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Spolpiamo l’Italia, parte II: la Telecom spagnola.

La compagnia di telecomunicazioni spagnola Telefonica prende il controllo con soli 800 milioni. Gli azionisti italiani non oppongono resistenza; un altro pezzo del “made in Italy” va all’estero.
Continua da qui.

“Telecom non diventerà mai spagnola. C’è stato solo un cambio di azionariato in Telco.” Così si difende Franco Bernabè, presidente di Telecom e, agli occhi dell’Italia intera, grande sconfitto del momento.
La spagnola Telefonica, con un’operazione del tutto inaspettata dai manager italiani (ed in questo caso non ci stupiamo), ha aumentato la sua quota Telco, holding di maggioranza della Telecom.
Gli spagnoli, che ora hanno il 46% della società controllante, hanno previsto una scalata a tappe forzate, per arrivare al 100% del controllo nel minor tempo possibile: entro fine anno, con un aumento di capitale di 324 milioni di euro, arriverà al 66% delle quote. Nei primi mesi del 2014 seguirà una emissione di azioni Telefonica, per un totale di circa 845 milioni, così da arrivare al 70%. Infine, per salire al 100% di Telco, che ricordiamo essere azionista di maggioranza Telecom col 22,4% delle quote, Telefonica ha in mente di sborsare un altro miliardo circa.

Cesar Alierta, presidente Telefonica

Da più parti s’è levata la voce “il governo intervenga“. Ciò, ovviamente, non è possibile, perchè, si ricorda, la Telecom è una s.p.a., quindi privata, e lo Stato italiano non può interferire con le sue vicende di mercato, salvo esercitare un potere di vigilanza e controllo attraverso la Consob.
Il vero problema, o meglio, la domanda da farsi in questo caso è la seguente: “come è possibile acquistare Telecom a prezzi così bassi?”.
Questo dipende essenzialmente da due motivi principali: il primo è la miopia dei dirigenti, che non hanno saputo espandere il mercato Telecom facendosi travolgere dalla concorrenza e dalla crisi; il secondo dipende dall’elevato debito della società, attualmente pari a 28 miliardi di euro.

Franco Bernabè, presidente Telecom

L’operazione, qualora vada a buon fine, comporterà sicuramente dei cambi a livello dirigenziale, dato che difficilmente Telefonica affiderà il comando a dirigenti di così basso spessore come quelli italiani.
Il presidente di Telecom, Franco Bernabè, ai giornalisti che domandavano se avesse ricevuto rassicurazioni sulla sua permanenza in Telecom ha risposto “lo spagnolo, purtroppo, è una delle poche lingue che non conosco”.
Siamo sicuri, però, che i “top manager“, vuoi la lauta busta paga che ricevono ogni mese, vuoi la loro capacità di riciclarsi meglio della plastica, non avranno problemi.
I sindacati, invece, parlano di ben 16.000 lavoratori a rischio, qualora Telefonica voglia mettere in atto un piano di rientro dal debito.
A queste paure ha cercato di mettere un freno Marco Patuano, amministratore delegato Telecom, ribadendo di non essere “interessato a licenziare nessuno”. Per la sua parola, però, nessuno metterebbe la mano sul fuoco.

Quali sono i pericoli che corre l’Italia, ed i più particolare gli italiani?
Il primo è senza dubbio quello di perdere ancora una volta un pezzo del “made in italy”, aumentando quella de-industrializzazione che inizia a gravare sul Paese [vedi anche “Alitalia francese”].
Il secondo, nonchè il più grave, riguarda tutte le informazioni, intercettazioni e comunicazioni riservate che negli anni ha accumulato la Telecom, che ora potrebbero passare in “mani spagnole”.
Secondo la Consob, infatti, data la numerosità dei dati ed informazioni sensibili, nonchè dei “Big Data” presenti negli archivi Telecom (avete presente i casi Snowden o Assange? Ecco, si tratta di informazioni di quel genere), la compagnia di telecomunicazioni sarebbe un “asset strategico, pertanto non negoziabile”.

