiara Night (maestra Maria Romano); Chiara Stocco, insegnate HipHop e video dance Asd centro danza e sport Fever. Infine la Nadd Academy di Lamezia, che ha permesso ai giovani di provare le coreografie durante le settimane di preparazione.

Massimo Citino

Vivete a Lamezia

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 17 novembre 2012.

Vivo in una città dove il rispetto per la persona non è una prerogativa, ma una realtà. Vivo in una città dove per lavorare non chiedono i paternali, dove il lavoro nero è pari a zero, dove le ingiustizie sociali non sono solo punite, ma vengono percepite dai loro abitanti come segni di inettitudine, di ignoranza e, ancora una volta, di mancanza di rispetto nei propri confronti e in quelli degli altri. Ancora..vivo in una città dove il riciclaggio dei rifiuti è una cosa seria, dove le bottiglie di plastica non vengono buttate a terra, al contrario sono riportate al venditore e ripagate in percentuale minore all’acquisto del cliente, ma comunque ripagate, circa 25 centesimi a bottiglia, su un acquisto, magari, di 40 centesimi. Vivo in una città dove i giornali sono riposti in delle teche, per strada, in stile americano, con la differenza che per acquistarli, si deve prima prendere il giornale, e poi si devono inserire i soldi in una fessura all’interno. Per intenderci, chiunque potrebbe prenderli tutti senza lasciare un soldo, ma nessuno lo fa. Vivo in una città dove i treni, metro compresa, i bus e i tram non solo arrivano in tempo, secondo le tabelle orarie prestabilite, ma a volte anche in anticipo, e se ritardano di un minuto, le persone, giustamente iniziano a spazientirsi. Vivo in una città, tornando sul discorso del lavoro, dove una prova di una giornata viene anche pagata, ma soprattutto dove puoi anche fare una prova, senza che nemmeno ti chiedano il cognome, perché qui l’interesse non si basa sul “chi sei?” ma sul “cosa sai fare?”. Vivo in una città, ancora e per l’ennesima volta, dove la malavita ha poco terreno da coltivare e dove le scazzottate rasentano così tanto la consuetudine che perfino gli ubriachi appaiono come persone coscienti. Vivo in una città che offre possibilità non solo lavorative ma anche di studio e di espressione dell’arte. Vivo in una città dove nessuno si permette di salire su un mezzo di trasporto prima che tutti scendano alla fermata. Dove nello stesso mezzo di trasporto non ci sono sempre persone sorridenti, sì, ma neanche persone che sbuffano. Sempre e comunque, vivo in una città che, per concludere il discorso, offre così tante opportunità che basta avere un briciolo di cervello per utilizzarle al meglio. Vivo a Monaco di Baviera, in Germania, e ci vivrò per un altro mese, per fortuna. Sì, perché qui quando dormo non sento colpi di pistola o bombe che esplodono, quando passeggio non ci sono occhi indiscreti che ti fissano, magari solo per curiosità o per immaginare chi sei, o ancora per sapere se ti conoscono, in modo tale da poter venire a chiedere “come va?”. Quando vado in un negozio mi fanno sempre lo scontrino fiscale. Ah, mi ero così tanto abituato alla normalità che non ho ancora detto che le strade e i marciapiedi sono puliti. Le donne sono indipendenti, si stupiscono quando vuoi offrire e ribadiscono che pagano la loro parte. In più le persone vanno in bici, sulle piste ciclabili sparse per tutta la città, risparmiando soldi e abbassando l’inquinamento. Dovreste vedere quante famiglie con figli vanno in bici, passeggiano e sorridono. Ho visto madri e padri con passeggini attaccati alle bici, una madre correva sui pattini mentre portava un passeggino con i bambini dentro, e il marito l’affiancava correndo con le scarpe da ginnastica e la tuta. Tutta questa paradisiaca descrizione sembra quasi voglia mettere in risalto, per orgoglio, un racconto di un concittadino che ha scelto di andare più lontano, consapevole che in un altro posto, in un altro paese, avrebbe trovato la normalità che ogni persona merita. Sembra quasi che questo articolo descriva una realtà inesistente, una grossa balla detta così, tanto per dire. Invece è reale, è tutto vero. Non ho scritto tutto questo per dirvi che vivo a Monaco di Baviera. Ho scritto tutto questo per ricordarvi che voi vivete a Lamezia Terme.