In conclusione, noi italiani paghiamo ancora una volta la mediocrità e l’ipocrisia della nostra classe dirigente, e la cosa è molto grave dato che ci costa in termini monetari, di immagine, e di progresso sociale.
Inoltre, la mancanza di una rete tlc statale comporta il rischio di rimanere dipendenti dalle compagnie private, che sappiamo, in nome del denaro, non guardare in faccia a nessuno.

Paolo Leone

PS. per capire l’evolversi della vicenda, e vedere come l’essere umano è agile nel cambiare idea (Beppe Grillo compreso), potete leggere qui e dopo qui.

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Spolpiamo l’Italia, parte I: Alitalia diventerà francese?

Il nostro Paese attraversa già un difficile periodo, data la crisi economica e la lenta ma inesorabile perdita dei valori sociali. Dall’estero aumentano i tentativi di toglierci quel poco che resta.
Nessuno fa niente per impedirlo, perchè? Dopo la Lamborghini e la Ducati, ora “tedesche” perchè facenti parte del gruppo Audi, sembra essere Alitalia costretta ad espatriare.
 

E’ iniziata in punta di piedi la trattativa che potrebbe portare Alitalia in mani francesi: proprio in queste ore i dirigenti di Air France stanno decidendo come portare avanti l’operazione.
Chiave di volta sulla quale poggerà l’intera operazione è il debito: gli analisti stimano che la compagnia italiana chiuderà il primo semestre del 2013 in rosso di circa 200 milioni di euro, costringendo i soci a ricapitalizzare immediatamente, iniettando nelle casse societarie dai 300 ai 350 milioni di euro per consentire il fluido susseguirsi dei voli.
Alitalia si difende, sostenendo che queste misure sono “un passo verso il risanamento”ma questa interpretazione non convince gli investitori.
Nel prossimo cda, infatti, sembra proprio che sarà Air France a fare la voce grossa, con l’obiettivo si aumentare le azioni dal 25% attuale al 45-49%, cosi da non dover immediatamente ricapitalizzare ma, di fatto, diventando azionista di maggioranza di Alitalia.

Alexandre de Juniac, ad Air France

E’ proprio l’ingombrante debito però, a frenare le aspettative francesi. L’operazione condotta da Air France, infatti, non punterebbe a cancellare il passivo, ma solo a renderlo “più sopportabile”.
Il totale di 1,1 miliardi di debito, di cui circa due terzi sono legati all’acquisto di nuove aereomobili, potrebbero essere rinegoziati in seno ad una maggioranza Air France.
L’amministratore delegato del vettore franco-olandese, Alexandre de Juniac, ha infatti commentato asserendo che “le necessità finanziarie della compagnia italiana non sono colossali, e l’investimento è alla nostra portata. Più che altro il problema è come risollevare la compagnia portandola a contrastare in particolare i vettori low cost, ai quali il governo italiano ha concesso parecchi diritti di traffico falsando di fatto la libera concorrenza ed il mercato.”
[vedi anche “Ryanair a Bergamo” e “Ryanair vi da il benvenuto a Stocazzemburg“, tutti articoli a cura GSI]

Flavio Zanonato, Ministro per lo sviluppo economico

Fortissima è, quindi, la stoccata contro la strategia dell’Italia nel settore aeroportuale, anche se il Ministro per lo sviluppo economico, Zanonato, fa scudo, dichiarando che “al momento non esiste alcuna trattativa. Queste sono solo invenzioni elaborate dai giornali.” Noi, tuttavia, non ne saremmo così sicuri. Se dalla Francia rimbalzano queste voci, molto probabilmente un fondo di verità c’è.
I giochi, addirittura, potrebbero complicarsi se nella trattativa si inserisse anche Etihad, gruppo arabo che sembra intenzionato ad aumentare il suo traffico aereo in Europa (ah, cosa non comprano i petroldollari!).

Tutto questo, in definitiva, fa male all’Italia? Se si, perchè?
Fa male, anzi, malissimo. In primo luogo perchè un’altro marchio di fabbrica del nostro Paese (dopo Lamborghini e Ducati, per esempio) viene comprato da capitali stranieri.
In secondo luogo, poichè l’acquisizione Air France comporterebbe un piano di rientro che prevede il licenziamento di circa 2000 dipendenti, che quindi rimarrebbero di punto in bianco senza lavoro.
Infine perchè, nella fase di profonda crisi che il nostro Paese attraversa, questa eccessiva de-industrializzazione potrebbe avere nel medio-lungo periodo effetti devastanti sulla nostra economia.

PS. La Commissione europea ha stabilito che il vecchio prestito di 300 milioni di euro che il governo italiano aveva fatto ad Alitalia nel 2008 non deve essere restituito, poichè illegittimo ed incompatibile con le regole di mercato.
I contribuenti, cioè NOI, abbiamo pagato tasse invano, per l’ennesima volta. Certo che a noi italiani piace proprio farci male da soli…

Paolo Leone

La battaglia di Maida

Analisi storica e militare dell’evento che segnò l’inizio della fine del dominio napoleonico sull’Europa.
 

L’arco temporale che va dal 9 marzo 1796 (inizio della campagna d’Italia) al 18 giugno 1815 (battaglia di Waterloo) è passato alla storia come “età Napoleonica”: durante questo seppur breve periodo, infatti, si è vista l’ascesa, l’apice ed il declino di una della figure maggiormente ricordate nella storia, Napoleone Bonaparte.

Nonostante il Bonaparte sia ricordato come un condottiero pressoché invincibile, il cui esercito [nota bene: per esercito si intendono soltanto le truppe di terra, infatti la marina francese fu in precedenza annientata dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson ad Abukir in Egitto il 1° agosto 1798 e di nuovo dal Nelson nella battaglia di Trafalgar il 21 ottobre 1805] fu sconfitto soltanto dal rigido inverno russo (campagna di Russia, battaglia della Beresina 26-29 novembre 1812) e da Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington  (battaglia di Waterloo, 18 giugno 1815),  è sempre sfuggita ai riflettori della storia una piccola battaglia sull’esito della quale gli inglesi, ed i loro alleati, costruirono le basi della loro vittoria.

Lo scontro di cui si vuole narrare, infatti, è conosciuto come “la Battaglia di Maida”, ed ebbe luogo il 4 luglio 1806 in Calabria, nell’area oggi compresa tra la Piana di Sant’Eufemia (Lamezia Terme) ed il comune di Maida, che appunto alla battaglia ha dato il nome.

I francesi già da tempo avevano scacciato i Borboni occupando la zona, ed avevano lasciato un piccolo contingente militare, circa 6000 uomini e 6 pezzi di artiglieria pesante al comando del generale Jean Reynier, nella posizione fortificata di Maida, dalla quale si poteva facilmente controllare sia il mare sia la valle del fiume Amato.

Dall’altra parte gli inglesi, che volevano proteggere i loro interessi in Sicilia e danneggiare le vie di comunicazione francesi, avevano elaborato un piano per supportare e fomentare le rivolte antifrancesi locali.

L’archeologo francese François Lenormant, testimone diretto degli eventi, scrisse che “il primo luglio [1806],  una squadra inglese venne a gettare l’ancora nel golfo di Eufemia per sbarcare sulla spiaggia, fra la foce del Lamato e quella dell’Angitola, un contingente di seimila soldati britannici comandati da sir John Stuart, nonché alcuni personaggi atti a capeggiare una insurrezione popolare nel paese”.

Horace de Rilliet, chirurgo e scrittore svizzero al seguito dell’esercito francese, rilevò come “lo scopo immediato dello sbarco era di tagliare le comunicazioni tra le province citeriori e quelle ulteriori, il che sarebbe stato facile da realizzare in questa parte dell’istmo”.

Nel frattempo gli inglesi avevano creato sulla spiaggia una testa di sbarco, da usare come campo base e da proteggere in caso di sconfitta e ritirata immediata, affidando il compito di difenderla al capitano Fischer del reggimento svizzero Watteville, inoltre al tenente del genio navale Charles Boothby era stato ordinato di prendere il Bastione di Malta, dalla cui cima poteva controllare l’entroterra e dirigere la risalita verso Nicastro.