Massimo Citino

Ecce Odio, Lamezia. Ecco l’odio, Lamezia

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 5 maggio 2012.

La libertà di parola che non è libertà.

L’odio è un sentimento molto forte, forse il più crudo, il più dispregiativo e corrosivo che ci sia. Se mi chiedessero quale sia la cosa più bella della mia città, non saprei rispondere. L’odio e la rabbia che provo nei confronti di Lamezia quanto lo stress di muovermi da Roma a Lamezia durante i periodi di stacco dall’università mi impone spesso di giudicare le mie origini come una condanna. Una settimana mi basta e avanza per scatenare la voglia di andarmene il prima possibile. Crediate sia giusto provare una cosa del genere? Ritenete sia corretto che come vostro concittadino sia dovuto andare a realizzare i miei obbiettivi in un’altra città? Noi abitanti di un luogo che non riesce a crescere in nessuna direzione, e quando lo fa ci riesce solo in dei precisi attimi definiti da inizio e fine. Chiedersi il perché dei tanti pregi e difetti di una città è una cosa lecita, non trovarne soluzioni è una tortura: la nostra mentalità sedentaria, i nostri genitori che ci parlando di un paese di mafia e raccomandazioni. Una società che imbocca la via delle disgrazie e del gossip è una società sconfitta. Sconfitta come la voglia di un singolo cittadino, Lametino sulla carta d’identità, che dopo una breve lotta in un movimento senza colori e bandiere, ha deciso di non dar più conto alle parole e alle mancanze dei propri cittadini, per porsi ad un pubblico più vasto e vario, e sicuramente più aperto da molti punti di vista.

Non si parla di politica, non si parla neanche di ideologie, si parla di voi persone, vittime di una monotonia priva di fantasia nella giovinezza, rassegnate ad un autoconvinzione di sacrifici in età adulta. Scrivevo articoli per ciechi, scrivo tutt’ora per quei pochi che possono capire anche un discorso così aspro e duro nel quale è presente la parola “odio”. Potessi cancellare le mie origini non lo farei, ogni esperienza è per chiunque costruttiva e va accettata per ciò che è, cercandone i migliori risvolti quanto i peggiori. Ma rivolgendomi a voi Lametini vi chiedo se ciò che state vedendo sia realmente ciò che volete, se vivete bene nella vostra città, se vi danno le giuste opportunità, se vi consegnano in mano il futuro, come promettono. Avete pensato, o meglio, mai fatto qualcosa per la vostra città o vi siete fermati alla “famiglia”? Ma cosa più importante, avete mai raggiunto l’obbiettivo? E’ come se sapessi già le risposte, almeno dell’ultima domanda. In causa di visione che si sposta in oggettività non siamo la città che diciamo di essere, più un paesino sviluppato, che una possibile provincia, cosa che sarebbe attuabile grazie a ciò che la nostra terra ci offre. Ed è questo l’odio. Chiedetevi ora se sia possibile far crescere Lamezia sotto qualsiasi aspetto. Ponetevi la questione non solo del pensare a qualcosa ma soprattutto di poter attuare realmente qualcosa. Ecce Odio, trasposizione della frase latina Ecce Homo, tradotta come “Ecco l’odio”. Sorridere in questa città diventa un’utopia, ma ciò possono capirlo in pochi. Perché tutti, sono sicuro, desidererebbero una Lamezia rigogliosa e sviluppata, pulsante di cultura. Ma pochi sono capaci di reggere il peso della cultura stessa. L’odio? Sì, proprio quello, l’odio che provo nei confronti di Lamezia. Restare a guardare senza poter fare niente ma continuando a provarci… tu credi sia facile davvero?

Massimo Citino