Il 3 luglio 1806, il giorno prima della battaglia, nel tentativo di fermare l’avanzata inglese, una compagnia di polacchi (alleati dei francesi) di stanza a Nicastro al comando del capitano Laskowsky e del colonnello Grabinski, assieme ad un gruppo di volontari a cavallo formato dalla nobiltà cittadina, si portò sulla riva caricando gli inglesi: questi ultimi reagirono impiegando i cannoni costringendo i polacchi a ripiegare immediatamente verso Maida, per avere l’appoggio dei francesi.

Sempre il Lenormant ricorda come “Subito la plebe di Nicastro [si noti come la popolazione nicastrese più volte in poco tempo avesse cambiato preferenza, a seconda di quale schieramento prevalesse al momento] prese le armi e risollevò la bandiera dei Borboni, mise a sacco le case dei nobili sostenitori del re Giuseppe [Bonaparte, re di Napoli] e sgozzò i soldati francesi malati che gremivano l’ospedale civile. <Nella città di Nicastro>, scriveva qualche giorno dopo re Giuseppe al fratello Napoleone, <il comandante delle guardie d’onore è stato accecato e poi crocifisso; era un principe che mi aveva accolto in casa sua>. La sera del 3 [luglio] il generale Reynier, scorgendo Nicastro illuminata dal balcone della casa da lui occupata a Maida, disse agli ufficiali del suo stato maggiore: “Domani batteremo gli inglesi e dopodomani bruceremo Nicastro”.

I due esericiti erano quasi di pari forze: alla mancanza di cavalleria gli inglesi potevano rispondere con ben 16 pezzi di artiglieria, contro i soli 6 posseduti dai francesi. Inoltre i soldati francesi erano fiaccati dai combattimenti con le bande di briganti locali che infestavano i boschi vicino Maida.

All’alba del 4 luglio 1806 i due contingenti iniziarono gli schieramenti sul campo di battaglia.

Il generale Reynier aveva dato ordine ai suoi di spiegarsi lungo la sponda dell’Amato, proprio perchè il fiume costituiva una protezione naturale contro i già citati briganti.

Al centro dello schieramento francese venne posto il generale Delonne con circa 300 cacciatori a cavallo ed i 6 pezzi di artiglieria; sulla destra agiva il generale Digonnet con 1250 fanti e sulla sinistra il generale Compère con circa 2400 uomini. In seconda fila furono posizionati i soldati polacchi sotto la supervisione del generale Peyri.

Lo Stuard fece in modo che gli inglesi si disponessero su due file parallele, con l’ordine di mantenere la posizione e rimanere vicino alle navi; inoltre la disposizione tattica consentiva agli inglesi di creare una linea di fuoco continua poichè le due file si alternavano nel fare fuoco e nel ricaricare il fucile.

Nonostante alcuni nicastresi, “il cui parere era sostenuto dalla loro conoscenza dei luoghi, avessero suggerito ai francesi di rimanere nella loro piazzaforte di Maida, assicurandoli che se agli invasori fosse stato consentito di accamparsi sulle terre basse e paludose che si stendono da Nicastro al mare, e durante la stagione calda sono infestate dalla micidiale malaria, ben presto i nemici si sarebbero trovati in una condizione tutt’altro che propizia al combattimento ” (cit. Arthur John Strutt), il generale Reynier commise l’errore di ritenere che anche dei britannici, così come era accaduto con i Borboni, “sarebbe venuto a capo con facilità” (cit. Lenormant), dando pertanto l’ordine di attaccare.

Lo scontro iniziò attorno alle otto e mezza del mattino: il generale Compère fece subito avanzare il centro francese, ma quando questo fu a quindici passi di distanza dagli inglesi, venne accolto da un nutrito fuoco di fucili, che uccise circa 800 soldati e ferì lo stesso Compère facendolo finire prigioniero. I supersiti, privi del loro generale, si diedero ad una fuga precipitosa e disordinata, lasciando scoperta la seconda linea polacca che venne presto incalzata dagli inglesi.

L’unica speranza francese era quindi riposta nell’ala destra al comando del Digonnet, al quale furono mandati in sostegno l’artiglieria e la cavalleria. Gli inglesi non si lasciarono tuttavia sopraffare, anzi, ricorsero ad un grande esempio di astuzia militare: essendo i francesi a portata di tiro, il comandante inglese ordinò alle navi di fare fuoco con i propri cannoni, incalzando i nemici con l’artiglieria e la sua prima linea.

Poco prima di mezzogiorno la battaglia era già finita: i francesi, sconfitti ed ormai in ritirata, avevano perso sul campo circa 500 soldati, 300 erano i feriti, altri 1100 vennero fatti prigionieri; gli inglesi contavano soltanto 45 morti e 283 feriti circa.

“Era la prima volta, da lunghissimo tempo, che i francesi subivano una sconfitta per terra. Sir John Stuart ne fu tanto orgoglioso che arrivò ad insultare i vinti. <Mai>,  disse nel suo rapporto, <la vanità del nostro presuntuoso nemico è stata più duramente mortificata, mai la superiorità delle truppe britanniche più gloriosamente provata come negli avvenimenti di questa giornata memorabile>” (Lenormant).

Nonostante entrambi gli schieramenti avessero dispiegato un numero esiguo di forze rispetto ai grandi eserciti che a quel tempo si muovevano sul continente, le conseguenze della battaglia di Maida furono sostanzialmente due.

La prima fu che la vittoria inglese ricacciò i francesi verso Catanzaro, portando a Nicastro il materiale necessario ad armare una insurrezione calabrese, a capo della quale fu designato il maggiore Gualtieri (fonte sempre il Lenormant).

La seconda conseguenza derivava dal fatto che gli inglesi avevano ormai intuito come le armi da fuoco stessero lentamente spostando il vantaggio tattico dalla offesa alla difesa, dunque l’utilizzo della doppia linea che garantiva un fuoco continuo assicurava grandi possibilità di vittoria.

Nove anni dopo, infatti, il 18 giugno 1815 gli stessi inglesi, schierati in doppia linea come a Maida, fermarono una volta per tutte le guardie imperiali napoleoniche nella battaglia di Waterloo.

Ps. la città di Londra ha dedicato due quartieri, Maida hill e Maida vale, nonchè una stazione della metropolitana, a questo evento. La battaglia, inoltre, è studiata in tantissime scuole militari come esempio e storia di tattica e strategia. In Italia, e sopratutto qui in Calabria, questi fatti sono praticamente sconosciuti. Perchè?

Paolo Leone

(E’ consentita riproduzione per intero dell’articolo, citando autore e blog di provenienza. non sono consentite riproduzioni non autorizzate, copie, estrapolazioni, plagi. I trasgressori saranno perseguiti a norma di legge. I diritti delle immagini quivi riportare appartengono ai rispettivi titolari.)

Gli F-35, i temibili caccia “del futuro” bellico.

I giornali, le reti televisive ed internet sono pieni di notizie riguardanti gli F-35, aerei militari di ultima generazione e recente produzione, indicati dalla azienda costruttrice come “il futuro della guerra aerea”.

Contrariamente alle aspettative, però, questi “costosi giocattolini” sono stati sommersi dalle critiche fin dalle primigenie fasi di progettazione e sviluppo.

Andiamo quindi a verificare la natura delle contestazioni, cercando di non entrare troppo nei dettagli della storia dei bombardieri militari e nei tecnicismi più esasperanti, cosa che, oltre ad essere molto noiosa, è certamente inutile nel nostro caso.

Puntualizziamo l’oggetto dell’approfondimento: un F-35 è un’esemplare di caccia monoposto, con singolo propulsore, stealth (cioè invisibile ai radar), possibilità di decollo verticale (si solleva da terra come la DeLorean in “Ritorno al Futuro”), utilizzabile sia come supporto aereo ravvicinato (quindi contro altri aerei) sia come strumento per il bombardamento tattico (distruzione di obiettivi a terra).

Ad una prima lettura delle caratteristiche che possiede, il caccia sembra proprio un arnese niente male, ma già andando a verificare l’industria produttrice iniziano i problemi.

Gli F-35 sono infatti prodotti dalla Lockheed Martin, potente azienda attiva nel settore dell’ingegneria aerospaziale, che si è aggiudicata il bando del Dipartimento della Difesa americano per la produzione in serie di aerei di 5° generazione (o super-moderni, che dir si voglia).

La Lockheed, però, è una azienda tutt’altro che limpida. La stessa è stata infatti coinvolta in diversi casi di corruzione di funzionari statali per assicurarsi cospicue commissioni.

Il più famoso è senz’altro lo “scandalo Lockheed” che ha investito diversi paesi tra cui l’Italia, dando vita ad un intricato caso di giurisprudenza costituzionale e portando addirittura alle dimissioni il Presidente della Repubblica Giovanni Leone nel 1978.

Su Wikipedia, o qualsiasi altro portale di informazione online, potrete trovare altre informazioni al riguardo (http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Lockheed)

Veniamo ora all’analisi della prima categoria di critiche: il prezzo.

Quanto costa ogni singolo F-35?

Nella prima fase di sviluppo il prezzo dell’aereo “nudo” (cioè senza armamenti, da acquistarsi separatamente) era previsto in 40 milioni di dollari.

La correzione di alcuni difetti individuati in fase di sviluppo aveva immediatamente più che raddoppiato il prezzo per singolo pezzo: 92,3 milioni di dollari.

La stima finale e definitiva per la messa in produzione in massa si attesta invece sui 137,1 milioni di dollari, per motivi tutt’ora ignoti che ne la Lockheed ne il Dipartimento della Difesa americano hanno voluto rivelare.

Insomma, il costo di ogni singolo giocattolino in questione è aumentato di oltre il 200% rispetto alla stima iniziale (ovviamente armamenti a parte).

Certamente questi aerei sono molto costosi. Ma il sacrificio economico sarà almeno ripagato da uno strumento bellico moderno, efficiente ed resistente! Sicuri?

Perchè alle prime analisi e dai primi test sembra proprio che questi F-35 siano soltanto delle costosissime bagnarole.

Il progetto F-35 è stato analizzato dalla RAND Corporation, società di analisti strategico-militari che collabora col Dipartimento della Difesa americano. La conclusione è desolante: il caccia è lento, poco maneggevole e non sarebbe in grado di competere, in un ipotetico combattimento aereo, col rivale russo SU-35.

Pierre Spray, progettista di caccia militari, ha dichiarato in una intervista facilmente reperibile su YouTube “the F-35 joint fight striker is a lemon!”, un limone, cioè pesante e poco reattivo.

Il maggiore Richard Foch, United States Air Force, ha pubblicamente rivelato di “sudare freddo” al solo pensiero che gli F-35 siano impiegati in battaglia.

Nonostante questi “difettucci” sono stati prodotti alcuni esemplari per i test.

I Paesi interessati all’acquisto, sopratutto gli USA e i Paesi europei NATO, avranno quantomeno aspettato che si concludessero i test prima di comprare queste “carrette del cielo” dal modico costo di 137,1 milioni di dollari a pezzo (sempre armamenti a parte)?

No! Incredibile ma vero, gli aerei sono stati già ordinati!

E così gli USA ne hanno ordinati oltre 2000, l’Italia 90 (originariamente 130), l’Inghilterra 138, l’Olanda 60, etc. etc.

Ma oltre al danno, ecco giungere anche la beffa!

Per migliorare la velocità e la manovrabilità in volo pare che gli ingeneri della Lockheed abbiamo “alleggerito” l’aereo, rimuovendo alcune parti metalliche e modificando la scocca.

Idea assolutamente geniale: non solo l’aereo è rimasto una carretta lenta e statica, ma sembra che “l’alleggerimento” comporti una resistenza ai colpi inferiore del 25%.

In sostanza, il caccia “ultramoderno” sarebbe più fragile di quelli che dovrebbe sostituire.

Basterebbe addirittura un colpo messo bene a segno per abbatterlo.

Ma i geniacci della Lockheed sono andati oltre.

Per alleggerire il peso hanno rimosso alcune protezioni del serbatoio carburante, trascurando il dettaglio “meteo”.

Pare proprio, infatti, che se un F-35 venisse colpito da un fulmine le protezioni al serbatoio non sarebbero sufficienti, comportando l’esplosione del velivolo.

In conclusione, la vicenda ha degli aspetti assolutamente paradossali.

Innanzitutto, è davvero necessario spendere così tanto in degli armamenti che, considerando le forze USA e Nato, saranno usati molto poco?

E se, anche per assurdo, queste spese fossero giustificate, possiamo davvero affidare la nostra difesa a questi caccia inaffidabili? Se piove e ci sono i fulmini cosa facciamo? Non ci difendiamo?

E poi, perchè spendere miliardi in armamenti quando i popoli sono in crisi ed i cittadini vivono senza ricevere gli adeguati servizi per i quali pagano le tasse (scuole, trasporti, ambiente, lavoro)?

Sarebbe meglio, senza dubbio, chiudere i progetti di questo aereo in un archivio ed investire i soldi pubblici la dove ce n’è veramente bisogno.

Paolo Leone

Calciatore inglese si pulisce il sedere con banconote da 20 sterline.

Scoppia lo scandalo in Inghilterra per la foto che da privata è divenuta pubblica.
 

Il simpaticone ripreso nella foto è Liam Ridgewell, 28enne difensore dei Queen’s Park Rangers, squadra di calcio londinese.
Come si evince dallo scatto, il calciatore ha ben pensato di farsi immortale nell’atto di pulirsi il sedere con banconote da 20 sterline, mentre in terra ce ne sono delle altre per un totale stimato di 1000 pounds.
Il calciatore ha tentato di giustificarsi dicendo che la foto risale a 8 mesi fa e che doveva essere “privata”, mentre il suo club si è affrettato a liquidare in fretta l’accaduto.

Il fatto è, ad ogni modo, di una gravità inaudita.
Il mondo entra in una fase di tempi duri, con tanta gente che fatica ad arrivare alla fine del mese, altri che non hanno nulla da mangiare, poveri che aumentano, imprese che chiudono.
Tempi duri, certo, ma senza dubbio non per tutti. Specie per chi i soldi non se li è proprio meritati.
Così mentre le persone faticano per comprare il pane, c’è chi, come questo calciatore, usa i soldi per pulircisi il sedere.

Evidentemente la cifra di 1 milione di sterline all’anno che Ridgewell percepisce gli ha dato alla testa, ma questa volta l’ingenuo giocatore sembra avere proprio esagerato.
Una bravata, certo, che umilia chi queste somme può soltanto sognarle.
E’ incredibile lo sdegno provocato dall’immagine del suo sedere intento a sfregarsi sulle preziose banconote.
I tifosi, e non solo, sono inferociti: “Abbiamo sempre pensato che i calciatori sono arroganti, buffoni strapagati e questa foto lo dimostra”, dice una signora intervistata per le strade della capitale inglese.

La domanda da porsi, ora, è la seguente.
E’ davvero giusto che al giorno d’oggi, con una crisi incessante, l’economia in ginocchio ed il numero di poveri che aumenta di giorno in giorno, ci siano delle persone, e delle “caste” di persone che possano arrivare a guadagnare così tanto da poter pulirsi il sedere coi soldi?
A cosa serve guadagnare così tanto se alla fine si perde il valore delle cose?

Le sensazioni sono due. La prima è che il mondo “calcio” debba essere completamente ricostruito da zero, partendo dal valore dello sport e non dai soldi, corruzione, doping e scommesse (e in Italia ne sappiamo qualcosa).
La seconda è che, senza dubbio, di questi finti uomini, di queste bamboline vanitose, milionari solo perchè prendono a calci un pallone, ne abbiamo piene le scatole.
Che tornino sulla Terra, che vedano com’è veramente la situazione.

Paolo Leone

 
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